Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Ognissanti e Defunti » Ricette

Ognissanti e Defunti · Ricette

I dolci dei morti 2026 - le ricette regionali del 2 novembre

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il 2 novembre, giorno della commemorazione dei defunti, ogni regione italiana ha il suo dolce: le ossa di morto, chiamate così per la forma simile alle ossa e per la consistenza croccante, la frutta martorana di pasta di mandorla in Sicilia, le fave dei morti alle mandorle in Toscana e in Umbria, il pane dei morti nel nord Italia. Accanto ai dolci restano i piatti più antichi — grano bollito, ceci, fave, castagne — che nel mondo greco e romano si offrivano alle anime dei trapassati.

Le ossa, e perché si chiamano così

Sono le ossa di morto, così chiamate per la loro forma simile alle ossa e per la loro consistenza croccante.

Sono dolci biscotti con una base più scura e morbida e una bianca più croccante, e hanno una ricetta semplice ma genuina: acqua, farina, zucchero e aromi (cannella e chiodi di garofano). Nella stessa famiglia rientrano i biscotti che riproducono l'aspetto di ossa o dita, come tributo simbolico alle anime dei defunti.

La frutta finta nata da un orto spoglio

La specialità siciliana più spettacolare della ricorrenza è la frutta martorana, una vera e propria opera d'arte, a base di pasta di mandorla, dalle forme più svariate. È un dolce di origine palermitana, il cui nome deriva dal monastero della Martorana dove le monache la prepararono per la prima volta durante le festività di Ognissanti.

Si narra che il loro giardino fosse stracolmo di ogni bontà con frutta e ortaggi e il vescovo di persona voleva andare ad ammirarne la bellezza, ma poiché la visita arrivò in autunno l'orto era spoglio e allora le suore decisero di ornarlo con una frutta dolce che imitasse il più possibile quella vera. Da lì la frutta martorana divenne uno dei simboli della festività di Ognissanti in Sicilia, insieme ai pupi di zucchero.

Le fave: prima erano un cibo sacro, poi un biscotto

In Toscana e Umbria si preparano le «fave dei morti», biscotti alle mandorle. I Romani consideravano le fave sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime.

Questa consuetudine si protrasse sino al X secolo, quando le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti.

Il grano bollito e i ceci: il piatto più antico di tutti

Anche i ceci vengono associati sin da tempi remoti al mondo ultraterreno: nell'antica Grecia, durante le feste di fine inverno in onore di Dioniso, dio arcaico della vegetazione e del rinnovo naturale, si cuocevano grandi pentole di civaie — ceci, fave, fagioli e altri semi — che venivano poi esposte sugli altari e offerte alle anime dei trapassati affinché si rifocillassero prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno nell'aldilà.

Anche il grano: si va dal «Pane dei morti» diffuso in tutto il nord Italia, ai Cicci cotti, «grano dei morti» — la colva in Salento — della Puglia, possibile prosecuzione dei riti greci di offerta a Demetra, dea delle messi, per assicurare il raccolto futuro. Nelle tavole imbandite del Sud si ritrova identico: grano bollito, noci, melograno e mosto cotto, e a Ferrandina, sulla Mensa dei Defunti, pettole, grano bollito, orecchiette al sugo, dolci e vino.

Castagne, stoccafisso e una collana da portare in chiesa

In Liguria la tavola del 2 novembre non aveva dolci elaborati ma cose di stagione: si mangiavano fave, ceci, stoccafisso con bacilli e castagne bollite.

Le castagne diventavano anche un oggetto da indossare e da portare in chiesa: i bambini ricevevano la «resta», una collana di castagne e mele, e durante la Veglia dei Morti i fedeli portavano in chiesa collane di «ballotti», le castagne bollite che venivano mangiate durante le preghiere.

Il dolce come pedaggio: quello che ricevevano i bambini

In Molise, fin dall'Ottocento i bambini giravano di casa in casa chiedendo dolci: nella zona matesina gridavano «Ciciotti ciciotti per l'anima dei morti», ricevendo dolci a base di miele e farina di ceci, mentre le comunità croate del Molise chiedevano le bumblice, ciambelle dolci. Il cibo, in queste tradizioni, non resta fermo in tavola: nell'antica Grecia le civaie finivano sugli altari, a Ferrandina si apparecchia la Mensa dei Defunti, in Molise i dolci passavano nelle mani dei bambini che bussavano alle porte. Il gesto è più antico della data, e le usanze del 2 novembre lo hanno ereditato.

In Puglia il contenitore era appeso al letto: si era soliti appendere al bordo dei letti delle calze, chiamate «cavezette di murte», che durante la notte venivano riempite di dolci. In Sicilia arrivavano frutta di mostarda e cotognata, frutta di pasta reale, e il fidanzato regalava alla fidanzata un pupo di zucchero o canestrini di dolci detti ossa di muorti. A Palazzolo il piatto aveva un significato preciso: in segno di devozione veniva consumata la pasta con le noci — la noce come ogni frutto seme rinvia ai morti.

La zucca, il vino e il fuoco su cui si cucina

L'uso della zucca, tipico prodotto autunnale, ha tradizioni antiche e consolidate in diverse parti della penisola, dove a Ognissanti può essere lasciata piena di vino per i defunti o utilizzata come lanterna per favorire il ritorno dei trapassati nell'aldilà.

A Orsara diventa il centro di una cucina all'aperto: si decorano le zucche e si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci; gli avanzi, da lasciare disposti agli angoli delle strade, vengono riservati ai defunti. Dal tempo delle offerte agli dei sino ai giorni nostri, il cibo, nel segno della continuità, permane come legame tra il mondo dei viventi e quello degli spiriti, tra la materia e l'anima. Si cucinava con i poveri frutti che la terra donava in quel periodo di infecondità e i pochi rimasti dall'epoca dell'abbondanza: legumi secchi, castagne e l'immancabile zucca.

Nello stesso periodo, poco lontano

Chi passa di qui a novembre trova anche questi appuntamenti.

Da leggere