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Chiamata di Marzo a Recoaro 2027 - Il rogo dell'omo de paia

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
22 febbraio 2026
Dove Piazza Duca d'Aosta

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 03/09/2026.

La Chiamata di Marzo si tiene a Recoaro Terme, in provincia di Vicenza, nell'ultima domenica di febbraio, solo negli anni pari. Centinaia di figuranti in costume scendono in corteo fra corni e campanacci, con oggetti e attrezzi della tradizione cimbra, fino al rogo finale dell'omo de paia, la sagoma di paglia che rappresenta l'inverno. L'usanza, quasi scomparsa fra le due guerre mondiali, è stata riscoperta nel 1979.

Una festa che si fa solo negli anni pari

Prima di mettersi in viaggio conviene guardare il calendario, perché questa festa non c'è tutti gli anni. A Recoaro Terme si ripropone nell'ultima domenica di febbraio — solo negli anni pari — la Chiamata di Marzo: una manifestazione che porta per le vie della cittadina termale centinaia di figuranti in costume, che in gruppi, a piedi o sui carri allestiti con ogni genere di scenografie, mettono in mostra oggetti, attrezzi e testimonianze della civiltà e della tradizione "cimbra".

Il nome dice esattamente che cosa si fa. La "Chiamata di Marzo", o "Ciamar Marso", è un'antica tradizione di Recoaro Terme il cui scopo è "chiamare marzo" e porre definitivamente fine all'inverno: sono le genti di queste montagne che si riuniscono nel centro del paese per scacciare l'inverno e risvegliare la primavera e la natura.

Le storie, i mestieri, i prodotti e il folclore del passato recoarese rivivono in una girandola di scorci e di dettagli recuperati dai secoli, e la manifestazione è riconosciuta Manifestazione di interesse locale dalla Regione Veneto.

Cinque mesi chiusi nelle stalle

Per capire perché una comunità si metta a fare rumore a fine febbraio bisogna sapere com'era l'inverno quassù. Era la manifestazione spontanea della gioia che invadeva gli animi della gente di montagna, costretta a restare chiusa nelle case e nelle stalle per quattro o cinque mesi, quando il primo tepore primaverile scioglieva il ghiaccio che d'inverno interrompeva i rapporti e le normali comunicazioni sia fra le contrade che con il centro del paese.

La discesa in paese avveniva al buio. Verso l'imbrunire, dopo essersi radunati a frotte nelle loro contrade, centinaia di pastori, mandriani, contadini e le loro famiglie scendevano in paese, abbigliati con fogge e costumi stravaganti, in corteo compatto tra un frastuono indiavolato.

Gli abiti erano quelli che si avevano, conciati per l'occasione: ornamenti fatti di rami e fronde, abiti vecchi dai colori vari e vivaci, stelle alpine sul cappello alla montanara costituivano l'abbigliamento maschile, mentre le contadinelle e le montanare indossavano gli abiti migliori, adorne di trine, merletti e dei primi fiori.

In mezzo al grande, allegro corteo non potevano mancare gli animali — somarelli riccamente adornati e infiorati, buoi, capre e perfino conigli e galline — che insieme agli uomini avevano condiviso i lunghi giorni dell'isolamento invernale. Tutti si ritrovavano nella piazza con i propri attrezzi di lavoro, i propri armenti e con ogni possibile arnese trasportabile.

Corni e recùbele, che prima erano un telefono

Il frastuono non è folclore aggiunto: era il modo in cui questa valle si parlava. Dalle contrade, il più delle volte isolate sia per mancanza di strade che dalla tanta neve, nei lunghi inverni si sentivano i richiami dei corni e dei recùbele come modo di comunicare e di sapere le varie notizie da una parte all'altra della vallata.

Quegli stessi richiami venivano usati anche per darsi appuntamento in centro a Recoaro nell'ultima domenica di febbraio, perché c'era il bisogno di trovarsi tutti insieme per scambiare i vari prodotti agricoli e i lavori artigianali fatti nelle stalle e nei modesti laboratori durante l'inverno. Era la prima domenica di vero mercato, con festa popolare con suoni e grossi rumori, con l'intento di scacciare l'inverno e chiamare con forza l'arrivo della bella stagione.

E c'era un significato in più, che vale più di qualunque spiegazione: se dalle altre vallate arrivava un suono simile, significava che tutti avevano superato l'ennesimo duro inverno.

Oggi il rumore si fa con tutto quello che capita: un po' per infastidire e allontanare gli ultimi giorni di freddo della stagione, un po' per richiamare l'attenzione della primavera, i figuranti suonano qualunque strumento abbiano a disposizione: tamburi, corni, coperchi, campanacci e chi più ne ha più ne metta. Gli strumenti hanno i loro nomi in dialetto: snàtare, ciòche de legno, bandòti, quèrci, corni, rekubele… tutto prende vita in una danza di luce e ombre.

