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Scacciuni a San Filippo del Mela - Il cappello conico di oltre un metro e il nerbo di vitello

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Lo Scacciuni è la maschera di San Filippo del Mela, in provincia di Messina, in Sicilia, e sfila a carnevale, fra febbraio e marzo. «L'elemento più caratteristico è il lungo cappello a cono alto più di 1ml, costituito da un'anima di canna e rivestito da stoffa pregiata, ornato da merletti e pietre preziose, e dalla sommità partono una miriade di nastri colorati lunghi fino ai piedi.» In mano tiene «u nerbu di viteddu», che è «il prolungamento del pene di vitello essiccato, attorcigliato e trattato al sale», poi «rivestito da nastri colorati».

Il 1544, e i costumi presi ai vinti

La storia che gli Scacciùni rievocano ha una data: la tradizione locale la colloca nel 1544, quando un'orda di turchi, sbarcati «a Saja» — l'odierna frazione di Archi del comune di San Filippo del Mela — prese la strada verso Santa Lucia del Mela, su per il monte Makkarrùna. Il condottiero è «Ariadeno (Khayr al-Dīn) Barbarossa, Ammiraglio dell'imperatore Solimano I Ottomano, partito da Tolone con la sua flotta», una campagna storicamente accertata, anche se «a Cattafi il nome del condottiero viene reso "Hjerddis/Hjerdiss" Barbarossa».

«Sulla via dell'antica strada Cucugghiàta, che ancora oggi collega Archi e Cattafi, un manipolo di contadini di Cattafi "armati" di soli attrezzi di lavoro» — vanghe, tridenti, bastoni, altrove zappe e picconi — «respinse i turchi costringendoli a riprendere la via del mare». A dare la spinta decisiva fu «l'arrivo provvidenziale della cavalleria del barone Balsamo», che «permette loro di contrattaccare e respingere i nemici sino al mare, dove rapidamente fecero vela, lasciando sul campo molti morti».

«Da quel momento prese a usarsi il termine "Scacciùni" teso ad indicare l'uomo coraggioso», «il paladino della giustizia». Da lì viene anche il costume: «in segno scaramantico, i vincitori presero ad indossare, in determinate occasioni, i costumi dei vinti». Più precisamente, «i capi benestanti della popolazione cattafese, detti come in altri luoghi i Caporioni o Capibastoni, avendo trafugate le divise dei nemici morti, avrebbero iniziato a indossarle nei giorni di festa, prendendo il nome di "Scacciuni"».

L'origine della maschera «sembra collocarsi fra il 1500 e il 1600». Sul costume c'è un dato che spiega perché quel racconto regga: «essi indossavano un costume d'origine eurasiatica», che «in nulla assomiglia ai normali costumi siciliani d'epoca».

Che cosa erano prima di diventare una maschera

«In origine gli Scaccioni erano i capipopolo»: «erano garanti della sicurezza e della giustizia, per cui infliggevano anche le pene corporali con nerbi, inoltre presiedevano ai matrimonî, garantendo la serietà degli sposi e la purezza delle spose». Erano «i benestanti del luogo, che si assumevano il compito di difendere i più deboli».

Un loro compito riguardava le nozze: «la leggenda racconta che, nel giorno del matrimonio, gli "Scacciuni" accompagnavano a suon di marranzano, tamburello e zufolo, la sposa in chiesa, ove alla presenza del corteo nuziale la consegnavano allo sposo, garanti della sua illibatezza — e «lo sposo, poi, aveva l'obbligo di appendere il "lenzuolo della prova"».

Sul loro ruolo verso i forestieri la tradizione si divide. Per una versione gli Scacciùni «scoraggiassero — con metodi invero poco urbani — finanche i tentativi dei giovanotti provenienti dai paesi vicini», perché le ragazze cattafesi «pare dovessero trovare marito solo tra i compaesani»; un'altra, «proprio opposta, li vede come garanti dei giovani forestieri che arrivavano in cerca di ragazze da sposare».

«Scomparsa la funzione antica degli Scaccioni, il loro ricordo è rimasto nella forma di figure rituali che si manifestano ogni anno a Carnevale».

Come si vestono, e come ballano

Il resto del costume comprende «un gonnellino indossato a ridosso di un pantalone corto al ginocchio di tessuto pregiato ed ornato da passamanerie colorate e pietre di pregio, una camicia bianca sulla quale si incrociano nastri multicolori, una mantellina anch'essa di stoffa pregiata», e poi «guanti, calze lunghe e scarpe bianche». «Uno tra i primi costumi realizzati, tramandato da generazione in generazione ed ancora in uso, risale a circa il 1965/1967.»

