Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Maschere » Umbria

Maschere · Umbria

Bartoccio a Perugia - Le bartocciate lanciate dal carro tirato dai buoi

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il Bartoccio è la maschera del Carnevale di Perugia, capoluogo dell'omonima provincia in Umbria, e nei giorni di Carnevale, fra febbraio e marzo, entra in città da Porta San Pietro a bordo di un vero carro agricolo trainato da due bovini, insieme alla moglie Rosa. Sul carro declama le bartocciate — satire di costume e denunce sociali in rima e in dialetto perugino — che vengono distribuite in omaggio su un foglio volante, e il Sindaco gli consegna le chiavi della città. Il nome viene da Bartolomeo, e la maschera compare, come tutte le altre maschere di carnevale, nella metà del 1500.

Il contadino di Pian del Tevere

Il Carnevale di Perugia si chiama Bartoccio, e Bartoccio è l'incarnazione del contadino del Pian del Tevere, la zona agricola fra San Martino in Campo e Torgiano. Il nome deriva forse da Bartolomeo. È rozzo ma sagace, gioviale ma intriso di saggezza: il classico villano burlesco, benestante e vivace ma anche brontolone, molto conviviale e con uno spiccato accento dialettale.

Il costume è preciso e sempre lo stesso: soprabito verde con il gilet rosso porpora sotto, pantaloni di velluto neri o marroni fin sotto al ginocchio, calze rosse, scarpe nere lucide con grandi fibbie argentate e cappello a larghe tese. In mano tiene il «radicone», un grosso bastone che agita quando deve far valere le sue ragioni.

Non è solo. Con lui c'è la moglie Rosa, una bella contadina che veste ornata di gioielli e che nelle cronache è «sempre piena di brillocchi»; c'è la figlia Suntina, e c'è la combriccola dei compari, fra cui il Mencarone. Dietro il sorrisetto da simpaticone, il Bartoccio nasconde fine intelligenza e saggezza, e la sua caratteristica è raccontare la propria vita esponendo i problemi della gente e della società in cui vive; è un criticone, ed è coraggioso, perché prende le difese dei più deboli.

Dal 1521 al manoscritto del 1685

Su quando sia nato le testimonianze si dividono, e la figura stessa è forse popolare, forse inventata dagli scrittori e dai poeti cittadini, con radici nella Commedia dell'Arte. Compare per la prima volta in un testo del 1521, e con lei entra nello scenario contadino una nuova figura: il colono. La prima testimonianza scritta è nel testo letterario «La veglia villanesca».

Poi c'è un documento preciso. Nel 1685 il Bartoccio ricompare in un manoscritto molto più dettagliato del primo, di Francesco Strangolini, che narra le vicende sue, della moglie Rosa e del compare Mencarone, con la rivalità fra i due — perché il compare è invaghito di Rosa.

Le bartocciate contro i potenti

Da quello spirito nasce l'usanza che dà il nome a tutto: le bartocciate, componimenti poetici in dialetto perugino nei quali l'autore si nasconde dietro la maschera per protestare o inveire contro chi governa. Si scrivono su cartigli anonimi e si lanciano sulla folla mascherata: satire di costume e denunce sociali, che colpiscono i personaggi noti, smascherano i soprusi dei potenti ed evidenziano le lacune della società, suscitando riso ma anche riflessione. Parlano di politica, tasse, debiti e ingiustizie sociali.

Per questo il Bartoccio viene identificato con Pasquino, la statua parlante di Roma, a cui mani invisibili appendevano al collo, di notte, fogli con le satire in versi più feroci.

