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Sagra della Salsiccia a Gallico Superiore 2027 - Quattro sere di brace davanti al campo sportivo

4 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 7 al 9 agosto 2026
Dove piazzale dello stadio “Nino Lo Presti” di Gallico Superiore, Gallico Superiore (reggio di Calabria, Rc)

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: ildispaccio.it, letta il 20/09/2026.

Il grasso che cola sulla brace

<!-- lead --> La Sagra della Salsiccia si tiene per quattro sere di fine agosto a Gallico Superiore, frazione collinare di Reggio Calabria, sul piazzale davanti allo stadio «Nino Lo Presti»: le salsicce cuociono avvolte a spirale sulle graticole, e il paese si conta attorno alla brace.

Siamo in Calabria, nella parte alta di Reggio Calabria. Gallico Superiore è la frazione collinare che sta appena sopra la marina, là dove la valle del Gallico risale dallo Stretto di Messina verso i crinali dell'Aspromonte, strozzandosi a metà strada nel passaggio dei Mulini di Calanna prima di riaprirsi verso il monte. È qui che si tiene la Sagra della Salsiccia.

Un nome che la città aveva quasi inghiottito

Per capire perché un quartiere organizzi ogni estate una festa attorno a un insaccato di maiale, conviene guardare la carta. Gallico non è sempre stato Reggio. Nei primi decenni del Novecento il disegno della "Grande Reggio" fuse quattordici comuni vicini in un'unica città: Gallico fu uno di quelli, e il suo nome scivolò dall'elenco dei municipi a quello delle frazioni. La marina prese i bagnanti e la strada litoranea; la parte superiore restò aggrappata alla collina, con la chiesa di San Biagio e il santuario della Madonna della Grazia a segnarne il centro.

Una frazione non ha un sindaco da esibire, non compare nei calendari turistici della costa. Ha però il suo campo sportivo, la sua parrocchia, le sue famiglie che si conoscono per soprannome. La sagra nasce da questo: è il modo in cui un pezzo di città che ha perso il grado di comune rimette il proprio nome sulla mappa per qualche sera, cucinando la cosa che sa cucinare.

La carne che doveva attraversare l'inverno

La salsiccia calabrese non è un piatto da festa nel senso allegro del termine. È, alla radice, una tecnologia della fame. Quando in campagna si ammazzava il maiale, di solito d'inverno, non si buttava niente e non si poteva mangiare tutto subito. La carne e il lardo venivano tritati, conditi con semi di finocchietto e peperoncino, insaccati nel budello naturale, bucati e legati a mano con lo spago. Poi appesi ad asciugare, o messi sotto strutto in un orcio: il grasso sigillava la carne dall'aria e la faceva durare mesi. Nel Reggino la tradizione predilige il pepe nero e il finocchietto selvatico, una firma leggermente diversa da quella più rossa e piccante dell'entroterra.

Ogni ingrediente aveva una ragione terrena prima di averne una di gusto. Il peperoncino non serviva solo a scaldare la bocca: la sua piccantezza aiutava a tenere lontani gli insetti e a mascherare l'inizio dell'irrancidimento. Il finocchietto profumava e conservava. Il sale e lo strutto erano la vera catena del freddo di un mondo senza frigoriferi. Chi non aveva un maiale, o non sapeva insaccarlo, in gennaio rischiava concretamente di restare senza companatico. C'è una piccola ironia in tutto questo: una carne inventata per sopravvivere al gelo viene celebrata oggi nel mese più caldo, quando di conservare non c'è più bisogno e la salsiccia finisce sulla brace ancora fresca, dentro un panino.

Gli Amici del Campo

Dietro la griglia c'è un'associazione con un nome che dice tutto del posto: gli Amici del Campo, dove il campo è quello sportivo davanti a cui la festa si accende. Sono volontari, e la cronaca locale ne registra i nomi uno per uno, come si fa in un paese: il presidente, chi promuove, chi tiene la direzione artistica. Persone, e non un ufficio eventi.

Il programma, di sera in sera, tiene insieme il panino e la musica popolare. Sul palco si avvicendano i gruppi etnici del folk calabrese, quelli che muovono le gambe da soli, e accanto a loro capita la musica celtica o un'orchestra da ballo liscio: qui la tradizione è una cosa viva, tarantella e fisarmonica, ma anche quello che gira in radio. Accanto al palco, ogni sera, le luci del Luna Park per i bambini, perché una sagra di frazione è prima di tutto una festa di famiglie.

Il conto delle presenze

Qui il racconto ufficiale scivola facile verso il comunicato: grande successo, migliaia di persone. La cronaca locale ha contato migliaia di presenze arrivate da tutta la provincia, e va presa per quello che è: la fotografia di una sera fortunata, non un titolo di merito. Il dato più concreto lo dicono gli organizzatori stessi a festa finita, quando ammettono che una macchina tanto complessa non si mette in moto con la stessa facilità ogni anno.

Dentro quella frase c'è il lavoro vero. Montare i banchi, procurare i quintali di salsiccia, cablare le luci sul piazzale, incastrare i permessi, tenere i turni alle griglie per quattro sere fino a notte fonda: sono ore di sonno tolte a chi di mestiere fa altro. La riuscita non è un diritto acquisito. È la scommessa che ogni estate un gruppo di persone rifà, sapendo che potrebbe non venire.

Quando le braci si spengono

Quando l'ultimo concerto finisce, le graticole vengono grattate e il grasso rappreso raschiato via. Le giostre spengono le insegne una dopo l'altra, le sedie di plastica si accatastano, qualcuno spazza i tovaglioli unti dal piazzale. Resta l'odore di brace nell'aria ferma, e la collina sopra Gallico Marina che torna a essere quello che è per il resto dell'anno: una frazione tranquilla con una chiesa, un campo e un nome che, per quattro sere, è tornato a contare.

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