Generale Championnet a Frosinone - Il fantoccio col piatto di fini fini bruciato al Rione Giardino
La maschera del Carnevale di Frosinone non è un contadino né un giullare: è un generale francese realmente esistito, che ogni Martedì grasso viene portato in giro ubriaco e poi bruciato. Si chiamava Jean Antoine Étienne Vachier, detto Championnet, ed è finito nel carnevale per uno scherzo che gli fecero.
Chi era, prima di diventare un fantoccio
Nato a Valence nel 1762, Championnet fu un importante ufficiale francese. Distintosi per i suoi meriti militari, nel 1798 venne nominato comandante a capo dell'Armata di Roma, il cui ruolo era proteggere l'appena nata Repubblica Romana, di stampo giacobino, dalla minaccia del Regno di Napoli.
Fu in quell'anno che la sua figura entrò in contatto con il capoluogo ciociaro, e non in modo pacifico. Fra il 1798 e il 1799 i frusinati insorsero contro le truppe d'occupazione francesi presenti in città: il 26 luglio 1798 la popolazione in rivolta scacciò la guarnigione transalpina, non potendo più tollerare le ingenti tasse imposte dopo il costituirsi della Repubblica romana. Di quell'episodio circola anche una versione più cruda, secondo cui la guarnigione francese fu attirata con un tranello presso l'attuale porta Campagiorni, intrappolata con un incendio e sterminata.
Lo scherzo del messo mandato ad Anagni
L'anno dopo, nonostante fosse ancora vivo il trauma, i frusinati vollero festeggiare ugualmente il carnevale e onorare la festa della Radeca, per esorcizzare paure e fame e per irridere i potenti. E organizzarono la beffa.
Quel giorno inviarono un messo ad Anagni, dove stazionava Championnet, annunciandogli che Frosinone si era nuovamente ribellata. Il generale si diresse in fretta e furia verso la città, alla guida dei suoi soldati, per reprimere la ribellione.
Intanto una gran folla si era radunata alle porte della città, sulla strada che viene da Anagni, seduta attorno a un'enorme tavolata. E ogni volta che si sentivano in lontananza gli zoccoli di un cavallo, la gente gridava a squarciagola: «Esseglie, esseglie… Eccuglie!» — eccolo, eccolo. È il grido che ancora oggi si sente al carnevale.
Un generale che sta allo scherzo
Quando Championnet raggiunse Frosinone si trovò in mezzo a un clima goliardico e sbeffeggiante, circondato da un popolo festante che niente aveva di bellicoso. Comprese d'essere stato burlato, ma non se la prese: scese da cavallo e, insieme ai suoi soldati, si unì ai festeggiamenti, bevendo il tradizionale vino rosso e mangiando i «fini fini», il piatto tipico di Frosinone, conosciuto anche come fettuccine ciociare.
I soldati francesi ricevettero in dono alcune botti di vino rosso, e con quelle tornarono ad Anagni. La leggenda aggiunge una coda: che la popolazione, approfittando dell'ebbrezza dovuta al vino, avrebbe poi scacciato definitivamente i francesi a colpi di Radeca.
Da uomo a pupazzo di cartapesta
Da allora Championnet divenne simbolo del carnevale, e il modo in cui lo si rappresenta è la fotografia di quel giorno: un fantoccio vestito da generale francese sbronzo, con in mano un piatto di «fini fini», satollo, che con una mano saluta la folla e con l'altra si tiene la pancia.
È una tradizione analoga all'antico uso, più a sud, di bruciare il fantoccio di Pietro Bailardo. È un grosso fantoccio di cartapesta, e nel giorno di Carnevale il generale non è soltanto quello: viene anche impersonato da un cittadino in carne e ossa. La figura è entrata nel carnevale a partire dal 1800.
Il carro chiude il corteo
Il corteo del Martedì grasso parte dalla Chiesa di Santa Elisabetta, nel rione Giardino, dove si trova la casa di Carnevale — lascito di un facoltoso frusinate, edificio che un tempo era presumibilmente una caserma. Ad aprirlo è un carretto che trasporta una botte di vino, seguito dall'asino cavalcato dal «notaro» e dai figuranti in abiti settecenteschi; poi vengono i gruppi dei rioni storici — il Giardino, il Centro Storico, La Pescara, Madonna della Neve — i rappresentanti dell'amministrazione comunale col gonfalone della città e la banda musicale.
A chiudere il serpentone urlante e festante c'è il carro, trainato da quattro cavalli, che trasporta il rubicondo generale. È l'ultimo perché è il condannato.
La radeca, la foglia che punisce
Il nome antico della festa è rimasto nel corteo, anche se il generale ne è diventato il volto: la sagoma vinosa di Championnet sfila insieme ai «radecari», che brandiscono la radeca — una foglia d'agave, pianta d'origine sudamericana nota in Europa dal XVI secolo, che nel dialetto frusinate porta questo nome ed è un antico simbolo fallico e di fertilità. Accanto a loro sfilano i «pantanari», che al posto della foglia sollevano una cima di cavolfiore, segno di appartenenza a una fascia rurale.
Chi partecipa alla sfilata senza portare con sé la radeca rischia di riceverne qualche colpo; l'usanza vuole che se ne colpiscano in testa anche i forestieri giunti in città per assistere alla festa. Ballando in cerchio al ritmo del saltarello, radecari e pantanari cantano una canzone in due tempi: prima lenta, a ricordare i soprusi subiti e l'oppressione, poi via via più allegra, a testimoniare la libertà ritrovata. La tradizione fa risalire il gesto della radeca ai riti in onore del dio Priapo celebrati in Grecia e poi ripresi a Roma nei Saturnali.
Il processo e il testamento
Al termine della sfilata si svolge il processo. Il generale, pensando che sia tutto uno scherzo, beve vino e mangia i fini fini mentre è incalzato da uno spietato pubblico ministero: l'esito è scontato, e il povero generale viene condannato a morte.
A quel punto cambia la scena. Lungo le vie del centro storico, avvolte nell'oscurità, si snoda un corteo funebre che riporta al Rione Giardino un feretro di cartapesta, con la banda che alterna una triste marcia funebre alla musica del ritornello «Essegliè». Tornati al Giardino, dove è stato allestito il rogo, il «notaro» legge il testamento del generale, sbeffeggiando i potenti come accadeva nel Settecento.
Perché si brucia
Poi il fantoccio arde. I partecipanti assistono al rogo e ogni tanto qualcuno lancia invettive contro le ingiustizie subite, augurandosi che brucino con il generale; intorno alle fiamme si forma un cerchio e comincia una danza liberatoria.
Il gesto è più antico del generale che lo subisce: il fantoccio è il «Re Carnevale» che brucia, e nell'usanza di dargli alle fiamme si rintraccia l'antichissimo rito del capro espiatorio — un percorso di morte e rinascita, fine e inizio di un ciclo. È una catarsi, dicono a Frosinone: purificazione e liberazione, per esorcizzare paure, tristezza e soprattutto la miseria. Spento il rogo, la festa continua fino a tardi con la distribuzione di vino e fini fini.