In sfilata gli Scacciùni «si materializzano nel giorno del carnevale, sempre in numero dispari», e «con precise coreografie ballano al ritmo vertiginoso della tarantella, brandendo i loro "nèrbi" per proteggere la "Fioraia" e l'intera Màschira, rendendola inaccessibile a chiunque».

«Potrebbe capitare di venire pizzicàti dal "nèrbu d'ù scacciùni": ciò accade allo spettatore disattento quando "passa a Màschira", o allo sprovveduto che tentasse di attraversarne la sfilata».

La Fioraia, e chi comanda il ballo

La Fioraia «è il nucleo della Màschira, simbolo di gioventù, bellezza e femminilità»: è «scortata dal Capuscacciùni, l'unico autorizzato a ballare in coppia con lei, e circondata dagli altri Scacciùni che le ruotano intorno in segno di protezione». Si riconosce «per il cesto di viole che porta al braccio e che distribuisce al pubblico su comando del Capumàschira: "Fioraia! Fai il tuo dovere!!!"» — il suo compito è «donare i fiori ad alcune fanciulle scelte nel pubblico con auguri d'amore».

Il Capumàschira è «il "màstru ì ballu", responsabile della contradanza e in costante contatto con la Prima Coppia e il Maièstru, capo dei musicanti»; la Prima Coppia «dà avvio alle coreografie»; i musicanti suonano «chitarra, mandolino, fisarmonica, tamburello e friscalèttu di canna». Quando la sfilata si ferma — le soste si chiamano «I Fimmàti», e i figuranti «sono invitati al tavolo delle libagioni dai residenti» — a rimetterla in moto è un grido: «Dalla prima coppia….a passeggiu!».

Chi cammina con loro

Gli Spazzìni «precedono la Màschira, spazzando i luoghi dove si balla», e sono protagonisti di scenette come 'a Ronda; i Buffùna «improvvisano sketch comici e scherzi per divertire il pubblico»; i Ciusciacanìgghia sono «cacciatori di frodo del coriandolo» e «sparano "canìgghia" — mangime per animali — con fucili modificati, prendendo di mira il pubblico con audaci manovre».

Ci sono poi la Dàma, «interpretata da uomini travestiti come la Fioraia», che «non indossa maschere ma mostra il "viso pulito"», con «abiti di raso o stoffe pregiate, scialli variopinti e un fazzoletto in testa»; e il Cavalèri, «in abito scuro, cappello nero, camicia bianca e cravatta», «figura d'esperienza» che «conduce la dama seguendo le coreografie». «Tutte le figure femminili, eccettuate le leggiadre "Fimmine" di recentissima istituzione, sono interpretate da uomini, secondo l'usanza dell'antica esclusiva maschile sulla recitazione.»

La Màschiredda «rappresenta il futuro della Màschira», con «ragazzine e ragazzini in costumi da contadini» che ballano la tarantella «affiancati dagli Scacciuneddi, giovani aspiranti Scacciùni». E negli ultimi anni è stato introdotto il Corteo Storico, «che include figure come il Barone Balsamo di Camastrà, la Baronessa e un gruppo di contadini»: in apertura «si vede incedere in abiti rinascimentali sontuosi la corte del Barone di Cattafi».

A tenere insieme tutto è «l'Associazione Culturale Danze e Musiche Popolari A Màschira», che «promuove e diffonde la pluricentenaria tradizione popolare della frazione Cattafi di San Filippo del Mela».

Che cosa ci leggono gli studiosi

Sul significato della pantomima è stata proposta una lettura. «Il Carnevale, collocato in febbraio, che anticamente era l'ultimo mese dell'anno, ha il senso d'una festa di Capodanno», e «il tema è la fertilità».

In quella chiave «la Fioraia sembra una sacerdotessa, o una personificazione stessa d'una dea della terra, che donando alle giovani donne i suoi fiori, simbolo di vita, augura loro prosperità»; gli Scaccioni le fanno da «sacerdoti o guardiani», e i loro copricapi a punta — «come i cappucci dei membri delle confraternite in Settimana Santa» — «si richiamano all'intento d'incanalare le forze celesti e divine». Brandendo «quelli che storicamente rappresentano (ma non sono più) peni bovini», compiono «un gesto che serve a spargere fertilità attorno a loro ed è affine ad alcuni usi arcaici», come le Lupercalia romane. E la scopa degli Spazzìni prepara «un percorso che assume tutte le connotazioni d'uno spazio sacro ove si tiene un rituale».

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