La tavola di Capodanno 2026: cotechino, lenticchie e i piatti del cenone
Nel mondo occidentale il giorno festivo è il 1º gennaio, ma la festa e la cena si fanno la sera precedente, quella di San Silvestro: è tradizione allestire la cosiddetta cena o cenone di Capodanno, un abbondante pasto. Ogni società che si rispetti mette in campo almeno un rito culinario per iniziare al meglio il nuovo anno, brindisi compreso. Molti dei cibi che compaiono in tavola quella sera vengono dai riti romani di gennaio: le strenae, i fichi secchi avvolti nelle foglie d'alloro che ci si scambiava a Capodanno, e i sacchetti di lenticchie regalati con l'augurio che si trasformassero in denaro.
Il maiale e le monete di lenticchie
In Italia il menù del cenone del 31 dicembre varia — per portate, ingredienti e lunghezza — da regione a regione e anche da città a città, ma un piatto tiene insieme tutta la penisola: cotechino, o zampone a seconda delle zone e del gusto, con le lenticchie, che accompagnano lo scoccare della mezzanotte dalle Alpi alla punta dello Stivale, isole comprese. In alcune versioni della tavola compare anche lo stinco. Il cotechino è un salume grasso ottenuto dal maiale, e secondo la tradizione italiana il maiale è simbolo di abbondanza, fecondità e forza spirituale, quindi beneaugurante.
L'«invenzione» dello zampone viene attribuita a Pico della Mirandola, governatore della cittadina oggi in provincia di Modena: durante l'assedio del 1511 da parte delle truppe di Papa Giulio II avrebbe trovato un trucco ingegnoso per conservare le carni dei maiali macellati, insaccandole nelle loro stesse zampe.
Nell'antica Roma si regalavano sacchetti pieni di questo legume — una scarsella, cioè una borsa di cuoio — con l'augurio che si trasformassero in denaro nei mesi a venire, e anticamente si regalavano portamonete pieni di lenticchie augurandosi che diventassero monete d'oro. La lenticchia somiglia a una moneta e durante la cottura aumenta di volume, e proprio quell'attributo viene considerato beneaugurante.
Oggi i portamonete non si regalano più ed è rimasta l'usanza di mangiarle allo scoccare della mezzanotte, insieme al cotechino, come buon auspicio per l'anno nuovo. In alcune famiglie si servono a fine pasto, in altre come contorno.
I dodici chicchi d'uva e il raccolto di Alicante
La tradizione della Spagna prevede di fare il conto alla rovescia ingoiando un chicco al secondo, per un totale di dodici chicchi che simboleggiano i dodici mesi dell'anno, uno a ogni rintocco della mezzanotte, e in alcune versioni sono anche dodici i desideri da esprimere. L'usanza è tipica della Spagna e di alcuni paesi di cultura spagnola dell'America centrale e meridionale, come il Venezuela e il Costa Rica, ed è arrivata in Italia da lì.
L'usanza sembra essere nata in Spagna, nella zona di Alicante nel 1909, anno in cui ci fu un raccolto eccezionale di uva: i viticoltori, per smaltire l'eccesso, promossero l'iniziativa dei dodici chicchi, che ebbe un gran successo e si diffuse rapidamente.
In Italia l'usanza ha messo radici in due regioni con una specifica in più: in Val d'Aosta e nelle Marche allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre si mangiano dodici acini — come i mesi dell'anno o i rintocchi della campana — proprio come in Spagna e in America Latina, ma con la specifica che l'uva sia nera.
Sulla stessa tavola sta la melagrana, che porta buona sorte: fin dall'antica Grecia e poi nell'antica Roma è considerata simbolo di prosperità, fertilità e abbondanza, perché racchiude in sé, sotto un'apparenza coriacea, dei frutti succosissimi. La tradizione carioca chiede sette acini d'uva o sette chicchi di melagrana, con lo stesso auspicio di prosperità.
