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Tommaso Da Vico a Verona - Nel testamento del 1531 del carnevale non c'è una riga

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Tommaso Da Vico è la maschera del Carnevale di Verona che rappresenta il medico cinquecentesco a cui la tradizione attribuisce la nascita del Bacanàl del Gnoco. Esce l'ultimo venerdì di Carnevale, fra febbraio e marzo, nella cavalcata storica che dall'Arsenale raggiunge piazza San Zeno con ventiquattro cavalieri in costume del XVI secolo. È l'unica maschera veronese, insieme al Duca della Pignata, che non si elegge ma si eredita, e il testamento del 1531 su cui poggia la sua leggenda, conservato all'Archivio di Stato, del carnevale non dice una riga.

Il testamento

«Il testamento di Tommaso da Vico, fu Bartolomeo, dettato il 13 maggio 1531, presso il notaio Bonifacio di Sebastiano Dalla Mano, quando era degente a letto, ma sano di mente, redatto in tre pagine con scrittura minuta, fitta, quasi illeggibile, è conservato all'Archivio di Stato, con il numero 128.»

«Non si trovano, però, disposizioni in merito al carnevale». C'è scritto altro — che «vuole essere sepolto vicino alla chiesa di San Zeno, adiacente al grande tavolo di pietra dove banchettavano i poveri, nel giorno di venerdì gnocolar», e che indica «come unico erede il figlio Marcantonio».

Che cosa dice davvero quel foglio

«"In Christi nomine, amen": comincia con un'invocazione solenne a Dio». Il medico è indicato come «Thomascy Da Vicco quondam Bartholomei» e come «clarissimus medicinae doctor», ed è descritto nella sua condizione: «Iacens ibidem in lecto infirmus», cioè a letto malato, ma «corpore sanus quidem mente et intellectu, cioè ancora in grado di intendere e di volere».

«Da Vico non è, evidentemente, nella condizione di scrivere di suo pugno, visto che il documento è "ultimum non cupativum sine scriptis", l'ultimo valido dettato a voce». A tenere la penna è il notaio, che «disegna pure il proprio sigillo con le iniziali all'inizio del documento».

Il manoscritto è stato recuperato, intatto, «nel mazzo 123, fascicolo 128, della sezione testamenti».

Da dove viene, allora, la leggenda

«L'attribuzione si trova in un documento alquanto sospetto: una relazione, scritta alla fine del Settecento, da un importante cittadino, Alessandro Carli, per i Francesi che avevano occupato Verona e volevano cancellare tutte le tradizioni locali».

«Carli, da buon veronese, ha esibito ai Francesi la "versione" di Da Vico sulla nascita del carnevale, nascondendo volutamente l'altra origine, decisamente più credibile: il Bacanal sarebbe stato istituito dalla Serenissima, in un periodo di carestia, per solennizzare la dedizione dei veronesi a Venezia, pagando le spese con i dazi delle castagne e delle olive.»

Siccome «il monumento a Da Vico [è] vicino al grande tavolo di pietra dove… venivano invitati a banchettare dodici poveri della parrocchia, a spese dell'abate e dei signori del tempo, in seguito nacque la leggenda dell'istituzione del Baccanale da parte del Da Vico con il presunto lascito nel testamento».

Un'altra datazione della festa esiste ed è più antica: «Giambattista Da Persico ritiene invece che la festa del Venerdì Gnocolar (anticamente detta del Venerdì Casolar) risalga al 1405, con l'ingresso della città nella Serenissima Repubblica».

La storia che si racconta da cinque secoli

Nella «Istoria di Verona» di Girolamo Dalla Corte, cronista dei primi del Cinquecento, si narra che «a causa di inondazioni devastanti dell'Adige (1520-1531) e delle incursioni dei Lanzichenecchi di Carlo V che combattevano Francesco I in Lombardia, la città di Verona era ridotta ad una carestia senza precedenti».

L'assalto ai forni del 18 giugno

I «"pistori" (fornai) avevano cresciuto il loro calmiere per la produzione del pane», e «il 18 giugno 1531 il popolo insorse in quel di San Zeno, dando l'assalto ai fornai e accaparrandosi pane e grano».