In testa al corteo, un tempo, c'era chi faceva il rumore più forte: alla testa della folla sfilavano per primi i cacciatori, armati di vecchi archibugi con i quali più tardi, mentre si intrecciavano le danze, salutavano a salve l'arrivo di marzo. Il corno, il "rècubele" e le "snatare" completavano il gaio frastuono, mentre i bambini agitavano campanelli — le "ciochète" — e le campane suonavano a festa. I gruppi intonavano le "cante" e qualcuno si esibiva in giochi di abilità e acrobazia.

Venere, le Calende e il Capodanno veneto

L'origine della Chiamata di Marzo come manifestazione non è certa, ma se ne ha traccia fin dalla fine dell'Ottocento. Da varie attestazioni si sa che la festa era ancora celebrata con grande partecipazione fino agli anni Venti del Novecento, per poi via via declinare nei decenni tra le due guerre mondiali.

Le ipotesi sulle radici remote guardano al mondo antico. Fin dagli antichi Greci sappiamo che si celebrava con feste e con canti la nascita di Venere, che cadeva appunto nel mese di marzo: come dire il sorgere dell'amore, il risveglio dell'uomo e della natura dalle cupe ombre in cui li aveva avvolti l'inverno. E per i Romani le Calende Marzie segnavano addirittura l'inizio dell'anno, e appunto in marzo erano tenute le grandi assemblee generali.

Anche qui vicino il primo di marzo contava: il primo giorno di marzo è il Capodanno veneto, secondo il calendario utilizzato dalla Repubblica della Serenissima, e le origini di una celebrazione che ancora si svolge in alcune località vicentine, soprattutto nel Recoarese, sono ben più antiche, legate alle feste per il risveglio della terra.

Recoaro non è sola: testimonianze odierne degli antichi festeggiamenti possono essere i vari brusàr marzo, ciamàr marzo, bàter marzo, che ancora oggi si svolgono in alcune località del Veneto. Alcune ricostruzioni etnografiche risalgono ancora più indietro, riconducendo bàter marzo al più antico rito di Mamurio Veturio — il "vecchio Marte" — che veniva percosso con lunghe pertiche bianche e scacciato dalla città di Roma il 1° marzo; poiché in antichità Marte non era il dio della guerra ma il dio della vegetazione, gli antichi riti sembrano rifarsi allo scacciare il vecchio e morente dio in favore di quello nascente, così come nascente è la vegetazione che spunta nuovamente dopo l'inverno.

Riscoperta nel 1979

La festa era quasi scomparsa, e a riportarla in vita è stata una decisione precisa. Dopo un lungo declino iniziato tra le due guerre mondiali, l'usanza è stata riscoperta nel 1979, e da allora Recoaro Terme organizza una grande sfilata a tema.

Il rilancio fu un'operazione collettiva: a partire dal 1979 l'Amministrazione Comunale e un apposito Comitato, coadiuvati dall'Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno, dalla Cooperativa Culturale e dalla Biblioteca Comunale, promossero il rilancio della manifestazione allo scopo di far conoscere e rivivere la sua natura folcloristica e il suo significato storico-culturale, organizzando la partecipazione di gruppi in costume e carri allegorici allestiti nel rispetto dell'antica tradizione locale.

Oggi è organizzata dall'associazione Ciamar Marso in collaborazione con il Comune, ed è un evento profondamente radicato e sentito da tutti i recoaresi, che vogliono mostrare in questa giornata di festa la loro identità e le proprie tradizioni.

Il fantoccio che brucia alla fine

Quello che sfila per il paese è un inventario di lavori scomparsi. Si susseguono i figuranti che ballano, giocano, battono il frumento, e bambini che si divertono con slitte e biciclette di legno. Il fornaio, il mugnaio, i postini, gli spazzacamini sono solo alcuni tra i tanti lavori rievocati che sono andati persi negli anni, oppure si svolgono in modo completamente diverso grazie ai progressi della tecnologia.

Il corteo parte da via Campogrosso, attraversa le strade del centro storico per poi ricongiungersi nel piazzale della cabinovia, dove prosegue la festa, fra campanacci, simboli della vita rurale e antichi riti propiziatori per l'arrivo della primavera. Al termine cioccolata calda e vin brulé.

E poi si accende il fuoco, che è il vero punto d'arrivo di tutto. Dopo il tramonto veniva acceso il falò sul quale bruciava "l'inverno", rappresentato da una sagoma di paglia, e ancora oggi a concludere la giornata è il rogo di "Se brusa l'omo de paia".

Marzo, a quel punto, è stato chiamato abbastanza forte.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Recoaro per la festa chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Schio, a 20 chilometri da qui, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: uscendo al casello di Schio Valdagno Pass _ Traforo dello Zovo aspetta un percorso di 16 chilometri che in 16 minuti porta a destinazione.

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A febbraio, nei paesi vicini, ci sono anche queste feste.

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