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Presepe Vivente a Pacentro 2026 - Le mammuccije di terracotta e la grotta al castello

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Ogni inverno il centro storico di Pacentro, piccolo Comune della provincia dell'Aquila, uno dei borghi più belli d'Italia, incastonato nella Valle Peligna e nel Parco Nazionale della Majella, si trasforma in una piccola Betlemme. Il presepe vivente si chiama «A Pacentro come a Betlemme», lo organizza la Pro Loco con il patrocinio del Comune, e si tiene intorno al 26 dicembre.

Non è un presepe da guardare da fermi: è itinerante. Il percorso sale dalle contrade più basse fino al castello, attraversando vicoli, archi e scalinate.

Da piazza Umberto I alla grotta, per via del Colle

La rappresentazione parte da piazza Umberto I, transita per via del Colle e arriva al Castello Cantelmo-Caldora, dove viene allestita la grotta della Natività — o, in un altro racconto, la capanna ai piedi delle torri. A dare l'annuncio dell'evento è il banditore.

Il tracciato non è scelto per bellezza. Via del Colle si inerpica fra scorci e vicoli suggestivi attraverso quartieri oggi spopolati, ma che anticamente costituivano il cuore pulsante del paese: i figuranti tornano a popolare le abitazioni, le cantine e i locali che erano il centro della vita paesana. L'idea dichiarata è di ricreare un ritmo di vita perduto, facendo del quartiere, per una sera, un organismo capace di rimettere in circolo modi di vita e di attraversamento fuori dalla routine.

Le botteghe, che non sono decoro

Lungo il cammino riaprono le antiche botteghe artigiane ricreate per l'occasione: quella della sarta, del fabbro, dell'orafo, del tombolo, dell'intagliatore e quella delle mammuccije, le tradizionali statuine del presepe in terracotta. Quelle botteghe «non sono puro decoro, ma esperienza partecipata».

Nelle piccole botteghe si può ammirare e acquistare ogni tipo di produzione locale, dal ferro battuto alla pietra, dalla ceramica alle statuine in terracotta. E ci sono le postazioni degli ultimi artigiani: quelli della lana «di aragonese memoria», quelli della pietra bianca della Majella madre, le merlettaie, i calzolai, i pittori.

Le locande e i bracieri accesi nei vicoli

Si cammina mangiando. Le locande di dolci, pizze, gnocchi, urritj e castagne inondano i vicoli di profumi antichi e accompagnano i visitatori durante la passeggiata verso la grotta. Il repertorio è più largo di così: zuppe di cavolo, patate e fagioli, pecorini alla brace, salumi caserecci, gnocchi fatti in casa, zeppole e ferratelle. E si degustano e si comprano i formaggi e le ricotte dei pastori locali, l'olio extravergine di oliva e il miele.

I piatti sono preparati dalle sapienti massaie pacentrane, e nei vicoli restano accesi i bracieri. L'insieme è «un vero mix di religiosità, sapori, odori e atmosfere di altri tempi», o più asciuttamente una rappresentazione a cavallo tra il sacro e il profano, che ricrea la mistica atmosfera del Natale a Betlemme caricandola di una valenza popolare strettamente legata alla tradizione contadina del luogo.

L'ultimo nato del paese

La Sacra Famiglia non la interpretano attori. I personaggi principali vengono scelti all'interno di una famiglia del paese, e il Bambinello è, secondo tradizione, l'ultimo nato del Comune — con una precisazione che una fonte fa apposta: a Pacentro non deve necessariamente essere un maschietto, come per Rivisondoli, e in almeno un'edizione il ruolo è stato di una bambina. I bambini che hanno fatto il Bambinello avevano un mese e mezzo, o quattro mesi: sono neonati veri, portati nella grotta allestita al castello.

Intorno a loro, pastori, artigiani e popolani ricreano l'atmosfera di un villaggio d'altri tempi, fra luci soffuse, fuoco e canti nei vicoli medievali.

Le mammuccije, e perché il presepe pacentrano è diverso

C'è una ragione se le statuine hanno una bottega tutta loro nel percorso: Pacentro custodisce la tradizione della lavorazione della terracotta per le figure del presepe, tramandata dai maestri locali. Il presepe vivente porta lungo le vie la stessa arte che da generazioni dà forma alle statuine della Natività.

L'ultimo grande artista del presepe pacentrano è stato Giuseppe Avolio, napoletano di origine, che ha lasciato ai suoi paesani l'impronta di un certo stile, «di una vera e propria scuola nella composizione delle figure e del paesaggio». Oggi l'erede di quest'arte è il professor Francesco Buccitelli, assistito dalla sorella Vera. I personaggi, in cartapesta o terracotta e di misure diverse, furono creati per lo più nei primi decenni del secolo scorso. Una particolarità: la capanna non ha un posto fisso, e per questo il presepe pacentrano risulta, anno per anno, diverso — «ricco di inventiva e fantasia».

Rispetto a quello napoletano è più sobrio, e non presenta una vasta gamma di personaggi dai caratteristici mestieri: forse, scrive chi lo ha studiato, perché l'abruzzese fin dai tempi lontani «è stato solo pastore e contadino». Le statuette hanno volti austeri, che a stento trattengono quell'atavico senso di solitudine che è anche frutto dello storico isolamento della regione. Il Bambino è semplice; San Giuseppe ha lo sguardo di un uomo vissuto sui campi; la Madonna si presenta come una povera contadina, e ricorda i versi danteschi del XX canto del Purgatorio.

Un cenno a parte meritano le contadine dell'area peligna, riprodotte nei costumi tipici dei paesi d'origine: essendo state modellate nei primi anni del secolo scorso, permettono oggi di ricostruire con una certa fedeltà la foggia e i colori dei tessuti adoperati per le varie componenti del costume. Le statuine, in questo, sono un archivio.

Come arrivare alla festa

Farsi avvolgere dalle atmosfere del Presepe Vivente, a Pacentro, è alla portata di tutti. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Sulmona dista 6,0 chilometri, cioè 8 minuti di strada.

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