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La M'ntura del Bove Finto a Offida - la divisa

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

La M'ntura è la maschera di Offida, in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche: i mutandoni bianchi ornati di pizzi, con fazzoletto e cintura rossi, indossati nel giorno del Bove Finto. Chi la indossa corre dietro al bove finto per le vie del paese, istigandolo con urla e schiamazzi, finché all'imbrunire non viene simbolicamente ucciso sulla colonna del Municipio. Insieme al guazzarò, l'altra veste del carnevale offidano, è iscritta fra le maschere del Centro Nazionale di Coordinamento delle Maschere Italiane, con sede a Parma.

Le mutande delle nonne

A Offida il carnevale ha due divise, e non si scambiano mai. «Il mutandone è la divisa per il bove finto, il guazzarò è la divisa per il carnevale»: la m'ntura, chiamata anche mutandoni, è di origine più recente rispetto al guazzarò, ma da diversi decenni rappresenta la veste tipica indossata nel giorno del Bove Finto.

L'origine è domestica e senza cerimonie. Il costume del carnevale offidano non era comodo per correre dietro al bove, e allora si andava a rovistare nel baule delle donne: i mutandoni non erano altro che le vecchie mutande delle nonne, e i calzettoni erano calze femminili — una veste sicuramente comoda per correre, ma anche buffa.

Il risultato è un abito bianco con dettagli rossi. Si compone di masacca e mutandoni di tela bianca ornata di pizzi, e nelle piazze la folla si presenta con i mutandoni, una veste bianca con pizzi e merletti rossi. I mutandoni si usavano perché erano pratici per correre; poi venivano aggiunti il fazzoletto e la cintura rossi, e quelli avevano una funzione precisa: far inferocire il bove.

Una corrida senza toro

La m'ntura è l'abbigliamento più adatto per correre dietro a quello che a Offida chiamano Lu Bov Fint, il venerdì di carnevale. La tradizione locale racconta che quella divisa fu indossata perché ricordava quella che indossavano — e indossano — i ragazzi nella festa di San Firmino a Pamplona, dove i tori vengono lasciati correre per le vie del paese.

Il bove, però, non è un animale. È realizzato con un'intelaiatura di legno e ferro, rivestita di panno bianco e rosso, con coda e corna molto pronunciate, e viene portato a spalla da uomini che si alternano a correre da sotto la pancia dell'animale. Il venerdì grasso, fin dalle prime ore del pomeriggio, comincia a girovagare per le vie centrali del paese fino ad arrivare in piazza, dove la folla vestita di mutandoni lo istiga con urla e schiamazzi: è una vera corrida, in cui l'animale corre sfrenatamente per le vie e le piazze senza curarsi di incornare chi trova davanti.

Di come si costruiva il bue resta una descrizione d'archivio, ripresa da una consuetudine rintracciata nel Diario di Michele Angelini datato 4 febbraio 1887: «Prendono una scala di 5 o 6 piuoli, mettonvi degli archetti e ricopron tutto d'una coperta bianca; è il corpo del bue: all'un de' capi mettono una testa di bue dipinta ed un paio di corna», e all'altro una coda; poi «un uomo si mette sulle spalle la scala e il bue è fatto». Nel periodo postbellico la caccia al bove finto, questa volta con un bove di legno e corna vere, veniva organizzata dall'Opera Nazionale Dopolavoro.

Dagli statuti del 1524 al bue vero

La divisa è recente, la giornata che la richiede no. Le origini del carnevale offidano risalgono ai primi del 1500: negli statuti di Offida, gli STATUTA OPHYDANORUM scritti nel 1524, si parla di concedere al popolo una giornata di vacanza ai funzionari per il giorno del giovedì grasso e la grazia della sospensione dell'amministrazione della giustizia nella settimana di carnevale. Fra le pagine di quegli antichi statuti comunali il 1524 figura come il primo anno in cui, ufficialmente, la tradizione tipicamente offidana risulta attestata; e le feste carnevalesche offidane sono documentate almeno dai primi decenni del '500, presumibilmente dopo la fine della peste del 1507.