La risposta fu una commissione: «alcuni cittadini, che a proprie spese decisero di contribuire al rifocillamento degli abitanti più poveri del quartiere, nel numero di dodici e su nomina». E fra loro, dice la tradizione, «troviamo Tommaso Da Vico, un medico che contribuì alla distribuzione alla popolazione di S. Zeno di pane, farina, burro, formaggio, vino e soprattutto degli gnocchi fatti impastando farina e acqua, che venivano serviti sulla pietra del gnocco, situata accanto alla Chiesa di San Zeno». Da lì il titolo che gli è rimasto: «istitutore o restauratore» del Baccanale del Gnocco.

Erano «gnocchi originari, cui ancora mancava l'importante ingrediente della patata, arrivata dall'America solo più tardi», e si condivano «solo con burro e formaggio» — tanto che il giorno si chiamava Venardi Casolàr, «dal latino "Caseum": formaggio».

Il mausoleo e il tavolo di pietra

«Dietro la tavola, addossato al muro perimetrale di San Procolo, c'è anche il mausoleo di Tommaso da Vico del 1531. È stato lo stesso Tommaso a richiederne la costruzione nel suo testamento.» L'epitaffio recita: «Thomas Vicus Philosoph, Medicus et inter rarissimos praeclarus, hic et in his se jussit claudi lapidibus hoc asserens si vixi, resurgam. anno MDXXXI».

Il tavolo che era romano

L'altra pietra è il tavolo: era «in origine collocata sul sagrato della basilica di San Zeno», ed è quella «su cui, dal Cinquecento, venivano serviti gli gnocchi a 12 poveri della contrada il venerdì gnoccolar». La tavola è più antica di lui: «è composta da tre elementi in pietra di età romana: una grande tavola di marmo su un basamento formato da una trabeazione rovesciata, mentre il piedistallo è costituito da un'ara cilindrica decorata a bassorilievo con tre vittorie alate con trofei», cioè «reperti romani, riutilizzati per farne una tavola pubblica, a scopo benefico».

Oggi le due cose stanno «nel giardino a prato fra la basilica di San Zeno e la chiesa di San Procolo, accanto alla tomba di re Pipino», e «oggi sono del tutto dimenticati: la presunta tomba di re Pipino e il tavolone di marmo di Tommaso da Vico, il leggendario ideatore del nostro carnevale».

Una maschera che non si elegge

«Rispetto alle altre maschere, fatta eccezione per il Duca della Pignata sempre tramandato di generazione in generazione, quella di Da Vico non è infatti una maschera scelta per votazione popolare ma ereditata.»

In una cavalcata recente è andato in sella Maurizio Zecchinelli, figlio di Sergio, che «per 41 anni consecutivi ha vestito i panni di Da Vico».

La cavalcata, e il potere che passa di mano

«Dall'Arsenale a piazza San Zeno, facendo tappa a Castelvecchio, dove ha incontrato il Cangrande della Scala, lo storico Tomaso da Vico ha ricevuto il potere civile da quello militare, per poi consegnare il drappo sacro nelle simboliche mani dell'autorità ecclesiastica.» La cavalcata si conclude «di fronte alla Basilica», in piazza San Zeno.

La cavalcata non viene dal Cinquecento ma dall'Ottocento. «Nel 1838, per merito del podestà Giovanni Orti Manara, la festa fu rinvigorita con notevoli innovazioni, come l'istituzione della Cavalcata di Tomaso da Vico con 24 cavalieri in costume [del XVI secolo] e l'aggiunta di 28 carri allegorici al seguito del Carro dell'Abbondanza».

Il carnevale in cui esce

Il Carnevale di Verona, il cui nome originale è Bacanàl del Gnoco, è tra i carnevali più antichi d'Italia insieme al Carnevale di Venezia, e si celebra ogni anno il venerdì precedente la quaresima, chiamato Venerdì Gnocolàr. Quel giorno si tiene la tradizionale Gnoccolada, la cavalcata storica con la sfilata del corteo di carri allegorici e maschere che attraversa le vie del centro storico. È tuttora usanza a Verona e in provincia, nel giorno del Venardì Gnocolàr, mangiare a pranzo un piatto di gnocchi fatti in casa.

Che cosa se ne è scritto

Restano i «Cenni storici su l'origine e celebrazione dell'annua festività ricorrente in Verona il venerdì ultimo di carnovale denominato gnoccolare», compilati dal dottore Alessandro Torri, e «La malattia ed il testamento di ser Tommaso Da Vico institutore della funzione del venerdì gnoccolajo: canto piacevole».

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