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Colombina a Venezia - Il grembiule con le tasche per nascondere le lettere d'amore

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Colombina è la maschera della Commedia dell'Arte nata a Venezia, in Veneto, e torna in scena al Carnevale, fra febbraio e marzo. È la servetta di Rosaura, figlia dell'autoritario Pantalone, e aiuta la padrona a portare avanti una fitta corrispondenza con il proprio innamorato di nascosto dal padre. Il nome compare già nel 1530 nei testi degli Accademici Intronati di Siena, e a Venezia dà il titolo al Volo della Colombina, la discesa lungo una fune tesa dalla cella campanaria del campanile di San Marco verso il palazzo Ducale.

Il pezzo di costume che spiega il personaggio è il più semplice di tutti: un candido grembiule «strategico» provvisto di tasche in cui nascondere le lettere d'amore. Non della sua, di lettere — di quelle della padrona.

La servetta che fa arrivare i messaggi

Colombina serve la sua padrona Rosaura, figlia dell'autoritario Pantalone, aiutandola ad intrattenere una fitta corrispondenza con il proprio innamorato di nascosto dal padre, a suon di stratagemmi. È servetta fedele della figlia del padrone, della quale è complice: le avventure amorose della padrona, con annessi messaggi segreti, con lei sono al sicuro.

Quella fedeltà ha un prezzo pubblico: la rende anche bugiarda agli occhi degli altri, in particolare del padrone Pantalone che controlla le mosse della figlia — ma forse proprio per questo guadagna le simpatie del pubblico.

Il carattere è tutto lì: una servetta tanto briosa e graziosa quanto furba e bugiarda, naturalmente bugiarda «sempre a fin di bene», solita a utilizzare le relazioni a suo vantaggio. E rappresenta un mondo preciso: la Venezia popolana dell'epoca, con la sua umile attività di servetta alle dipendenze di una nobile famiglia patrizia.

L'unica donna che tiene la scena

In un teatro fatto di uomini, è l'eccezione: in una Commedia dell'Arte popolata prevalentemente da maschere maschili, Colombina è l'unico personaggio femminile ad imporsi per la sua personalità, la sua furbizia e i suoi stratagemmi.

E non è una debolezza travestita da grazia: donna forte, non manca di mettere in riga l'amato Arlecchino o i corteggiatori troppo impertinenti, e con i padroni vecchi e brontoloni non va certo d'accordo, e non esita a schiaffeggiare senza misericordia chi osa mancarle di rispetto.

La corte le arriva da più parti, e crea guai: è spesso oggetto di attenzioni da parte del padrone Pantalone e del Capitano, che causano la gelosia di Arlecchino.

Da vecchia fantesca a giovane servetta

Non è sempre stata giovane. La maschera di Colombina nasce dall'evoluzione di un antico personaggio della Commedia dell'Arte: la Fantesca, che in origine era una figura anziana, curva e rugosa, spesso raffigurata mentre portava una lettera d'amore contrassegnata da un cuore trafitto. Col tempo questo personaggio si trasforma, si ringiovanisce e diventa la Zagna, compagna dello Zanni, e da lì prende forma la servetta arguta che conosciamo.

La genealogia va anche più indietro: i primi lineamenti di quel carattere si trovano già nelle commedie di Plauto, fra le furbe ancelle, ciniche e adulatrici, sempre pronte a suggerire alla padrona malizie e astuzie. La personificazione antica della schiava complice interessata nei sotterfugi domestici e amorosi della padrona diverrà poi la Servetta del teatro italiano e la Soubrette di quello francese, e finirà, passando per l'opera buffa e l'operetta, al varietà.

1530, gli Intronati di Siena

Il nome ha una prima comparsa documentata: fece la prima comparsa nei testi degli Accademici Intronati di Siena sin dal 1530, o, come scrive un'altra fonte, «compare per la prima volta nella Compagnia degli Intronati verso il 1530».

A farne una maschera vera e propria è un'attrice, qualche decennio più tardi: con il nome di Colombina debuttò nel 1683 Caterina Biancolelli, figlia di una famiglia di comici dell'arte che per lungo tempo dominò la compagnia dei comici italiani in Francia.

Sul nome d'arte l'attrice giocava apertamente: si faceva raffigurare nei cartelloni reggendo al braccio un paniere dal quale facevano capolino due colombe, chiaro simbolo dell'origine campagnola del personaggio della Servetta.

Il testo che l'ha resa celebre è «Colombine avocat pour et contre», canovaccio rappresentato nel giugno 1685 e più volte rimesso in scena sia alla Comédie-Italienne che in seguito al teatro della Foire.

Arlecchina, e tutti gli altri nomi

Con Arlecchino il legame è così stretto da confondere i due personaggi: ne è l'immagine speculare al femminile, ed è spesso rappresentata come sua moglie o compagna, al punto da essere chiamata, a volte, persino Arlecchina e da indossare abiti simili a lui. In una rappresentazione avvenuta a Parigi nel 1695 adatterà a giubba e gonna l'abito a toppe colorate del suo compagno, e assumerà il nome di Arlecchina — come Pierette, la donna di Pierrot, si veste di bianco e s'infarina il viso.

I nomi con cui l'hanno chiamata sono tanti: Franceschina, Diamantina, Betta, Violetta, Corallina, Ricciolina, Camilla, Lisetta, Marinetta, Marietta, Bettina. E Carlo Goldoni la ribattezzò Marionette nella Vedova scaltra.

Il costume, e la faccia scoperta

Il resto dell'abito accompagna il grembiule: una grande gonna azzurra a balze, un corpetto aderente con una generosa scollatura, la giacca di colore rosso, spesso bordata da una passamaneria dello stesso colore della gonna, e ai piedi scarpe nere e senza tacco con un fiocchetto azzurro sulla fibbia. In testa porta la tipica crestina da cameriera fissata con un nastro.

C'è però una cosa che la distingue da quasi tutte le altre maschere della commedia dell'arte, e vale la pena notarla in una città che sul volto coperto ha costruito il suo carnevale: generalmente non indossa una maschera sul volto.

Il volo che porta il suo nome

A Venezia il nome di Colombina è anche quello di un'usanza del carnevale: la discesa con una fune tesa dalla cella campanaria del campanile di San Marco verso il palazzo Ducale.

La storia di quel volo comincia molto prima della maschera. Verso la metà del Cinquecento, durante il Carnevale di Venezia, un giovane acrobata turco riuscì, aiutato solo da un bilanciere, ad arrivare al Campanile di San Marco camminando sopra una lunghissima fune che partiva da una barca ancorata sul molo della Piazzetta; il successo fu tale che l'evento divenne cerimonia ufficiale col nome de «Lo svolo del turco», ogni anno il giovedì grasso. Poi si passò a un uomo vestito con delle ali e legato ad una fune con anelli metallici, che riceveva dal Doge doni o somme di denaro: da lì il nome Volo dell'angelo.

Nel 1759 l'esibizione finì in tragedia: l'acrobata si schiantò al suolo tra la folla inorridita. Da allora la figura umana fu sostituita con una grande colomba di legno che, nel tragitto di sempre, liberava sulla folla fiori e coriandoli — ed è da questa modifica che nasce il nome Volo della Colombina.

A partire dal 2001 il Volo della Colombina è ritornato ad essere il Volo dell'Angelo, con una persona al posto della colomba di legno; dal 2011 è la vincitrice del concorso di bellezza delle «Marie» del Carnevale dell'anno precedente a lanciarsi dal Campanile di San Marco attaccata a una fune per raggiungere Palazzo Ducale.

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