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Zi Aniello a Eboli - Il contadinotto che si oppone alle nozze della figlia

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Zì Aniello è una delle sei maschere della farsa carnevalesca di Don Annibale, che si recita a Eboli, in provincia di Salerno, nelle domeniche che precedono il carnevale e il Martedì Grasso. È il padre di Giulietta e si oppone alle nozze della figlia con Donn'Annibale, finché il Dottore, «il medico di tutte le malattie», fa da intermediario e i due riescono a convolare a nozze. La farsa risale ai primi anni del '700, non aveva un testo scritto e veniva tramandata oralmente.

Il contadinotto restio

«Zì Aniello, padre di Giulietta, è un contadinotto restio all'amore tra Giulietta e Donn'Annibale.»

Il ruolo: essere l'ostacolo

«La farsa narra della celebrazione di unione tra Giulietta e il protagonista principale Don Annibale, contrastato da zì Aniello, padre di Giulietta.»

«Con l'aiuto di un intermediario, il Dottore che tutti i mali guarisce, i due riescono a convolare a nozze». Il Dottore è «il medico di tutte le malattie», «l'uomo saggio, un riferimento per la comunità», ed «è una figura ricorrente in tutte le farse campane».

La farsa «finisce con un invito rivolto a tutti i presenti a partecipare al matrimonio tra Don Annibale e Giulietta, accompagnato da una tarantella napoletana eseguita dai musicisti, sempre presenti».

Un padre interpretato da un uomo, in mezzo a uomini

I personaggi sono sei: «Don Annibale (l'amoroso di Giulietta), Giulietta (la figlia di zì' Aniello e l'amorosa di Don Annibale), Zì Aniello (il padre di Giulietta), Dottore (il medico di tutte le malattie), Pulcinella (l'amoroso di Carolina), Carolina (la serva del Dottore)».

«I personaggi erano tutti maschi poiché all'epoca era vietato alla donna recitare» — «così come nel teatro greco-romano in cui le donne non erano ammesse».

L'altro padre: Zezo

A Eboli c'è una seconda farsa, «Zezo», il cui protagonista si oppone anche lui alle nozze della figlia. «"Zezo" fu recitato in tempi assai lontani, in quanto la commedia può essere fissata tra il XVII ed il XVIII secolo.»

«L'azione si svolge quasi tutta in una modesta casa di un rione della città», e «le parole pronunziate dagli attori sono in spiccato dialetto locale, per cui chi scrisse la commediola dovette essere un autentico ebolitano». Anche lì si recitava «con l'accompagnamento della musica», e il testo «si compone di ben trenta strofe».

«Zezo non vede di buon occhio don Nicola, che gironzola attorno a sua figlia Vincenzella, e raccomanda alla moglie di avere cura perché Vincenzella è appena quattordicenne.»

«Vincenzella però ama don Nicola, il quale, pur essendo innamorato della ragazza, non lo lascia trapelare»; «Vincenzella fa capire a don Nicola che se non la sposa farà una pazzia»; e a quel punto «Zezo sentendo il proposito di sua figlia la minaccia, poi si scaglia contro don Nicola e lo bastona. Questi si arma di un fucile per vendicare l'offesa subita.»

Anche qui si finisce a nozze: «Vincenzella calma don Nicola il quale, finalmente, dichiara di essere disposto a sposarla. A questo punto ogni rancore si placa», e restano solo i preparativi delle nozze.

Una farsa senza testo scritto

La farsa di Don Annibale, in origine, «non aveva un testo scritto e veniva tramandata oralmente assecondando un canovaccio che nel tempo si è andato modificando». Non si conosce l'anno in cui fu concepita, né il nome di chi la scrisse e la musicò, ma «la struttura semplice del testo, il tema del "matrimonio ridicoloso" e l'analogia con altre cantate carnevalesche campane, fanno pensare che la farsa di donn'Annibale sia uno dei tanti esempi del teatro popolare riconducibili ai primi anni del 1700».

Recitata in strada da attori, per lo più contadini, veniva accompagnata da chitarre, clarinetti, trombe, fisarmoniche e scetavajasse. Le strofe in dialetto locale erano accompagnate «da una melodia tipica delle cantate settecentesche del Sud».

Le interruzioni e i ritorni

La farsa «subì un periodo di stasi durante la Grande Guerra; fu ripresa nel 1929, recitata come in origine fino al 1940 e, per alcuni anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale». Fu poi ripresa dai «calzolai di S. Lorenzo, piazza Pendino, via Romano, Corso Garibaldi e via La Francesca, appassionati del carnevale», come testimoniano Aniello Ferraioli e Guglielmo Toscano in un documento consultabile presso la biblioteca comunale «Augelluzzi».

Solo negli anni '70 Vito Dianese la mise per iscritto, dopo il suo trasferimento in Trentino Alto Adige: divenuto pubblico il testo, si riprese a recitare la farsa non solo a Eboli ma nel resto della piana del Sele, e allo stesso periodo risale una successiva trascrizione del poeta ebolitano Tullio Cataldo. Negli anni '90 la farsa tornò nei luoghi originari con l'oratorio di San Nicola di Schola Graeca.

Nel 2003, su iniziativa del Comune, si decise di caratterizzare il carnevale cittadino con la rievocazione della farsa popolare, e in quell'anno il maestro Vito Mercurio ne rielaborò il testo e lo musicò. Da quell'esperienza nacque l'associazione «La città di donn'Annibale». Negli ultimi anni la farsa è stata valorizzata e promossa dal Comune di Eboli e portata in scena dal Comitato di Quartiere Paterno, accompagnato dalla Banda Musicale - Città di Eboli.

Dove sta, oggi

La farsa in cui vive è quella di Don Annibale, «tramandata di generazione in generazione», che «risale ai primi anni del '700» e «veniva recitata, cantata e suonata per le piazze del paese nelle domeniche che precedevano il carnevale e il Martedì Grasso».

Chi la porta in scena oggi la considera «prima di tutto una conferma annuale della tradizione carnevalesca ebolitana», ed è «aperta a tutti gli attori amatoriali e musicanti».

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