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Che cosa vuol dire «fare san Martino»: il giorno dei traslochi contadini
«Fare san Martino» vuol dire traslocare. Nella pianura padana l'espressione è rimasta perché l'11 novembre scadevano i contratti agrari, e il contadino che non veniva confermato doveva lasciare la casa del padrone entro quel giorno. Con la famiglia e tutto quello che aveva.
Il modo di dire è più antico di quanto sembri.
Che cosa significa
Nella pianura padana agricola l'espressione indica cambiare lavoro e luogo di lavoro, e per estensione traslocare.
In Romagna, a Parma e a Reggio Emilia «fare san Martino» è ancora sinonimo di traslocare, e in diversi dialetti del Nord il significato si è conservato intatto. Vale anche in senso più largo: andarsene, lasciare tutto e cambiare.
Perché cambiare lavoro voleva dire cambiare casa
La ragione sta in come funzionava il lavoro nei campi.
Una parte significativa della popolazione attiva della pianura padana era occupata come bracciante o mezzadro, e quei lavoratori abitavano sul luogo di lavoro, in un'abitazione messa a disposizione dal padrone.
L'anno lavorativo finiva agli inizi di novembre, dopo la semina. Se il datore di lavoro non rinnovava il contratto, il contadino doveva cercare un impiego altrove — e con l'impiego perdeva anche il tetto.
La data del trasferimento era quasi sempre l'11 novembre, giorno di san Martino di Tours: in Nord Italia tutti i contratti finivano e cominciavano quel giorno.
Il giorno del trasloco
La scena era riconoscibile a chilometri: carri strapieni in movimento da una cascina all'altra, e famiglie in uscita e in arrivo che si incrociavano sulla stessa strada.
Sul carro finiva tutto:
- mobili, materassi, stoviglie e pochi oggetti di casa;
- viveri e legname per l'inverno;
- gli animali — polli e il maiale;
- e sopra ogni cosa, i bambini e i vecchi.
Chi arrivava all'11 novembre senza un nuovo contratto non aveva molte alternative: andava in piazza a cercare lavoro.
Il trasloco si preparava da mesi
Per le famiglie più organizzate lo spostamento non era improvvisato.
I fittabili cominciavano a prepararlo già alla fine dell'estate. E c'era una figura che partiva prima di tutti: il capo cavallante andava in avanscoperta nella futura cascina, per tastare il terreno in vista della semina autunnale del frumento.
Si cambiava podere per una ragione precisa: cercare condizioni di vita migliori e un reddito più alto.
Da dove viene l'espressione
L'origine del modo di dire risale ad alcuni secoli fa, e ha avuto un riscontro pratico fino a qualche decennio fa.
Il modo di dire viene ricondotto al borgo di San Martino dall'Argine, nel Mantovano, dove ogni anno si celebra un'antica fiera concessa da Pirro Gonzaga, vissuto fra il 1490 e il 1529.
Dalla campagna alla città
Con lo spopolamento delle campagne l'usanza non è sparita: si è trasferita in città.
Cambiare casa a san Martino divenne abituale anche fra chi con i campi non aveva più niente a che fare, e in città si continua a dire «fare san Martino» per indicare il trasloco.
Domande frequenti
Che cosa vuol dire «fare san Martino»?
Traslocare, o cambiare lavoro e luogo di lavoro. L'espressione viene dalla pianura padana e in molti dialetti del Nord è ancora in uso.
Perché proprio l'11 novembre?
Perché a quella data scadevano e ricominciavano i contratti agrari, quando i lavori nei campi erano finiti. Chi non veniva confermato doveva lasciare la casa del padrone.
Che cosa si portava via il contadino?
Tutto quello che aveva: mobili, materassi, stoviglie, viveri, legname, i polli e il maiale, con bambini e anziani caricati sul carro.
Si dice ancora?
Sì. In Romagna, a Parma, a Reggio Emilia e in vari dialetti settentrionali «fare san Martino» significa traslocare, ed è passato dalla campagna alla città.