Canfrancesco Della Scala detto Cangrande a Verona
Canfrancesco Della Scala, detto Cangrande, è la maschera di Verona, capoluogo dell'omonima provincia in Veneto, e compare nelle manifestazioni carnevalesche della città, fra febbraio e marzo. Nella rievocazione indossa il camaglio d'acciaio e la tunica con la scala bianca, accompagnato dai familiari e dagli amici storici, da Verde da Salizzole a Bartolomeo; l'Associazione Culturale La Corte Scaligera, nata nel 2014, organizza campi medievali, banchetti scaligeri e giochi medievali. Il nome viene da un sogno: «La leggenda dice che la sera prima del parto, la madre, Verde da Salizzole, sognò un cane che coi suoi latrati riempiva la Terra», e gli astrologi di corte lo lessero come un buon auspicio, aggiungendo la parola cane al nome Francesco.
Il sogno dei latrati
Quel sogno non restò in famiglia: fu sottoposto agli esperti. «La cosa venne interpretata dagli astrologi di corte come un segno di buon auspicio per il futuro del nascituro e si aggiunse così la parola cane al nome Francesco: Can Francesco.»
Il bambino era il terzogenito di Alberto della Scala e di Verde da Salizzole, e sarebbe diventato Cangrande della Scala, vissuto fra il 1291 e il 1329. Il padre, Alberto I, era «podestà di Mantova e fiero avversario della Padova guelfa».
La corte che ne uscì, a leggere le cronache, era un posto allegro: «le cronache raccontano di grandi feste cui partecipavano dame, poeti, astrologi e filosofi, allietati da musici e cantastorie e di un Cangrande sempre ospitale e allegro.»
Can, o principe-sovrano
Il sogno però non è l'unica spiegazione del nome, e le altre vengono da molto più lontano. Una fonte ne registra due.
La prima è un titolo, non un animale: «alcuni hanno sostenuto che il titolo Can o Cane denotasse un appellativo di natura nobiliare di origine turco-mongola, corrispondente a "sovrano", "monarca" o "principe-sovrano".» La seconda è un trofeo di guerra: «il titolo di Cane o Can quindi non verrebbe dagli avi dei signori veronesi, ma dai loro nemici abbattuti in terra santa (forse in Siria/Soria). Per meriti ottenuti in qualche battaglia presero il nome di Can dai loro nemici sconfitti e più tardi Francesco della Scala riutilizzò l'appellativo.»
Attorno a quel nome, del resto, era cresciuta anche una leggenda genealogica: «ai tempi di Cangrande della Scala, a causa del nome di questo esponente della famiglia, nacque la leggenda che i Della Scala fossero imparentati con qualche khan àvaro che avrebbe partecipato alla conquista longobarda d'Italia».
Anche il cognome, comunque, viene da un mestiere di guerra: «il cognome "della Scala" deriva dall'attività militare della famiglia, che indica degli assaltatori di castelli», «incaricati all'uso di scale d'assalto per conquistare castelli».
L'amico di Dante
Cangrande prese il comando presto: «diventato giovanissimo comandante del piccolo esercito veronese, alla morte del padre e del fratello maggiore, prende le redini dell'intera città e la porta ad essere una delle più importanti del mondo di allora, migliorandola sotto tutti gli aspetti: militare, sociale, commerciale, lavorativa, ludica, e soprattutto culturale». Fu «vicario imperiale di Enrico VII e capo riconosciuto dei ghibellini dell'alta Italia», e con lui «la Signoria raggiunse l'apice della sua importanza e fama». Era, dicono le cronache, «amante delle innovazioni tecnologiche, delle arti e della buona cucina».
Fra le sue vittorie ce n'è una che il calendario ha conservato a lungo: «il 17 settembre, giorno della battaglia di San Pietro, divenne festa solenne, che sarebbe stata festeggiata a lungo, dato che sanciva definitivamente la conquista di Vicenza: con questa vittoria la fazione ghibellina riprendeva speranza».
Ma la ragione per cui il suo nome è arrivato fino a qui è un'amicizia. Di Dante «era effettivamente amico e confidente», e lo ospitò «nella reggia fatta allestire apposta per i grandi rifugiati politici, gli scienziati, poeti e artisti di talento che coprì generosamente di denaro e doni».
