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Epifania · Tradizioni

I falò del 5 gennaio: un solo fuoco con molti nomi, dal panevin al pignarûl

4 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Il falò della vigilia dell'Epifania è un rito solo, ma cambia nome quasi a ogni valle: pignarûl in Friuli, panevin nella Destra Tagliamento, seima in Bisiacaria, fughera nella Bassa friulana. Si accende al calare del sole del 5 gennaio, e serve a propiziare l'anno che comincia.

Sotto i nomi, i gesti sono gli stessi.

La mappa dei nomi

Fra Friuli, Veneto e le terre tra Tagliamento e Piave i fuochi epifanici hanno decine di denominazioni. Le più diffuse:

Il nome più trasparente è pan e vin: pane e vino, cioè l'augurio di abbondanza che il rito chiede all'anno nuovo.

Come si fa

La pira si costruisce nei campi aperti o nelle piazze, con cataste di legno e paglia, fieno e sterpaglia, e soprattutto con frasche e tralci di vite avanzati dalle potature: il falò smaltisce ciò che l'anno agricolo ha lasciato indietro.

L'accensione avviene al calar del sole, la sera del 5 gennaio o, in alcune località, il 6. Attorno al fuoco la comunità si riunisce per cantare e ballare, con spettacoli folcloristici e il racconto delle origini del rito. In alcune zone si gettano nel fuoco piccole offerte di cibo o oggetti.

Sulla cima della catasta viene spesso posto un fantoccio: la «vecia», l'anno vecchio che brucia, o una figura dalle fattezze di strega.

Che cosa si mangia

Il rito ha due alimenti fissi, che tornano ovunque: il vin brulé, offerto ai presenti, e la pinza — chiamata anche pinsa — il dolce dei falò, fatto con pinoli, fichi secchi e uvetta.

A che cosa serve

La funzione dichiarata è propiziatoria: si bruciano l'anno vecchio e i brutti ricordi, e si chiede al nuovo un buon raccolto. Nel periodo epifanico si celebrava anticamente l'inizio dell'anno solare e la rinascita della natura dopo l'inverno; i Celti propiziavano quella rinascita con rituali e falò per tenere lontani gli influssi malefici, e i fuochi epifanici si collegano a un rito votivo dedicato a Beleno.

C'è poi la parte divinatoria, che è il cuore della serata: dalla direzione del fumo si traggono gli auspici per i mesi a venire, e i contadini ne ricavavano previsioni sul raccolto.

In Veneto il falò viene letto anche in chiave cristiana, come richiamo alla stella cometa che guidò i Magi.

I falò più noti

Il panevin è poi attestato in decine di paesi, da Mortegliano, Martignacco e Lavariano a Castions di Strada, Santa Maria la Longa e Montenars, fino a Erto, Pasiano, Brugnera e Tamai. In provincia di Treviso è sentito con particolare attaccamento.

Un rito, molte lingue

La varietà dei nomi racconta la storia del rito meglio di qualsiasi definizione: non è stato importato né imposto, ma si è formato in ogni comunità con le parole di quella comunità. Cambia il nome, cambia il giorno di poche ore, cambia il fantoccio in cima — restano la catasta, il fuoco al tramonto, il vino caldo e gli occhi puntati sul fumo.

Domande frequenti

Quando si accendono i falò dell'Epifania?

Al calare del sole della sera del 5 gennaio, vigilia dell'Epifania; in alcune località il falò principale arde il 6. A Tarcento il Pignarûl Grant si accende alle 19 del 6 gennaio.

Come si chiamano i falò epifanici?

Pignarûl in Friuli, panevin o pan e vin nella Destra Tagliamento e in Veneto, seima in Bisiacaria, fughera nella Bassa friulana, e poi casera, foghera, burièl, fogaròn, krìes e molti altri.

Che cosa si mangia e si beve ai falò?

Vin brulé e pinza, il dolce dei falò fatto con pinoli, fichi secchi e uvetta.

Perché si brucia un fantoccio in cima al falò?

Perché è l'anno vecchio: la «vecia» posta sulla catasta arde insieme a ciò che si vuole lasciare indietro. In alcune zone il fantoccio ha le fattezze di una strega.

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