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Mastro di Campo a Mezzojuso - La maschera di cera rossa e la caduta dalla scala

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Nel resto del Palermitano è il cattivo. A Mezzojuso, il paese dell'entroterra dove ogni ultima domenica di carnevale va in scena la sua pantomima, il Mastro di Campo è l'eroe — «il prediletto della Regina, che lo preferisce al suo stesso re» — e sono gli spettatori a fare il tifo per lui.

Un volto di cera rossa

Il personaggio si riconosce prima ancora di muoversi. Porta «una maschera di cera rossa con il naso adunco ed il labbro inferiore prominente», e sotto una camicia bianca «piena di nastri colorati», pantaloni e mantello rossi; alcune descrizioni gli aggiungono un cappello dello stesso colore.

Il suo corteo parte «dalla scuola elementare situata all'altro capo del paese» e attraversa Mezzojuso col tamburo davanti; con lui camminano il Tammurinaru, l'Ambasciatore, il Capitano d'artiglieria, il Barone e la Baronessa sui loro asini, la Cavalleria e Garibaldi con i suoi Garibaldini, che sono «un plotoncino di ragazzini». In piazza arriva in sella a un cavallo, e da lì in poi non sta più fermo: seguendo «il ritmo marziale di un grosso tamburo» si dimena e si agita, con la testa alta, il braccio sinistro al fianco e nel destro «una leggera e piccola spada di legno».

Chi sta dietro la maschera

La figura è la parodia di una persona vera. Il Mastro di Campo «rappresenta, in forma parodistica, Bernardo Cabrera, conte di Modica», il gran giustiziere che, «invaghitosi della regina Bianca Navarra, cercò di sottrarla al castello di Solanto dove si era rifugiata».

La vicenda a cui il paese si richiama è la notte del 12 gennaio 1412, quando il conte tentò di costringere la viceregina, vedova di Martino il Giovane, ad accettare la sua proposta di matrimonio. La differenza fra la storia e la festa è tutta in un punto, ed è il punto che regge lo spettacolo: nella realtà la regina non ne voleva sapere, nella pantomima lo ricambia.

Il Cabrera diede l'assalto al castello di Solanto, ma la viceregina riuscì a fuggire in tempo. A Mezzojuso la pantomima si rappresenta almeno dalla metà del XVIII secolo; il suo antenato palermitano, il gioco popolare chiamato «Atto di Castello», è dello stesso secolo e lo documentano il marchese di Villabianca e Giuseppe Pitrè. Nella tradizione più antica il Re era il padre della Regina; con il tempo il popolo lo ha creduto suo marito.

La sfida, e la danza dentro il cerchio

L'azione comincia con una lettera. Il Mastro di Campo scende da cavallo, si consulta con gli Ingegneri — quelli che hanno misurato la piazza «armati di cannocchiale» e di «un enorme compasso» — e manda «con l'Ambasciatore una lettera di sfida al Re», che «risponde sprezzantemente»: un altro messaggio in cui «chiarisce che non rinuncerà mai a sua moglie senza combattere».

Da quel momento è guerra, e la guerra del Mastro di Campo è una danza: «afferra la spada, fa un salto dentro al cerchio precedentemente disegnato per terra dagli Ingegneri e inizia una danza guerresca ritmata dal tamburo», con piccoli salti in avanti, indietro e piroette, «mandando ogni tanto segnali d'amore alla regina». Quando vuole guardarla meglio, gli Ingegneri gli porgono il cannocchiale.

Il pecoraio che gli sbarra la strada

Il suo vero avversario non è il Re. È il Pecoraio, «un figurante rivestito di pelli di pecora» che «simboleggia il diavolo»: balla davanti a lui senza smettere, gli impedisce di arrivare alla scala e a un certo punto gli getta addosso un maleficio, poi cade a terra tremante con le braccia aperte. Il Mastro di Campo si spaventa, si avvicina, «lo tocca con la punta della spada e immediatamente indietreggia», infine «va per infilzarlo, lo scavalca e riprende» la sua danza.

Al castello — che è un palco di legno in piazza Umberto I — si sale in due modi: dalla scala a pioli davanti, dove nel primo tempo affronta due volte il Re senza risolvere niente, e dalla «scala fausa» dietro il palco, quella dei suoi incontri «brevissimi e furtivi» con la Regina.

La caduta

Poi arriva il momento che dà il nome a tutto il resto. Nel duello centrale il Mastro di Campo viene colpito alla fronte dal Re con una sciabolata: «il tamburo suona a rullo, il generale tutto tremante allarga lentamente le braccia che iniziano a vibrare e si lascia andar nel vuoto, preso al volo da una ventina di persone che nel mentre si sono raccolte sotto».

Creduto morto, viene portato via oltre il portone del Castello di Mezzojuso, quello vero, e con lui spariscono i personaggi del suo seguito; il Barone e la Baronessa, ritenuti suoi parenti, mettono il lutto.

A rimetterlo in piedi sono i Maghi: tolgono l'incantesimo, scavano sotto il castello e trovano la trovatura, un «cantaru» — un pitale — pieno di maccheroni e salsiccia che mangiano con le mani al grido di «forio forio», offrendone alla folla.

Quando si toglie la maschera

Nella seconda parte il Mastro di Campo torna guarito, e la battaglia riprende identica, con la cavalleria che lancia confetti — a Mezzojuso se ne comprano «ben 700 chili» per la guerra di confetti — e i Garibaldini che assalgono i Mori a guardia del palco: la comparsa dei Garibaldini nella pantomima risale alla fine dell'Ottocento, quando in scena apparve un figurante vestito da Garibaldi, dopo la sua visita a Mezzojuso nell'agosto del 1861. Poi il Re, «acceso d'ira», fa fuori l'Artificiere, e quello è l'errore che lo perde.

«Il Mastro di Campo e i Garibaldini salgono furtivamente per la solita scala fausa», circondano la Corte e incatenano il Re. Solo allora, «tolta la maschera», il protagonista abbraccia la Regina. Il corteo sfila per le vie del paese, lui porge il braccio a lei, e il Re cammina in catene.

Un costume che i bambini chiedono per carnevale

La maschera è talmente di casa che a carnevale i bambini di Mezzojuso «non vanno alla ricerca del costume di Pulcinella, di Arlecchino o di Topolino»: preferiscono il vestito di Mastro di Campo, commissionato dai genitori alle sarte locali. Per loro c'è anche una versione dedicata della pantomima, il «Mastro di Campo dei piccoli».

Nel paese esiste poi un museo che gli è intitolato — una mostra permanente sui Carnevali Storici di Sicilia — dove sono conservati alcuni dei costumi più rappresentativi, una raccolta fotografica e bibliografica e la videoproiezione dell'intera manifestazione.

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