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Marcantonio Carlavée a Varallo e la consegna delle chiavi della città

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Marcantonio Carlavèe è la maschera del carnevale di Varallo, in provincia di Vercelli, in Valsesia. Dal 6 gennaio al Mercoledì delle Ceneri governa la città insieme alla consorte Cecca: il sindaco gli consegna le chiavi durante la «Carnevalàa 'nt'la stràa», e il Martedì Grasso si cuoce e si distribuisce alla popolazione la Paniccia, un minestrone di riso e verdure. Il carnevale si chiude col processo e il rogo della maschera.

Figlio di ignoti, di professione falabracco

La maschera di Varallo ha un atto di nascita, ed è un documento comico. Nel 1897 un testamento pubblico lo descrive così: «Marcantoniu Carlavèe è figlio abortito di ignoti, di professione falabracco, nato sotto il solito cavolo e come tutti gli altri simili prodotti della bontà della valle, trasportato e allevato per carità e con elemosine cittadine nel brefotrofio comunale».

Prima ancora era una canzone. La figura di Marcantonio si incontra per la prima volta nel 1874, citata nel testo di una canzone dialettale, e le origini delle maschere del carnevale varallino vanno cercate a partire dalla seconda metà dell'Ottocento.

Nella genealogia popolare, però, i genitori ce li ha. È il re dei Dughi e dei Falchetti — gli abitanti di Varallo nuovo e di Varallo vecchio — e dei Mecchi, ed è nato dalla Veggia Pasquetta e dal Vecchio Bacucco.

All'inizio non era nemmeno un uomo: la maschera era simboleggiata da un pupazzo che veniva bruciato sul carro. La prima interpretazione da parte di una persona in carne e ossa risale al 1905, quando Cleto Imazio, fratello del poeta detto «Cliss», ne vestì i panni. Oggi chi lo ha interpretato entra nella Confraternita dei Marcantonio.

Le chiavi della città consegnate dal sindaco

Il carnevale di Varallo comincia con un rogo, e il rogo è quello di sua madre. Il 6 gennaio, giorno dell'Epifania, dopo una sfilata viene condotta al rogo la Veggia Pasquetta per «nefandezze inenarrabili», come recita l'editto: il fuoco si accende sul greto del torrente Mastallone, e da quel momento la città cambia governo.

Il passaggio di poteri è letterale e si celebra in piazza. Durante la «Carnevalàa 'nt'la stràa», la festa per le strade e le piazze di Varallo, il sindaco consegna le chiavi della città a Marcantonio: una cerimonia che mette simbolicamente nelle mani della maschera le sorti della città per tutto il periodo del carnevale.

Da lì Marcantonio governa, e non lo fa solo sfilando. Visita i suoi sudditi più anziani e quelli più bisognosi, e per un giorno diventa «insegnante di Carnevale» nella scuola primaria, per tramandare ai più piccoli lo spirito e le tradizioni della festa.

La Cecca, che per mezzo secolo fu un uomo

Al fianco del re c'è la consorte, la sua amata Cecca, scelta ogni anno fra le ragazze di Varallo. La sua identità è un segreto tenuto fino all'ultimo: viene svelata al pubblico durante il «Ballo della Cecca», la serata di gala che i cittadini aspettano per conoscere la nuova regina.

Non è sempre stato così, e la storia della Cecca è la più curiosa di tutte. Per oltre mezzo secolo la maschera femminile è stata interpretata da un uomo travestito: nel 1905, accanto a Cleto Imazio, la Cecca era l'avvocato Vincenzo Negri. Solo nel 1948 il ruolo passò a una donna, la signorina Valeria Zanone della Crosa.

Il nome del ballo viene dal dopoguerra, quando si prese l'abitudine di eleggere la maschera durante il veglione che precede la patronale di San Gaudenzio. E attorno alla coppia c'è una corte intera: il Gran Ciambellano, il Capo delle Guardie, le Guardie, le Damigelle, i Dignitari e il frate confessore, che perdona tutte le marachelle di Marcantonio.

Calze a righe e cilindro rosso

Il costume si legge come una carta d'identità, e un pezzo racconta la festa stessa. Marcantonio indossa una giacca rossa, un papillon verde e un gilet con i bottoni verdi, che riprende la divisa dei cuochi della Paniccia: il re veste come chi cucina per il paese.

Il resto è settecentesco e vistoso. Porta una parrucca con boccoli laterali e codino sul retro, pantaloni verdi che arrivano sotto il ginocchio e le inconfondibili calze a righe orizzontali rosse e bianche.

Nelle uscite non manca mai il resto dell'insegna: il mantello bianco e l'insostituibile cilindro rosso, che sventola sovente in aria in segno di allegria e di saluto alla popolazione. Completa la divisa la storica bandoliera, le cui effigi sono quelle della famiglia D'Adda, nobile famiglia varallina.

Dalla legna di Crevola ai pentoloni

Il lunedì grasso il paese va a prendere la legna, e ci va in corteo. È la «Giornata della Legna»: le maschere e moltissimi cittadini si recano nella vicina frazione di Crevola, con tanto di banda, per ritirare la legna necessaria a cuocere la Paniccia del giorno successivo. Ai bambini, lungo il percorso, si distribuisce la «Micca n'sucraa».

La sera si balla fino a tardi: il «Bal d'la Lum» è il ballo in maschera che richiama migliaia di persone da tutta la valle e finisce a notte fonda.

Il giorno dopo si accende il fuoco sotto i pentoloni. La Paniccia è il piatto tipico del Carnevale di Varallo: un ricco minestrone di riso e verdure cotto sul fuoco dentro grandi pentoloni, preparato il Martedì Grasso in piazza San Carlo e distribuito alla popolazione. E il motivo per cui si fa non è gastronomico: si distribuisce secondo l'antico spirito filantropico e solidale che un tempo garantiva un piatto caldo a tutti, soprattutto poveri e carcerati.

Prima ancora, il giovedì grasso, c'è la Giobiaccia: Marcantonio passa l'intera mattinata con tutti i bambini di Varallo, e nel pomeriggio si vende per le vie la «Canzun d'la Giobiaccia», scritta in dialetto sin dal 1866 con intenti di satira e derisione dei fatti locali.

Il processo e il rogo sul ponte

Il regno finisce come è cominciato, con un fuoco — ma stavolta tocca a lui. La sera del Mercoledì delle Ceneri Marcantonio viene processato all'interno del locale teatro satirico varallino, in uno spettacolo in cui ogni anno la maschera cerca di sfuggire al suo inevitabile destino.

La sentenza è sempre la stessa. Al processo seguono la fiaccolata e il rogo del fantoccio della maschera sul ponte Antonini, che chiude il periodo di festa e apre la Quaresima.

Il carnevale si era aperto col rogo della madre, la Veggia Pasquetta, e si chiude col rogo del figlio.

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