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Carnevale di Misterbianco - Sfilata di oltre 150 maschere storiche

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Carnevale di Misterbianco si tiene in provincia di Catania dal Giovedì Grasso al Martedì Grasso. Nasce intorno agli anni Quaranta del Novecento da «a Mascara», farse dialettali recitate a soggetto nei quartieri più antichi del paese. Oggi si chiude con la sfilata dei carri allegorici e la premiazione del costume più bello in via Gramsci.

Le farse nei quartieri e i maccheroni a sette buchi

Tutto comincia da una parola in dialetto: «a Mascara», le Maschere. È una tradizione affine alla commedia dell'arte siciliana, e da lì nasce, intorno agli anni Quaranta del Novecento, il carnevale di Misterbianco. Erano compagnie teatrali amatoriali del posto, improvvisate, che si esibivano in farse singolari e grottesche: gli attori rappresentavano situazioni e persone in maniera caricaturale, e i termini dialettali rendevano ancora più colorita la macchietta.

La scena erano i quartieri più antichi e popolari del paese. Il debutto cadeva la domenica di carnevale, e ad accogliere lo spettacolo c'erano migliaia di misterbianchesi che si riversavano nelle strade appena finito il pranzo. Quel pranzo era sempre lo stesso: salsiccia e «maccaruni a setti puttusa», i maccheroni con sette buchi.

Nella Mascara si intrecciavano personaggi noti in paese, che seguivano un canovaccio scritto rigorosamente in vernacolo e affascinavano il pubblico da veri istrioni, con trovate, doppi sensi e dicerie. Negli anni del dopoguerra questi poeti dialettali ripresero la rappresentazione con più vigore, aggiungendo alla satira di costume i mutamenti sociali, culturali ed economici seguiti agli eventi bellici.

I tambureddi, i fistini e il ballo in piazza

In tempi segnati dalla povertà l'unica oasi di divertimento restava il carnevale, e per travestirsi bastava uno straccio vecchio: era una rara occasione in cui nessuno si sentiva povero. Fu in quel periodo che nacquero «i tambureddi», locali da ballo al chiuso ricavati dentro le modeste case di allora. Lì, dalle prime ore del pomeriggio, giovani e meno giovani si immergevano nella festa rigorosamente mascherati, accompagnati dalle musiche di tamburini e fischietti o dal suono di un grammofono a tromba.

Negli anni Cinquanta i tambureddi diventarono «i fistini», locali notturni approntati per l'occasione in quasi tutti i quartieri del paese, dove la musica e la danza duravano l'intera notte. Questi veglioni frequentatissimi erano preceduti dal ballo in piazza, che fino agli anni Settanta restò il protagonista assoluto del carnevale misterbianchese: un palcoscenico senza confini che accoglieva indigeni e forestieri in un festino sotto le stelle.

Ogni sera i giovanotti del paese aspettavano ai bordi della piazzetta, come esposti in vetrina, che fossero le ragazze a invitarli a ballare. Le donne indossavano il «dominò», una tunica con mantello di raso nero, cappuccio, maschera e veletta, un costume che le rendeva assolutamente irriconoscibili. In quel periodo dell'anno erano loro a condurre il gioco e a prendere qualunque iniziativa. Venivano chiamate «le babbalute», le donne incappucciate, e di solito sfruttavano l'occasione per giocare con l'arte della seduzione, per liberarsi da ogni forma di inibizione e per rivendicare una libertà spesso mortificata.

Il giovedì delle commari e la cuppiata del Martedì Grasso

C'è un giorno che appartiene alle donne, e viene prima del Giovedì Grasso: è il giovedì delle commari. La tradizione voleva che le donne dei vari quartieri si riunissero quella sera, indossassero il dominò con la mascherina che copriva il volto, e andassero tutte insieme in piazza per il ballo di carnevale. Nel carnevale d'altri tempi quel giorno si aspettava: le donne andavano in giro a farsi visita per spettegolare e mangiare assieme, ma soprattutto per sognare nuovi amori, consolidare vecchie amicizie e crearne di nuove.