Dante lo ripagò nel Paradiso, con la profezia del canto XVII: «Le sue magnificenze conosciute / saranno ancora, sì che ' suoi nemici / non ne potran tener le lingue mute. / A lui t'aspetta e a' suoi benefici; / per lui fia trasmutata molta gente, / cambiando condizion ricchi e mendici.» Dietro quei versi c'era una speranza politica: «Dante sperava che questo principe valoroso e potente potesse realizzare l'unificazione italiana dal poeta vagheggiata».
Morto a 38 anni
La fine arrivò presto e non fu naturale. Cangrande «muore avvelenato alla giovane età di 38 anni» — e si precisa con che cosa, smentendo la versione tramandata: «avvelenato con la digitale purpurea (forse dal suo stesso medico) e non, come spesso ritenuto, per un'indisposizione presa bevendo da una fonte fredda.»
L'apertura della sua tomba, secoli dopo, ha restituito un corredo notevole: «furono trovate all'interno dell'arca funeraria preziose stoffe provenienti dall'Oriente, un corredo sepolcrale sontuoso e raffinato», poi esposte al pubblico insieme ai tessuti «che hanno accompagnato altri principi coevi nel loro ultimo viaggio, fra i quali il corredo sepolcrale di Rodolfo I di Boemia, e manoscritti dell'epoca». Da quello studio, aggiunge la stessa fonte, «gli studiosi hanno gettato una luce nuova sui cerimoniali di sepoltura e i significati della cultura funeraria dell'epoca».
C'è anche una ricostruzione che ha ridato una faccia al personaggio: «rivive anche, sia pure solo virtualmente, il volto di Cangrande ricostruito al computer» — un volto che a Verona era finora noto soprattutto attraverso il monumento equestre, «uno dei simboli della città».
Dal 2014, La Corte Scaligera
Il personaggio che oggi si vede per le strade di Verona non è nato per caso: «solo dopo anni di studio specifico, nel 2014 nasce la "Associazione Culturale La Corte Scaligera" che fa rivivere il personaggio "Canfrancesco della Scala detto Cangrande I", per brevità e popolarità universalmente conosciuto come "Cangrande".»
Attorno a lui non ci sono comparse inventate: è «affiancato da tutti i relativi familiari ed amici realmente vissuti, a partire dalla mamma, Verde da Salizzole, i fratelli Bartolomeo ed Alboino, le sorelle Costanza e Caterina, nonché gli amici padovani Da Carrara ed i trentini Castelbarco».
Le attività vanno oltre il carnevale: «oltre alle manifestazioni carnevalesche, spaziano nei vari aspetti delle rievocazioni con organizzazione di campi medievali, banchetti scaligeri, giochi medievali e partecipazioni a battaglie», più la rievocazione del matrimonio di Cangrande con Giovanna di Antiochia, «il tutto condito da ampia e dettagliata didattica».
Quanto al perché la città ci si riconosca ancora, la risposta è un dato di lingua: Cangrande migliorò Verona a tal punto «che ancora oggi, a più di 700 anni, i veronesi si chiamano ancora "Scaligeri"».
Calzabraga, camaglio, elmo alato
Il costume non è di fantasia: «il vestito è fedelmente ripreso da immagini e cronache dell'epoca: calzabraga di lana con stivaletto in cuoio, camisia bianca, cotta e camaglio in maglia d'acciaio, tunica di velluto rosso con scala bianca o giallo-dorato, ed eventualmente mantello di velluto nero a tutto tondo con cappuccio.» A completarlo, «indispensabile la presenza dello spadone e (sporadicamente) dell'elmo alato».
C'è perfino un identikit di chi può interpretarlo. Le caratteristiche fisiche richieste sono «una statura superiore a 180 cm, occhi chiari, fisico discretamente atletico, capello lungo come la moda di allora, ed una buona agilità nei movimenti»; quelle morali, che l'associazione mette sullo stesso piano, sono «disponibilità, altruismo, sorriso sempre presente, battuta sempre pronta, voglia di divertirsi con intelligenza e tanta energia da mettere a disposizione di chiunque».