E per questo finì male. Il Bartoccio è la caricatura di un contadino che parla e critica in rima nel suo dialetto, particolarmente anticlericale: contesta apertamente i preti e il governo pontificio, inimicandosi il clero. Verso il 1700 la censura lo colpì duramente, e la chiesa lo dichiarò una persona proibita; alla fine del 1700, sotto la dominazione pontificia, fu bandito. Si narra che nell'Ottocento, quando le feste di carnevale erano vietate, arrivasse un Bertolaccio in costume che si fermava ai crocicchi, cioè ai crocevia, per leggere le sue bartocciate in rima e in dialetto perugino. Con il Risorgimento la maschera risorse, fino a diventare emblema della città, incarnando lo spirito perugino che si ribellava al papato.

Il carro tirato dai buoi

A Carnevale il Bartoccio lascia la sua casetta al Pian del Tevere e viene in città col suo carico di bartocciate, di lazzi e scherzi. L'ingresso trionfale, l'evento più atteso, avviene da Porta San Pietro a bordo di un carro agricolo tradizionale, tirato da due bovini, insieme alla moglie Rosa, e sfila lungo Corso Vannucci fra musica, balli, canti, maschere e colori.

Il corteo si apre con le majorettes, che per l'occasione si chiamano «Bartoccine», accompagnate dalla Filarmonica di Spina, e dietro vengono i figuranti contadini della Pro Arna di Civitella d'Arna e i balli popolari tradizionali umbri del Gruppo Folk La Frullana di Pietralunga. Sul carro l'attore Graziano Vinti dà corpo alla maschera e declama le bartocciate, mentre Gigliola Giorgetti veste i panni della Rosa; si suona l'organetto, e i testi vengono distribuiti in omaggio su «un foglio volante», come avveniva nei secoli passati. Così accadeva nell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento.

Il corteo ha una regola che lo rende un unicum nel panorama dei carnevali italiani: è totalmente pedonale ed esclude tutti i mezzi a motore. Ed è fatto in modo che il pubblico sia l'attore principale e non lo spettatore: ci sono gruppi musicali e danzanti, figuranti, bambini e bambine delle scuole, e gruppi mascherati spontanei — chiunque può partecipare.

Le chiavi della città

Arrivato in centro, il Bartoccio riceve quello per cui è venuto. Il Sindaco gli consegna le chiavi della città, e da quel momento può autoproclamarsi «re del carnevale» e affermare la sua legge, che ordina a tutti di divertirsi, mangiare, bere e far l'amore, e soprattutto farsi beffe dei potenti. La consegna avviene sulle Scale della Vaccara o presso la Loggia dei Lanari, e sancisce la vittoria morale della satira sulla burocrazia.

Poi legge le sue bartocciate, rivolte ad amministratori e politici, senza risparmiare nessuno. Le Giornate del Bartoccio prevedono anche una gara di Bartocciate: componimenti inediti si contendono la Targa della Bartocciata dell'anno, e ai poeti è chiesto di essere taglienti sui comportamenti e implacabili nell'analisi dei fatti, mantenendo però un'etica del linguaggio che escluda l'insulto personale. Come dice il presidente della Società del Bartoccio, Renzo Zuccherini: «Dobbiamo ridare al Bartoccio il suo carattere corrosivo e mordace, e non addormentarlo sotto la benevola e finta tolleranza del carnevale».

Bartoccini di cioccolato e burattini

Intorno al corteo c'è tutto il resto delle Giornate. C'è il teatro, c'è il concerto della Banda Bartoccio, c'è una conferenza sulla musica popolare in Umbria e un laboratorio sui balli popolari tradizionali curato dal Gruppo Folk La Frullana; per i ragazzi ci sono i laboratori dei fumetti, dei «bucciottini» e delle marionette, e alla fine arriva il grande spettacolo di burattini.

A tavola le specialità carnevalesche sono le bartocciate dolci e i bartoccini di cioccolato, cui si aggiunge la riscoperta di un'antica ricetta perugina, illustrata e degustata, e un libro che raccoglie 150 ricette della tradizione gastronomica perugina. Delle bartocciate scritte esiste anche una raccolta: «Bartocciate alla Perugina», a cura di Luigi M. Reale, con introduzione di Renzo Zuccherini, edita da Guerra nel 1999.

Da leggere