Carnevale Ladino a Val di Fassa 2027 - Le mascherèdes in ladino e il Bal del barbier
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 02/09/2026.
A Penia, frazione di Canazei, in Val di Fassa, nel cuore del Trentino-Alto Adige, il carnevale finisce dentro una stanza. Le mascherèdes sono commedie teatrali in lingua ladina, messe in scena in una piccola sala del paese, e quando la farsa si chiude le maschere si dividono in belle e brutte e si arriva al culmine dello scherzo: il Bal del barbier. Poi si balla fino a tarda notte.
Le mascherèdes
Sono burleschi pezzi teatrali, solitamente di un atto, in lingua ladina e a volte anche in italiano. Le porta in scena il Grop de la Mèscres de Dèlba e Penìa con scenette, satira e improvvisazioni sui fatti dell'anno e sulla vita della comunità, seguendo precisi rituali trasmessi di generazione in generazione.
Il copione ha una radice antica: le mascherèdes nascono come rappresentazioni burlesche e canzonatorie di personaggi appartenuti all'antica quotidianità fassana, e di solito costituiscono un confronto con toni di parodia fra la gente della Val di Fassa e gli «stranieri». Il luogo è la sala delle ex scuole elementari di Penia, o una piccola sala della vecchia canonica; in ogni caso è lì, dice chi le organizza, la parte più nascosta ma anche più intima e sentita del carnevale nell'alta valle.
Alla fine entrano i suonatori. Nella tradizione ladina ogni occasione era ed è buona per suonare e ballare — già nel Settecento e nell'Ottocento si dava grande importanza alla musica — e a carnevale a farla da padrone è soprattutto la fisarmonica tradizionale e diatonica.
Il calendario del Carnascèr
Il calendario si apre presto e dura più di un mese. Il periodo carnevalesco comincia il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, quando — come dice l'espressione ladina — si «deslèa Carnascèr»: si scioglie il carnevale, e va avanti fino al Martedì Grasso.
C'è però una data in più. A Penia, il paese in cui la tradizione è più viva, la prima mascherèda si fa il 20 gennaio, giorno del patrono San Sebastiano; da lì prende il via un calendario che accompagna tutta la valle. In mezzo ci stanno sfilate, carri allegorici, feste di piazza, balli in maschera, fiaccolate, gare sulla neve con sci e slitte — «le lese da corni», in ladino — e sagre, da Penìa di Canazei a Moena.
Un tempo era il momento più atteso dell'anno, quello in cui si rideva di più; e fra febbraio e marzo si celebravano anche i matrimoni dei giovani.
Il Laché, il Bufon e i Marascons
Le tre maschere guida hanno il compito di annunciare il carnevale, e indossano vestiti che rappresentano una fusione fra indumenti femminili e maschili: un tempo i ragazzi che le impersonavano chiedevano in prestito alle donne di casa camicie, collane o nastri colorati.
Il Laché è l'ambasciatore: vestito di colori sgargianti, con cappello e bastone, apre il corteo con una frase rituale — «chiedo il permesso di entrare in questo castello o palazzo che sia con tutta la mia bella e gran compagnia» — poi compie salti rituali fra la folla per delimitare lo spazio riservato alle maschere e invita gli altri a farsi avanti; al termine della commedia recita il commiato.
Il Bufon è il personaggio burlone e malizioso, con il grande naso e il cappello a cono decorato di nastri. In mano regge la stica, una stecca di legno con cui tocca la gente mentre ne mette in piazza i vizi e i segreti, e l'òcel — il binocolo — per osservarla meglio: impersona la coscienza delle persone ed è tenuto a rivelare tutto o quasi, prendendo in giro difetti fisici e caratteriali. In passato, raccontano, era l'unico a cui fosse permesso dire la verità ai potenti, nascondendosi dietro la follia del carnevale.
I Marascons portano cinturoni carichi di campanacci di bronzo che simboleggiano il legame dell'uomo con gli animali domestici; si spostano in coppia, saltando a passo doppio da una gamba all'altra, e tenendosi stretti danzano in cerchio. Sono impersonati da ragazzi che rappresentano il passaggio dall'adolescenza all'età adulta.
Facères da bel e da burt
I volti sono coperti dalle facères, maschere lignee ricavate dal cirmolo, intagliate a mano dagli scultori locali e dipinte con colori a olio dai maestri mascherai. Ogni maschera è un pezzo unico, scolpito sul volto di chi la indossa, e si tramanda di padre in figlio; la tecnica è la stessa con cui sono costruiti i più famosi krampus.