Il gioco del toro, però, ad Offida è più antico degli statuti: lo testimoniano gli antichi registri contabili della città di Fermo risalenti al 1445-1460, dai quali si evince con chiarezza l'acquisto di uno steccato per il bove. E fino al 1819 il bue era vero, come attestato da alcuni testi. La caccia al bue continuò certamente fino al 1834 e fu soppressa, ancora in epoca pre unitaria, al tempo della Repubblica Romana del 1848-49: l'ultima caccia avvenne il 14 novembre 1849, e l'autorità ordinò da allora che le bestie si tenessero solo nel Macello.

Le corna contro la colonna

La corsa ha una fine precisa, e la segna il buio. All'imbrunire il bove viene simbolicamente ucciso facendo toccare le corna sulla colonna del portico del Municipio, che ancora oggi reca il gancio a cui, nel passato, veniva legato il bue vero.

È un gesto che conserva la memoria di un sacrificio antico, ma depurato dalla violenza: da quando il bue vero è stato sostituito, si usa un fantoccio e si dà la caccia al bove finto.

Da lì in poi la giornata cambia registro. Ucciso il bove e copertogli il muso con un fazzoletto rosso, comincia la processione per le vie del paese con Lu bov fint come trofeo, al canto di «Addio Ninetta addio», inno ufficiale del carnevale offidano: il titolo fu modificato da «Addio mia bella addio» — canzone scritta da Carlo Bosi per coloro che combatterono le guerre per l'indipendenza — in onore delle donne offidane, e viene suonata in tutte le manifestazioni del carnevale. Il percorso è sempre lo stesso: da Piazza del Popolo per il Corso Serpente Aureo, Piazza della Libertà, Via Garibaldi, Via del merletto, Piazza Vallorani e ritorno in Piazza del Popolo.

Il bove piccoletto, nato nel 1980

Chi indossa i mutandoni non ha per forza l'età per stare nella bolgia del pomeriggio, e per questo esiste un secondo bove. Il bove «piccoletto» è nato nel 1980, in seguito a una mascherata fatta l'anno precedente il giovedì grasso: nacque per i ragazzini che non potevano partecipare il pomeriggio e in seguito, invece, come scappatoia alla bolgia pomeridiana.

All'inizio il bovetto era tutto di legno, ma oltre a essere pericoloso era estremamente fragile; così fu ideato un bovetto tutto in alluminio e interamente ricoperto di gommapiuma, per proteggere i ragazzi delle elementari e delle medie — e quello per i bambini dell'asilo è ancora più piccolo. Il muso è opera dello scultore offidano Aldo Sergiacomi.

Due vesti al Centro delle Maschere

Le due divise offidane hanno ottenuto un riconoscimento fuori dal paese. Sia lu Guazzarò, antica e tradizionale veste carnascialesca, sia la M'ntura, di origine più recente ma da decenni veste tipica del giorno del Bove Finto, sono state iscritte tra le maschere del Centro Nazionale di Coordinamento delle Maschere Italiane, con sede a Parma, nella categoria delle maschere allegoriche italiane. Per l'occasione l'architetto Marcelli ha realizzato un logo da applicare sulle due maschere carnevalesche tipiche di Offida.

Le due vesti corrispondono ai due momenti in cui si articola il carnevale offidano, riti antichi e quasi bacchici di liberazione: il Bove Finto del venerdì grasso, e i Vlurd del martedì, i fasci di canne accesi portati a spalla dagli offidani nel tradizionale guazzarò. Se il Bove Finto rievoca l'antica giostra, i Vlurd evocano un arcaico culto del fuoco — e a ciascuno dei due la tradizione ha assegnato il suo abito.

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