Arlecchino a Bergamo - Dallo zanni bergamasco al costume di losanghe
Arlecchino è la maschera di Bergamo, in Lombardia, e la città la festeggia nel suo carnevale, la Sfilata di Mezza Quaresima, storicamente in programma la quarta domenica di Quaresima. Il vestito che tutti conoscono — losanghe colorate, maschera nera, bastone alla cintura — non è nato così: all'inizio era la camicia bianca di un servo, coperta di toppe irregolari messe con gli scampoli che riusciva a procurarsi. Arlecchino comincia come il rammendo di un povero e finisce come un ricamo, e il nome da cui parte, «zanni», è il diminutivo veneto di Giovanni, il più diffuso fra i contadini del lombardo-veneto da cui venivano i servitori dei nobili e dei ricchi mercanti veneziani.
Lo zanni e i facchini di Venezia
Nel Rinascimento «zanni» — diminutivo di Giovanni, storpiato in Gianni e vezzeggiato in Zani, nome diffusissimo fra i contadini del lombardo-veneto — indicava gli uomini di fatica. Nella Commedia dell'Arte impersonavano i servi buffoni: personaggi rozzi, sguaiati e istintivi, a cui si chiedeva in continuazione la trovata comica, il lazzo. Per distinguerli dai personaggi di ceto più elevato, gli zanni usavano la lingua incomprensibile e gutturale dei montanari bergamaschi, che insieme alle azioni balorde colpiva la fantasia degli spettatori, colti e popolani.
Il tipo si sdoppiò presto: da una parte il primo zanni, il servo astuto che costruisce l'intrigo — Frittellino, Beltrame, Brighella — dall'altra il secondo zanni, il servo sciocco e ingenuo, cioè Arlecchino, Pulcinella, Mezzettino, Truffaldino. Fra Cinquecento e prima metà del Seicento il secondo zanni cominciò a essere chiamato con un soprannome che alludeva a una variante del vestito: nacquero così Pulcinella e, appunto, Arlecchino.
Dietro il personaggio ci sono persone vere. Arlecchino rappresentava i servi della val Brembana, considerati opportunisti e poco affidabili, che a Venezia facevano lavori umili e faticosi e cercavano sempre espedienti per arrotondare. Marin Sanudo racconta che nell'osteria «alla Campana», in Rialto, gestita dal brembano Grataroli con la moglie Balsarina Tassis, si davano convegno le Compagnie della Calza, giovani patrizi che organizzavano feste, spettacoli di piazza e cerimonie ufficiali della Serenissima: i facchini bergamaschi trasportavano e facevano muovere i cavalli di legno, gli animali fantastici e gli apparati scenici, e a volte partecipavano alla messa in scena con balli e canti. In quelle occasioni si promuovevano anche recite di commedie alla villanesca e alla bergamasca.
Toppe che diventano losanghe
Il costume racconta la stessa storia. Lo zanni indossava camicia e pantaloni bianchi; poi la camicia diventò una tunica aderente e cominciò a coprirsi di toppe colorate, che all'inizio avevano forme irregolari e diverse fra loro, a simulare i rammendi di fortuna di un servo. All'inizio del Seicento le toppe presero forma regolare e geometrica: quadrati, rombi, losanghe, su uno sfondo non più bianco ma colorato — e il vestito non ebbe più niente di misero, anzi apparve addirittura lussuoso.
Chi ha seguito quella trasformazione racconta che l'antico vestito dalle mille toppe fu sostituito da un costume che ricordava le squame di un serpente, e che verso il Settecento acquistò una definizione sempre maggiore, permettendo una più ampia libertà di movimento; ma bisogna arrivare a Goldoni per vedere le vere losanghe, che hanno trasformato in ricamo l'antico rattoppo. I vestiti ampi lasciarono spazio alla casacca e al pantalone aderente, simile a una calzamaglia: da lì l'accostamento frequente con la figura del giullare.
Il resto del costume è rimasto. La maschera che copriva il volto era di cuoio o di cartone cerato, con profonde occhiaie, piccole orbite e una barba ispida che faceva somigliare il viso a quello di uno scimmione; sulla fronte si intravedevano due bozzi, residuo delle antiche corna da diavolo, e i capelli erano coperti da una calotta nera. Ai piedi restano le leggere scarpette senza tacco, che permettono le acrobazie; al fianco il corto manganello, il batòcio, strumento delle scene finali in cui Arlecchino regolarmente dava e prendeva botte. Al costume si aggiungono il cappello di panno chiaro e la scarsella.
Zan Ganassa o Tristano Martinelli
Sulla paternità della maschera si dicono due cose diverse. A lungo si è creduto che l'ideatore fosse il bergamasco Alberto Naselli, detto Zan Ganassa (Bergamo, 1540-1584), il primo di cui si abbia notizia che abbia interpretato il personaggio, a metà del Cinquecento; originario di Oneta, portò la maschera bergamasca allo status di apprezzato comico intrattenitore e saltimbanco, prima davanti alla nobiltà italica e poi alle corti di Francia e Spagna.
