Rugantino a Roma - La scucchia lunga metà del viso, che si muoveva quando rugava
Rugantino è la maschera romana per antonomasia, personaggio del carnevale e del teatro dei burattini; a Roma, nel Lazio, il carnevale cade fra febbraio e marzo. Nato verso la fine del 1700 come caricatura di uno sbirro, deve il nome alla «ruganza», cioè all'arroganza. «Il volto lungo terminava con un mento aguzzo volto all'insù, anzi più che un mento una bazza, o meglio ancora una scucchia, così lunga da misurare più della metà dell'altezza del viso. Una scucchia che si muoveva quando rugava, che pareva quasi "cicasse".» Il corpo non era prestante, e aveva «le gambe a ciambella come l'Arco del Pantano».
Un nome che vuol dire arroganza
«Proprio alla "ruganza", all'arroganza, Rugantino deve il nome», e «rugà» significa «agire e parlare con strafottenza»: è il suo mestiere, non un difetto occasionale. La maschera è «sempre pronta a "rugare", ovvero a "fare l'arrogante", a dire la sua e a battibeccare con i suoi avversari, con sferzate e battute satiriche d'autore, tanto da diventare proverbiali in tutta Roma».
Nato come caricatura di uno sbirro
«Rugantino è una maschera nata verso la fine del 1700 da un autore sconosciuto», e nacque «come caricatura del soldataccio delle truppe d'occupazione francesi»: appare per la prima volta «sotto le vesti dello sbirro prepotente e oppressore», quello della guardia civica dell'epoca. «Appariva vestito da sbirro, a volte era addirittura il capo degli sbirri, altre volte era un brigante travestito da sgherro».
Il primo costume era «vestito alla napoleonica, con frac, panciotto e pantaloni rossi chiusi sotto il ginocchio, scarpe basse con fibbia, cappello a tricorno, da cui dietro la nuca spunta il codino, e con lo spadone al fianco», completato da «calze bianche a strisce orizzontali».
Poi il personaggio diventa «l'emblema del "paìno", il giovane popolano fanfarone, delinquente più che altro a parole»: «povero l'abito, ma pieno di baldanza: pantaloni consunti al ginocchio, fascia intorno alla vita, camicia con casacca e fazzoletto intorno al collo». In questa «versione definitiva» compare «la prima volta nel 1887, sul primo numero della rivista satirica a lui intitolata, diretta da Giggi Zanazzo».
Le prende, ma l'ultima parola è sua
Rugantino «fa l'ammazzasette e si vanta di spaccare tutto: sbraita, urla, minaccia e alla fine spesso finisce a prenderle di santa ragione». È «attaccabrighe, provocatore, bastian contrario per partito preso», con «una permalosità ed una "tigna" che lo induce a non darsi mai per vinto neanche dinanzi all'evidenza dei fatti».
I motti sono i suoi: «Me n'ha date tante, ma quante je n'ho dette!», «Mejo perde 'n amico che 'na bona risposta!», e dopo il pestaggio «Si me n'accojeva una ridemio». «Si tratta di un vero e proprio gioco di botta e risposta, in cui all'avversario toccano le risposte e a Rugantino le botte».
«Rugantino significò il coraggio civile, perché non ebbe mai paura di alcuno, fosse anche stato uno armato di stocco o di nodoso bastone… non gli importava niente prenderle, purché gli restasse un po' di fiato per dir l'ultima battuta». Non ne fa però un eroe: è «un can che abbaia ma non morde», «al fondo è anche un po' vile», ed è proprio per questo che «era assai caro al pubblico popolare, che vedeva in lui punite le smargiassate dei bulli».
Ghetanaccio, il burattinaio che diventò Rugantino
«Il più grande interprete della maschera Rugantino fu Gaetano Santangelo, detto Ghetanaccio per l'aspetto trasandato, quasi da accattone», nato nel 1782 «da famiglia poverissima a Borgo Vecchio, uno dei rioni più popolari di Roma»: con il suo «casotto di burattini» rese famosa in tutta Europa la maschera, e «per un quarto di secolo rappresentò la voce di Roma», «una sorta di Aristofane popolaresco».
Ghetanaccio usciva di casa «portandosi sulle spalle il casotto dei burattini», andava «di piazza in piazza, prediligendo specificamente Piazza Navona», e «richiamava la gente con il suono acutissimo della "pivetta" (uno strumento d'osso o di metallo, simile al fischietto usato per richiamo degli uccelli)». Poi attaccava lo spettacolo «manovrando da solo i suoi burattini, fino a sei o sette per volta, e dando la voce a tutti i personaggi della commedia» — con Rugantino protagonista e Pulcinella «l'eterno rivale».
Quando c'era «un bottegaio che rubava sul peso o sul prezzo, gli piantava il suo casotto davanti alla bottega e gli inventava lì per lì una scenetta allusiva», tanto che «veniva spesso denunciato per diffamazione e messo in gattabuia per un po' di tempo». Il personaggio ha debuttato in pubblico nel 1830, al Teatro delle Marionette di Villa Borghese; Ghetanaccio morì nel 1832.
Dal giornale del 1848 al Sistina
«Qualche anno dopo la morte di Ghetanaccio, Rugantino diventò un giornale. Lo fondò Odoardo Zuccari uscendo con il primo numero di Rugantino il 13 settembre 1848». Il numero si apriva così: «Cor cappello a du' pizzi, cor grugno lungo du' parmi, co' 'na scucchia rivorta 'nsù a uso de cucchiaro, arriva l'omo de battaglia, criticante politicone ficcanaso».
Sul palcoscenico arriva con le commedie di Augusto Jandolo nel 1925, e poi con la commedia musicale scritta da Pietro Garinei e Sandro Giovannini, che «ha debuttato al mitico teatro Sistina di Roma, il 15 dicembre del 1962». Nel 1973 la figura viene «resa immortale da Alberto Sordi nell'omonimo film».
Nella Roma papalina del XIX secolo Rugantino «vive di espedienti aiutato dalla fida Eusebia, che lui spaccia per sua sorella»; raggirano un anziano marchese e poi Mastro Titta, «il celebre boia dello Stato Pontificio, autentico personaggio storico». Poi entra in scena Rosetta, moglie «del violento e gelosissimo Gnecco Er Matriciano»: Rugantino scommette di sedurla «prima della Sera dei Lanternoni», ci riesce e se ne innamora. Quando Gnecco viene assassinato da un criminale, lui si autoaccusa dell'omicidio «onde riscattarsi», e «sale sul patibolo sostenendo la propria colpevolezza e dimostrando così, nell'affrontare la morte, di essere un vero uomo», giustiziato proprio da Mastro Titta.
Ha una compagna, Nina, «che spesso appare anche col nome di Rosetta: popolana e con la lingua lunga, piena di gioielli appariscenti. Ligia al costume e alla tradizione, dal cuore buono, litighina ma onesta, è la tipica rappresentante delle "minenti" romane». Rosetta «è fiera della sua romanità trasteverina»: «ardente del suo amore per Rosetta, il personaggio di Rugantino evolve da mascalzone a eroe».
Non esistono eventi o festività specifiche dedicate esclusivamente a Rugantino, ma la sua figura «è spesso evocata durante celebrazioni locali, eventi culturali e festival».