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Meo Patacca a Roma - Il nome preso dalla paga del soldato e il ciuffo nella reticella

4 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Meo Patacca è la maschera che nella commedia dell'arte rappresenta Roma insieme a Rugantino, ed è una delle maschere del carnevale romano. È uno sgherro di Trastevere, attaccabrighe e buono di cuore, che porta il pugnale nascosto nella fascia colorata che gli fa da cintura. Il soprannome viene dalla «patacca», il soldo che costituiva la paga del soldato, «corrispondente a 5 carlini».

Il signorotto del rione

Meo Patacca è «una maschera romanesca della commedia dell'arte» e rappresenta Roma insieme a Rugantino, ma il suo territorio è più stretto: è il signorotto del rione Trastevere, «quando passa lui, tutti si devono scansare rispettosamente, e quando parla... tutti devono star zitti».

Il carattere è quello dell'attaccabrighe simpatico: «sempre pronto a battersi, provoca tafferugli e risse, ma lo fa in modo simpatico»; «trasteverino, insolente, ma buono di cuore, ricorre spesso al bastone che porta alla cintura». Le raffigurazioni lo mostrano spesso con un fiasco di vino, intento a bere.

Il fongo sulle ventitré

Porta «il fongo (un cappello a larghe falde) sulle ventitré e il ciuffo di capelli raccolto nella reticella, alla stregua di uno dei Bravi di Alessandro Manzoni», con «l'elegante giacchetta di velluto a coste, la fascia colorata alla vita, i calzoni corti stretti al ginocchio, le calze color carne e le scarpe con fibbia sferragliante».

La fascia non è solo ornamento: è la cintura «nella quale è nascosto un pugnale», il coltello da «bravo». E anche il modo di camminare è descritto: va «a testa alta con aria da malandrino, fionda, saracca e pugnale al fianco, strascicando i piedi e incrociando leggermente i passi, come per falciare il terreno davanti a sé».

In altre raffigurazioni al posto della reticella porta in testa «un berretto calzato all'indietro», e le scarpe hanno «fibbie di acciaio».

Fionda a cento metri, e risposte «a ciccio di sellero»

Le armi le sa usare tutte: «si destreggia abilmente con il pugnale e con la spada, con mosse e finte da provetto spadaccino, ma anche con la fionda, con cui coglie infallibilmente nel segno persino a cento metri di distanza». Sul Campidoglio arriva perfino a vincere «con onore una giostra cavalleresca, la "Giostra del Saracino", che vede in campo i cavalieri cristiani contro i Mori».

Ma l'arma di cui il poema si compiace di più è la lingua: «va a bersaglio anche con la lingua, dando all'avversario risposte "a ciccio di sellero", con battute sferzanti e doppi sensi taglienti e mordaci». Parla con «cadenza lenta, declamatoria e un po' cantilenante», e quando arringa la folla a Campo Vaccino — «stando ritto in piedi su un tronco di colonna» — «marca le parole con il canonico raddoppio delle consonanti iniziali».

Nato in un poema del 1695

Di Meo Patacca si conosce il libro di nascita. È «Il Meo Patacca o vero Roma in feste nei trionfi di Vienna», poema in dialetto romanesco di Giuseppe Berneri (1637-1701), stampato a Roma nel 1695 «per Marc'Antonio, & Orazio Campana» e firmato dall'autore come «romano Accademico Infecondo».

La trama parte da un fatto vero: è «la storia di un baldanzoso e tracotante sgherro romano, un popolano bravo con le armi, che avuta notizia dell'assedio di Vienna da parte dei Turchi Ottomani, decide di organizzare una sua spedizione di volontari in appoggio degli austriaci». Quando si scopre che «nel settembre del 1683 Vienna è stata liberata», Meo fa il gesto di restituire il denaro raccolto per l'impresa; i nobiluomini non lo riprendono, e allora lui lo devolve ai festeggiamenti. L'assedio, però, il poema lo racconta a distanza: «l'opera di Berneri venne pubblicata la prima volta dodici anni dopo, nel 1695».

L'opera è «un poema eroicomico, scritto in 1245 ottave suddivise in XII canti», e vale anche come documento: tramanda «informazioni sulla lingua, i posti, le usanze, le abitudini ed i costumi del popolo romano dell'epoca». Quando Berneri scriveva, il personaggio «era ormai già vivo e presente nella tradizione popolare romana».

Nuccia, Marco Pepe e il Turco

Intorno a lui il poema mette tre figure fisse. La ragazza è Nuccia, «una focosa e fumantina trasteverina, gelosa e attaccabrighe».

Il rivale è Marco Pepe, detto anche Marco Spacca, «lo smargiasso spaccone, il fanfarone che sbraita, minaccia, le promette a tutti e poi, alla resa dei conti, scappa come una lepre». Il cognome tradisce la parentela teatrale: «il nome Spacca lo rivela diretto discendente della maschera del Capitan Spacca, molto in voga nel Seicento».

C'è infine il Turco, che nel racconto diventa il bersaglio della festa: «portato in giro per Roma da Meo Patacca e dai suoi sgherri romaneschi, era una specie di Re del Carnevale», impersonato «da qualche burlone scapestrato o più probabilmente dallo "scemo del quartiere"».

La censura, e i due attori che lo riportarono in scena

La fortuna del personaggio non è stata continua. «Nel Settecento, dopo un periodo di declino della sua notorietà dovuto alla censura, Meo Patacca riacquistò la popolarità nell'Ottocento, grazie a due attori che vestirono i suoi panni, Annibale Sansoni e Filippo Tacconi detto "il Gobbo"».

Nella Roma dell'Ottocento il poema circolò in «un nutrito numero di riduzioni teatrali più o meno fedeli al testo originale», da quella di Tacconi a quelle di Pippo Tamburi; poi «il tipo passò in parodie di tragedie classiche e in commedie musicali», e molte sue caratteristiche si ritrovano in Rugantino.

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