Studi recenti, però, attribuiscono l'invenzione a un attore mantovano, Tristano Martinelli (1557-1630). Un Arlecchino che non nasce dalla penna di un autore, ma che viene portato direttamente sulle scene nella Parigi del 1584, al carnevale, in un'esibizione nel sobborgo di Saint-Germain alla Foire — un appuntamento annuale alla moda, frequentato da popolino, aristocratici e persino regnanti. Martinelli riprende la maschera del povero zanni, che conosce bene, e la adegua al gusto dei francesi arricchendola di tratti inediti; poi la porta in giro per le corti e le piazze d'Europa, dalle Fiandre a Londra, da Parigi a Madrid, da Venezia a Firenze, diventando ricco e famoso.
Hellequin, Alichino e l'uomo selvatico
Il nome viene da lontano, e le ipotesi si accavallano. Si ispira forse a Hellequin, il diavolo-buffone delle mascherate medievali francesi, che inizialmente connotava un poveretto stupido e pronto a menare le mani; oppure a Hellequin de Boulogne, il cavaliere franco della caccia selvaggia, la cui tradizione si sarebbe innestata su quella ancora più antica dell'infernale Herla King, mitico condottiero bretone a capo di «una masnada vagante di spiriti dannati preceduta da una feroce muta di cagnacci latranti». La stessa figura torna nella mitologia scandinava come Härlenkönig, e nell'Inferno di Dante come il diavolo Alichino, capo di una schiatta incaricata di ghermire i dannati.
Nella maschera, insomma, confluiscono due filoni: quello dello zanni bergamasco e quello degli arlecchini medievali, figure demoniache nordiche legate al tema della Caccia Selvaggia. Il ghigno, il randello, l'andatura ondeggiante e saltellante potrebbero essere residui di quei personaggi diabolici da danza macabra, e la bautta nera che gli copre il volto può celare un ghigno satanico, mentre il bitorzolo rosso in fronte è il residuo di un corno satiresco.
C'è anche un accostamento più alpino, quello con l'uomo selvatico, figura tipica di tutto l'arco alpino, un essere umano selvaggio e quasi semidivino, demonizzato e irriso, che porta con sé un nodoso bastone e si rifugia nei boschi. Non è un caso che nella casa tradizionale di Arlecchino ci sia un affresco proprio dell'òm saàdech.
La casa di Oneta e il paese dell'Arlechì
Il legame con la Valle Brembana ha un indirizzo. Nella frazione di Oneta, sopra San Giovanni Bianco, ai piedi del Monte Cancervo e sull'antica Via Mercatorum, sorge un edificio del Quattrocento che dall'Ottocento è detto Casa di Arlecchino: una solida dimora signorile in pietra a vista, alla quale si accede da una suggestiva gradinata, un tempo proprietà della nobile famiglia Grataroli, che aveva possedimenti a Oneta e ricchezze a Venezia. Arlecchino rappresentava proprio i servi della Val Brembana, che a Venezia facevano i lavori umili, e l'affresco in casa Grataroli sembra raffigurare questa maschera irriverente e burlona.
A San Giovanni Bianco, del resto, la cosa è scritta all'ingresso del paese: «Ol paìs de l'Arlechì».
In laguna Arlecchino ha acquisito la semplicità, la rozzezza e la furberia animalesca del mondo contadino bergamasco; sulla scena impersona il montanaro orobico arrivato a Venezia coi facchini in cerca di lavoro, che dimentica il suo dialetto e assume quello lagunare per farsi accettare dai padroni — e in una commedia di Goldoni si proclama «galantuomo bergamasco». Ma il codice genetico è rimasto quello: l'uso del bergamasco, in parte per l'assonanza con le origini del tipo e in parte per l'effetto comico di chi s'arrabatta a districarne i suoni.
Il Carnevale e il rogo della Ègia
A Bergamo la maschera si festeggia ancora, e il carnevale della città è quello di Mezza Quaresima, storicamente in programma la quarta domenica di Quaresima: uno dei più grandi e antichi carnevali storici d'Italia, che riempie il centro di carri allegorici, maschere tipiche e un corteo di colori, musica e folclore. Nei decenni passati la sfilata era un momento di pausa dalla severità religiosa e dalle difficoltà quotidiane, e spezzava il rigore del periodo quaresimale.
Alla fine c'è il Rasgàment de la Ègia, il gesto che nessuno si perde. La Ègia rappresenta tutte le negatività dell'anno passato — i disagi, i servizi malfunzionanti, le istituzioni poco efficienti — e un fantoccio raffigurante una brutta vecchia signora viene segato in pubblico e poi bruciato in piazza, con l'augurio di sconfiggere tutto ciò che di brutto ha seminato malcontento. È una delle tradizioni più antiche della Bergamo bassa, cuore della città popolare. Gran cerimoniere è il Duca di Piazza Pontida, che apre la sfilata e al termine consegna i premi ai migliori carri; lo stesso Ducato ha donato alla città il monumento di Arlecchino.
Intorno alla maschera si muove anche il repertorio popolare: la compagnia folclorica Arlecchino Bergamasco porta in scena danze in costume, canti mimati, poesie dialettali e musiche dal vivo con fisarmonica e percussioni, con quadriglie, walzer, mazurke e polke, e apre e chiude lo spettacolo con un inno ad Arlecchino e a Bergamo. Fra i brani ci sono la Cansù de l'Arlechì, scritta dalla poetessa dialettale Carmen Fumagalli Guariglia e musicata dal maestro Oprandi, che racconta le origini della maschera, e poi Arda Bèrghem, Nòter de Bèrghem, la Cansù de la polènta e la Balada del Paciana, dedicata a Paci Paciana, noto brigante della Valle Brembana.