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U Baruneddu ad Acireale - La maschera che irride i nobili

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

U Baruneddu è una delle maschere del Carnevale di Acireale, in provincia di Catania, in Sicilia, che si tiene fra febbraio e marzo. Era un pezzente acese che prendeva in giro i nobili della città vestendone la parodia: abito verde, grosso cappellone a cilindro, nastrini sgargianti e toppe attaccate un po' ovunque. Al plurale, i Baruni, comparvero all'inizio del 1700, come maschera successiva dell'Abbatazzu.

Un pezzente vestito da barone

La maschera che dà il nome a questa tradizione non è un personaggio di fantasia. U Baruneddu era un personaggio storico acese che aveva l'intento di prendere in giro i nobili della città, nonostante lui fosse un pezzente e soprattutto avesse un atteggiamento da bifolco.

Tutta la sua comicità sta nel vestito, e nel modo in cui il vestito sbaglia. La maschera era costituita da un costume rassomigliante a un abito nobiliare ma chiaramente irridente: il personaggio indossa un abito verde, un grosso cappellone a cilindro, nastrini sgargianti e delle toppe attaccate un po' ovunque.

È la parodia fatta con gli stessi materiali dell'originale. Le toppe dicono chi è davvero chi la indossa; il cilindro e i nastrini dicono chi vorrebbe sembrare. Al plurale, nelle cronache del carnevale acese, sono i Baruni: all'inizio del 1700 fecero la loro apparizione altre maschere come i "Baruni", che con i loro costumi simili agli abiti dei nobili prendevano in giro l'aristocrazia, e emersero nel Settecento come evoluzione naturale volta a schernire l'aristocrazia nobiliare.

Prima di lui c'era l'Abbatazzu

Il Baruneddu non è la prima maschera satirica di Acireale: fu la maschera successiva del più famoso Abbatazzu, e per capirlo bisogna tornare al Seicento.

Nel 1667 comparve in Sicilia la maschera dell'Abbatazzu, con l'intenzione di fare il verso ai nobili e ai membri del clero: portando un grosso libro e facendo finta di leggere, in realtà sentenziava battute satiriche. Vestiti in maniera stravagante, usavano portare grandi parrucche bianche in testa, e indossavano abiti di Damasco ricchi di fronzoli.

C'era anche un dettaglio che oggi sfugge e che allora era comprensibilissimo: avevano un grande tovagliolo appeso al collo, che era un antico segno dato alle persone infette. E c'era un soprannome che dice il mestiere: l'Abbatazzu era anche detto Pueta Minutizzu, perché soleva recitare delle poesie grottesche e maliziose.

La cosa notevole è chi diede il permesso. Fu il Vescovo di Catania Bonadies ad autorizzare che si facesse satira — e si racconta che la satira della maschera era ferocemente diretta contro la classe clericale, e in particolar modo verso monsignor Michelangelo Bonadies.

Accanto a queste due maschere ne circolava una terza, che serviva all'opposto: i "Manti" avevano il compito di mantenere in anonimato chi li indossava. Furono la figura che ebbe più successo nella tradizione del carnevale acese, coperti da grossi mantelli di seta nera che celavano l'identità, ispirati alla bautta veneziana. La figura fu poi sostituita nel tempo dal Domino, una maschera completamente nera che celava l'identità, ma con vesti meno ricche. Molto più tardi, negli anni cinquanta del XX secolo, i personaggi popolari sarebbero stati altri: Cola Taddazzu, Quadaredda e Nunziu Setti Cappeddi.

Il bando del 1612 contro il lancio delle arance

Il Carnevale di Acireale ha origini molto antiche: le prime notizie risalgono al '500, anche se in realtà non si trattava di una vera e propria manifestazione organizzata.

All'inizio non erano le maschere, ma gli agrumi. Nel 1600 si diffuse l'usanza di organizzare vere e proprie battaglie con lanci di agrumi, e questo gioco durò per molti anni — finché non finì male: nel 1612 un Bando della Corte Criminale di Jaci vietò categoricamente ai cittadini di giocare al tiro di arance e limoni durante il periodo di "carnelivari", a causa di gravi incidenti che si erano verificati.

Da lì il carnevale prese la strada che lo ha reso famoso: durante il corso del 1600 il Carnevale costituì l'unico periodo in cui ci si dedicò alla satira, allo scherzo e alle maschere.

Poi arrivò la catastrofe che a queste latitudini divide la storia in due. A seguito del devastante terremoto del Val di Noto del 1693, che decretò un prolungato periodo di lutto e di sospensione, la tradizione rinacque nei primi anni del XVIII secolo, e il Carnevale trasse nuova linfa dal fermento e dalle speranze legate alla rinascita post-sisma, che aveva ridisegnato la città nell'inconfondibile stile del Barocco siciliano. È esattamente il momento in cui compaiono i Baruni: la città si ricostruisce barocca, e in mezzo alle facciate nuove sfila un pezzente vestito da nobile.

Dai buoi ai fiori freschi

Il carnevale che il Baruneddu ha attraversato è cambiato molto attorno a lui. Nel 1800 si arricchì con l'ingresso dei nobili — i laudans — che parteciparono con le loro carrozze addobbate alle sfilate, lanciando confetti colorati: gli stessi nobili che la maschera prendeva in giro entrarono nel corteo.

Nel 1880 gli artigiani acesi iniziarono a produrre i primi carri allegorici, che tirati dai buoi sfilavano per le strade della città. E poi arrivò l'invenzione per cui Acireale è conosciuta: la città ebbe il merito di aver creato i "carri infiorati": autovetture ricoperte di fiori, che si sono poi evolute in monumentali sculture composte da centinaia di migliaia di fiori freschi.

Restano infine i giochi, che erano la parte popolare della festa: la "'ntinna", un albero della cuccagna nostrano; "a manciata nta maidda", dove i giocatori con le mani legate dietro la schiena dovevano mangiare dentro una maidda ricolma di maccheroni al sugo, salsiccia e polpette; il gioco "du tavulazzu" e la corsa coi sacchi. Giochi in cui si finisce sporchi e ridicoli — la stessa materia di cui è fatto il Baruneddu.

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