Dietro le tre maschere guida ne sfilano molte altre, e si dividono in due famiglie: le facères da bel, belle ed eleganti, e le facères da burt, grottesche e caricaturali, che incarnano gli aspetti positivi e negativi della vita, o il buono e il cattivo che fa parte della fantasia popolare. Fra le brutte ci sono l'om dal bosch, l'uomo del bosco, e i strions, gli stregoni; fra le altre, le figure popolari del tempo passato: il boscaiolo, il contadino, l'allevatore.
Le donne, in origine, non potevano partecipare come maschere, ma erano essenziali nel momento della vestizione: confezionavano per gli uomini gli abiti della festa e, durante il ballo, avevano il compito di scegliere la maschera che preferivano.
I due Grop e i fienili
A tenere in piedi tutto sono associazioni di volontari. Il Grop de la mèscres de Dèlba e Penìa è composto interamente da volontari che sfilano nei cortei, recitano da protagonisti nelle scenette e curano la messa in scena in ogni dettaglio; le maschere lignee tradizionali sono esposte dentro la segheria. Le componenti visive, spiegano, sono due: la maschera, che copre il volto e ne altera l'aspetto, e il costume, che rivela i gusti estetici del mascherato e la sua personalità.
L'altro è il Grop de la mèscres de Cianacei e Gries. Nato molto tempo prima, fu sciolto negli anni Sessanta e ricostituito nel 1997, in occasione della prima edizione della festa «Te anter i tobié», da alcuni giovani entusiasti di ridare vita al gruppo e rianimare il carnevale anche a Canazei; oggi esce anche d'estate.
Quella festa dice molto del posto. «Te anter» sta per «in mezzo» e «i tobiè» sono i fienili: si svolge in mezzo, dentro e attorno ai vecchi fienili del centro storico, dove riprendono vita i mestieri e le tradizioni fassane. Per le generazioni precedenti il tobià, coi suoi grossi travi di legno, era sinonimo di sicurezza e di abbondanza, struttura indispensabile nella magra vita agropastorale: sotto c'era spesso la stalla, con mucche, cavalli, capre e galline — chi aveva il maiale era un signore — e in un vano a parte patate e prodotti dell'orto; spesso era più grande dell'abitazione e faceva da magazzino, legnaia e granaio per il lungo e freddo inverno.
Gli Arlèchins, i Lonc e la strìa
Il Carnascèr non è solo di Canazei: si festeggia anche a Moena, Campitello di Fassa, Mazzin, Pozza di Fassa, Vigo di Fassa e Soraga di Fassa, e ogni villaggio ha le sue figure. A Moena ci sono gli Arlèchins, di solito due, con cappello a punta, campanacci, volto coperto da un velo bianco e pantaloni colorati, che rincorrono i bambini spaventandoli con un frustino; e ci sono i Lonc, altissime maschere che nascondono uomini coi trampoli coperti da un lenzuolo bianco, che si fanno vedere all'imbrunire.
A Pozza e Vigo di Fassa compaiono l'om dal bosch e il coscrit te ceston, che rappresenta una donna che porta il figlio diciottenne alla visita di leva dentro la gerla, perché questo ha paura. Sempre a Moena, gli abitanti del rione Turchia attraversano il centro in abiti da sultani e odalische, ricordando l'origine dal sapore di leggenda di quella parte del paese.
Il momento clou va in scena a Campitello di Fassa, con la grande sfilata della domenica che precede il Martedì Grasso: il corteo parte da Piaz de Ciampedel ed è inaugurato dall'ingresso solenne del Grop de la Mescrès de Ciampedèl. Poi si chiude col fuoco: a Vigo, dopo una maratona di campanelli indossati dai giovani del paese, si dà fuoco al falò posto sotto l'abitato di Pian; a Moena si brucia la «strìa», una strega di paglia, per esorcizzare il male e scacciare l'inverno in attesa della rinascita della primavera.
Perché è di questo che si tratta, alla fine: un rito comunitario che affonda le radici nell'antica usanza contadina di salutare la fine dell'inverno, e che qui non è una messinscena per i turisti ma un patrimonio vivo della comunità e della minoranza linguistica ladina. Con i suoi dolci, che fanno parte della festa tanto quanto le maschere: crostoli e frittelle, o come si dice da quelle parti grostoi, fortaes e grafons.
Come arrivare alla festa
Il Carnevale Ladino a Canazei si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Waidbruck-Lajen - Ponte Gardena-Laion, a 42 chilometri da Canazei, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce al casello di Bolzano Nord - Bozen Nord ha davanti un percorso di 47 chilometri, cinquantun minuti di guida.
Nello stesso periodo, poco lontano
Nella stessa provincia, altre feste da mettere in calendario.
- Gran Festa da d'Istade a Canazei — settembre
- Carnevale Asburgico a Pinzolo — febbraio
- ll Biagio delle Castellare a Castello Tesino — febbraio