Il Martedì Grasso aveva un fascino tutto suo, e si chiamava «cuppiata»: il lancio di uova, cannoli e panzerotti. I personaggi storici del carnevale e i tanti paesani che avevano il senso dell'improvvisazione innato si scatenavano in una vera battaglia, che cominciava nelle prime ore del pomeriggio e finiva all'imbrunire, mietendo vittime soprattutto fra gli ignari forestieri e imbrattando i muri.

Erano gli anni anche dei «Callà..uss!», quando i giovani, nella settimana grassa, si avvicinavano furtivamente alle spalle dei passanti e ne sporcavano i vestiti con gessetti farinosi. E c'era «a' ntinna», l'albero della cuccagna: un palo unto di grasso e sapone, con appesi in cima prosciutti, salsicce e altri premi alimentari. Per scalarlo i concorrenti si organizzavano a squadre, si disponevano a piramide e si aiutavano con cenere e farina per attenuare la scivolosità dell'antenna.

Il rogo del Re Carnevale

Prima delle ceneri si bruciava il Re Carnevale, ed era un rogo purificatore. Il fantoccio era un pupo di pezza fatto con fieno e paglia, vestito con vecchi stracci e agghindato a festa con collane di salsicce; nei giorni precedenti era facile vederlo sul tetto, nel cortile o sul cancello delle case. La fiammata che sprigionava era una sorta di liberazione dagli eccessi alimentari e amorosi commessi durante quel periodo, un atto liberatorio che pareva incenerire le colpe accumulate nei giorni carnascialeschi.

Il carnevale, del resto, cominciava presto: a metà gennaio, dopo il giorno 11 — in ricordo del terremoto del 1693 che aveva distrutto il Val di Noto — oppure dopo il 17, festa liturgica di Sant'Antonio Abate. Da lì in tutti i paesi siciliani si viveva intensamente la preparazione alla festa più pazza dell'anno: scherzi, lazzi, miniminagghi, travestimenti, babbaluti, gruppi in maschera, carri scenografici e personaggi mitici.

Il 1981, i carri e le sfilate di oggi

Con la fine degli anni Settanta molte di quelle consuetudini scomparvero, e cominciò a emergere la forma che il carnevale ha adesso. Qualche sparuto gruppo prese a organizzare le «maschere spontanee» e a farle sfilare per le strade del centro storico; nacquero i primi rudimentali carri e i prototipi dei primi costumi.

Gli anni Ottanta segnarono la svolta. Grazie all'intuizione dei soci del CUP, il Circolo Universitari e Professionisti, apparvero per le vie del paese i primi fantasiosi costumi, che in breve tempo rimpiazzarono i veglioni, il ballo in piazza e l'uso dei luccicanti dominò. Il 1981 può essere definito l'anno zero del carnevale misterbianchese: pionieri della storica sfilata furono alcuni amici che facevano capo a Turi Campanazza e Tanino Squadrito, i primi capi popolo della cittadina, che percorrendo un tratto di via Garibaldi presentarono l'uno «Old West» e l'altro «International Circazzo». Da allora le mura del centro storico hanno fatto da cornice a carovane di carri scenografici e costumi.

Oggi le manifestazioni cominciano il Giovedì Grasso e arrivano al Martedì Grasso, alternando le sfilate in maschera ai momenti di degustazione dei prodotti tipici. Il Giovedì Grasso apre con la sfilata delle scuole della cittadina, e tutti i bambini in maschera riempiono la piazza principale; in serata si tiene la «maccarrunata», un appuntamento gastronomico alla riscoperta dei sapori tipici del carnevale. La domenica viene presentato l'annullo postale che commemora il carnevale dell'anno in corso, e la sera sfilano i gruppi in maschera e i carri allegorici lungo un percorso stabilito, lo stesso che si ripete il Martedì Grasso dalle prime ore del pomeriggio. L'evento culmine è la sfilata del Martedì Grasso in via Gramsci, al termine della quale si svolge la premiazione del carro allegorico e del costume più bello.

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