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Ognissanti e Defunti · Tradizioni

Le tradizioni italiane dei Santi e dei Morti

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Le tradizioni italiane dei Santi e dei Morti si concentrano fra il 1º e il 2 novembre, fra Ognissanti e la commemorazione dei defunti, e il nucleo è dappertutto lo stesso: in quella notte i morti tornano, e i vivi li accolgono. Si lascia cibo e acqua sulla tavola, si accendono lumi e si lasciano aperte porte e finestre, si intagliano zucche illuminate, si lanciano ruote di fuoco dai pendii; i bambini vanno di casa in casa a chiedere dolci in nome delle anime, e in cambio i morti lasciano i doni dentro le scarpe.

La notte in cui i morti escono dal cimitero

In Sicilia, nella notte a cavallo fra il 1º e il 2 novembre si lasciava cibo e acqua per le anime che tornavano dall'oltretomba.

È proprio dai cimiteri che, secondo gli antichi racconti, inizierebbe il viaggio dei morti, che uscirebbero dalle loro tombe per raggiungere la città, e la sfilata seguiva una precedenza precisa: prima i defunti per morte naturale, poi i giustiziati, i morti per disgrazia, i morti repentinamente e così via. Dopo il corteo andavano nelle case a fare visita ai parenti e in cambio di cibo e acqua allietavano i più piccoli con dolci e regali.

I doni lasciati dentro le scarpe

Lo scrisse Pitrè nel 1881: «i morti non sempre entrano nelle case, ma lasciano il dono alle porte e alle finestre, per lo più entro le scarpe se i bambini appartengono al popolo basso».

La credenza, sempre raccolta da Pitrè, era che quella notte «i morti lasciano la loro paurosa dimora e scendono in città a rubare ai più ricchi pasticcieri, mercanti ecc., dolci, giocattoli, vestiti nuovi, e donare ai fanciulli che sono stati buoni e li hanno pregati». Quello che arrivava, lo elenca Luigi Lombardo: il carrettino di legno con il cavallo in cartapesta, bamboline di pezza, le casette delle bambole; e più tardi, in un articolo del 2004, Nello Blancato ricorda bambole di paglia, di segatura, cucine, automobiline a molla, fucili a tappo, spade e Ciccupeppi.

C'era anche una preghiera da recitare: «Armi santi armi santi / iu sugnu una e vuatri siti tanti / Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai / Così di morti mittiminni assai».

Mangiare accanto alla tomba

Luigi Lombardo, nel suo libro La provincia di Siracusa e le sue tradizioni popolari, scrive che «un tempo in questo giorno il popolo si dedicava alla veglia presso la tomba dei cari estinti. La veglia cominciava all'alba e si prolungava fino a notte inoltrata».

«Si mangiava nei suoi pressi, come usavano fare i greci antichi. Il pasto comunitario presso la tomba era il segno del riaffermato legame morte-vita». Sempre in Sicilia, la festa apriva una stagione: la festa dei morti era l'inizio dei giochi familiari che si concludevano nel periodo natalizio, «secondo una precisa liturgia del gioco».

In Liguria si lasciavano le porte aperte

In Liguria, la notte di Ognissanti era un tempo dedicata all'accoglienza dei defunti: nelle case si accendevano lumi, si lasciavano porte e finestre aperte, si pulivano i letti e si preparava il fuoco nel camino.

Ogni paese aveva il suo gesto: a Monterosso le luci indicavano la via ai morti, mentre in Lunigiana si andava a pregare al cimitero bussando sulle tombe per «svegliarli». I bambini ricevevano la «resta», una collana di castagne e mele, e l'«officieu», una candela colorata che ardeva durante il Rosario; e durante la Veglia dei Morti, i fedeli portavano in chiesa collane di «ballotti», le castagne bollite che venivano mangiate durante le preghiere.

Zucche intagliate, molto prima di Halloween

In Molise le zucche erano il segnale della vigilia. Tra i simboli più caratteristici ci sono le zucche antropomorfe, intagliate a forma di testa e illuminate da candele, esposte la vigilia della ricorrenza per spaventare i passanti e richiamare le anime dei morti, e a Pescolanciano e Carovilli la vigilia era animata da zucche illuminate agli angoli delle strade.

Fin dall'Ottocento i bambini giravano di casa in casa chiedendo dolci: nella zona matesina gridavano «Ciciotti ciciotti per l'anima dei morti», ricevendo dolci a base di miele e farina di ceci, mentre le comunità croate del Molise chiedevano le bumblice, ciambelle dolci. In Sardegna succede lo stesso: i bambini vanno di casa in casa a chiedere offerte in nome delle anime dei defunti. In Puglia il contenitore era un altro: si era soliti appendere al bordo dei letti delle calze, chiamate «cavezette di murte», che durante la notte venivano riempite di dolci.

A Orsara la festa viene chiamata Fucacoste e Cocce priatorje (falò e teste del purgatorio): si decorano le zucche e si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci; gli avanzi, da lasciare disposti agli angoli delle strade, vengono riservati ai defunti.

La tavola apparecchiata per chi non c'è più

Le tavole imbandite accolgono simbolicamente le anime con i piatti amati in vita, e accanto l'altare delle Anime Pezzentelle rievoca antiche devozioni abruzzesi e meridionali; il percorso passa tra storie e leggende popolari — come quella di Lu Mazzamurille, lo spiritello dispettoso — e si chiude condividendo grano bollito, noci, melograno e mosto cotto.

A Ferrandina il rito ha un nome e una fondatrice: la «Mensa dei Defunti», nata oltre quarant'anni fa grazie a Maria Lisanti, conosciuta in paese come Maria «a Bonour», e affonda le radici in un gesto semplice e profondo: preparare una tavolata imbandita in onore dei defunti, condivisa poi con amici, passanti e bisognosi. Ogni anno la tavola si riempie di piatti tipici — pettole, grano bollito, orecchiette al sugo, dolci e vino — in un clima di accoglienza e ricordo.

Ruote di fuoco, confraternite incappucciate e un paiolo del 1881

Il borgo medievale di Longiano vive la notte di Ognissanti con il fuoco che rotola. Durante la serata, rotelle di legno di faggio infuocate — le cidules — vengono lanciate da dirupi e pendii tra grida propiziatorie, un rito che un tempo invocava fertilità e raccolti abbondanti; a portarlo avanti sono i Cidulârs. Oggi il primo lancio è dedicato alle coppie della comunità, seguito da dediche scherzose e affettuose agli innamorati del paese.

Ad Arezzo il rito è una processione nel cimitero monumentale, a cui prendono parte i soci e il magistrato della Misericordia: quasi tutti gli intervenuti indossano la tradizionale veste scura composta da una lunga tunica e completata da un cappuccio detto «buffa», che serviva soprattutto a nascondere l'identità di colui che prestava volontariamente soccorso e aiuto agli altri, affinché chi veniva assistito non dovesse sentirsi in obbligo di ringraziare nessuno.

All'alba del primo novembre, nel cuore del borgo, risuona il richiamo del Caldron: intorno al focolare della Cooperativa i compaesani si riuniscono portando ceci, costine e cotenna per la ceciata. È nata come iniziativa solidale nel 1881, e la tradizione continua.

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