Presepe napoletano - i pastori di stoppa e terracotta
A Napoli il presepe non era un passatempo da bambini: nel secolo in cui divenne un'arte, a modellare le statuine c'era anche chi governava. Anche il re Carlo e la regina Maria Amalia si dedicavano personalmente alla realizzazione dei pastori.
Il secolo in cui il presepe uscì di chiesa
La stagione che conta ha una data e un sovrano: il secolo d'oro del presepe napoletano è il Settecento, quando regnò Carlo III di Borbone.
E quel secolo cambiò il posto in cui il presepe stava: nel Settecento il presepio napoletano visse la sua stagione d'oro, uscendo dalle chiese dove era oggetto di devozione religiosa per entrare nelle dimore dell'aristocrazia.
Già prima, del resto, la scultura italiana aveva preparato la strada: durante il Rinascimento gli artisti «iniziarono a realizzare presepi scolpiti in legno, terracotta o altri materiali, spesso arricchiti da numerosi e minuziosi dettagli».
Il 1640, quando il pastore cambiò scheletro
Il pastore napoletano come lo si conosce nasce da un'idea costruttiva precisa, e da un nome. Nel 1640, grazie a Michele Perrone, i manichini conservarono testa e arti di legno, ma furono realizzati con un'anima in filo di ferro rivestito di stoppa.
È un dettaglio tecnico che decide tutto il resto: un'anima di metallo si piega, e una figura che si piega può essere messa in una posa, girata, curvata sul lavoro che sta facendo.
Terracotta, vetro soffiato, legno
Nel presepe maturo ogni parte della figura ha il suo materiale. Il corpo è quello di prima: il manichino era fatto di stoppa e ferro.
La faccia invece è ceramica dipinta, e l'occhio è un pezzo a sé: la realizzazione di teste in terracotta policroma, con occhi di vetro soffiato dipinti a mano.
Restano di legno le parti che si vedono e che devono reggere il gesto: il legno rimase materiale di elezione per la costruzione degli arti.
Vestiti cuciti su misura
Gli abiti dei pastori non sono un panneggio finto: sono sartoria in scala. Accurata è la fattura degli abiti, che sono cuciti su misura con tessuti naturali, come seta e cotone.
Osterie e mercati accanto alla Natività
Man mano che usciva dalla chiesa, il presepe napoletano si riempiva di gente che non veniva dal Vangelo: il presepe, arricchendosi successivamente di elementi profani e teatrali, divenne sempre meno oggetto da chiesa.
Quello che entrava era la città stessa: fedele alla tradizione settecentesca che ritraeva spaccati di vita quotidiana, il presepe include osterie e mercati.
È il tratto che le fonti riconoscono come il segno napoletano: dal XVIII secolo, sotto il regno dei Borbone, Napoli divenne il centro di eccellenza di questa tradizione, e il presepe raggiunse «notevoli vette artistiche, con rappresentazioni elaborate che mescolavano elementi sacri e profani, facendo comparire accanto ai personaggi della Sacra Famiglia scene di vita quotidiana, contadini, artigiani e persino nobili».
Sanmartino, e il presepe più celebre di tutti
Su quelle figure lavorarono scultori veri, non solo artigiani: Giuseppe Sanmartino, forse il più grande scultore napoletano del Settecento, fu abilissimo a plasmare figure in terracotta.
L'esemplare più noto, però, è di due secoli dopo: il più celebre e acclamato esempio di presepe napoletano è il presepe Cuciniello, realizzato tra il 1887 e il 1889.
La via dei presepi
Quella tecnica non è finita in museo: ha ancora un indirizzo, e chi va a Napoli lo conosce. A Napoli è famosa la «via dei presepi», via San Gregorio Armeno.
Il nome stesso dell'oggetto, del resto, ricorda che tutto è cominciato da una stalla: presepe viene dal latino praesaepe, che vuol dire «mangiatoia», ma indica anche «il recinto chiuso dove venivano custoditi gli animali». E la prima scena di quel tipo, in Italia, fu quella allestita da San Francesco d'Assisi a Greccio nel 1223.
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Poco lontano, altre tradizioni dello stesso territorio.
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