La frutta secca, i fichi e l'alloro delle strenae
Sulla tavola non può poi mancare la frutta secca, e anche in questo caso l'usanza arriva dalle strenae romane, i doni che ci si scambiava durante i Saturnali, le celebrazioni in onore di Saturno e di Capodanno che sono all'origine dei regali natalizi. La frutta secca era considerata preziosa perché, all'apparenza dura, racchiude un seme vivo e nutriente, e nel Medioevo e nel Rinascimento era un bene di lusso: da lì nasce la tradizione di mangiarla nei momenti di festa. Considerata simbolo di prosperità, dovrebbe comparire sulle tavole italiane del 31 dicembre in almeno sette varietà — in Francia arrivano a tredici — e sono noci, nocciole, mandorle, arachidi, e poi uva zibibbo, fichi e datteri.
Nell'antica Roma, il primo giorno del mese di gennaio — in latino calendae, da cui il nostro calendario — il pontefice offriva a Giano farro con sale e una focaccia chiamata ianual, preparata con cacio grattugiato, farina, uova e olio, per propiziare l'influenza benefica del dio sulla natura e sui futuri raccolti.
I Romani invitavano gli amici a pranzo e si scambiavano un candido vaso di miele con datteri e fichi secchi, «perché l'anno che inizia sia dolce», dice Ovidio. I fichi, detti strenae — da cui la parola strenna — erano accompagnati da foglie d'alloro come augurio di fortuna e di felicità, e le foglie e i ramoscelli venivano raccolti nel bosco sacro della dea Strenia.
Nell'Italia meridionale l'usanza è rimasta: per Capodanno si regalano fichi secchi avvolti in foglie d'alloro. Altrove il dono ha perso quella forma, e ci si scambiano auguri e riti propiziatori senza più donare fichi accompagnati da ramoscelli d'alloro.
Lo spumante e il piatto che resta pieno
A mezzanotte si brinda con lo spumante, e la sua euforia dionisiaca riporta alle feste propiziatrici della rigenerazione ciclica della natura, legate all'abbondanza di cibo divorato, ai vestiti speciali, agli incontri amorosi. Il brindisi ha anche un gesto minore che si tramanda: si intinge il dito in un bicchiere di spumante, rigorosamente italiano, e lo si passa dietro il proprio orecchio o dietro quello della persona a cui si vuole augurare fortuna durante l'anno nuovo.
A fine serata l'importante è lasciare un piatto pieno di cibo, per accogliere il nuovo anno con prosperità e abbondanza; e prima ancora conta la dispensa, perché iniziare l'anno con la casa o il frigorifero vuoti è visto come un presagio di mancanza, e in molte famiglie si fa attenzione a riempirla prima della mezzanotte.
Il grano sardo sul mattone rovente
In Sardegna l'usanza contadina voleva che si mettessero dodici chicchi di grano su un mattone rovente: quelli che bruciavano indicavano i mesi di bel tempo a venire.
Il grano, simbolo di abbondanza, era pure l'ingrediente di su trigu cotu: grano cotto, condito con latte di pecora e zucchero o miele. Era la base della colazione del primo gennaio, da condividere con la famiglia, gli amici e i vicini di casa.
Le tavole del mondo, dal sakè alle pagnotte
Nelle Filippine si mettono in tavola dodici frutti rotondi, che rappresentano le monete come simbolo di prosperità. In Irlanda si bussa alle porte con delle pagnotte per portare fortuna, mentre in Grecia si appende una cipolla fuori dalla porta. In Giappone si consuma il sakè, bevuto in una tazza di ceramica chiamata toso, che si dice abbia il potere di allontanare le malattie e le sfortune. In Germania si beve vino rosso e ci si abbuffa di nocciole, e per tradizione si beve anche la Feuerzangenbowle, bevanda della fratellanza a base di vino, cannella e rum. In Russia, la notte del 31 dicembre si scrivono i propri desideri per il nuovo anno su un pezzo di carta che poi viene bruciato, le ceneri vengono aggiunte ai calici di champagne con cui si brinda, e il calice dev'essere bevuto nell'ultimo minuto prima di mezzanotte, altrimenti il desiderio non si avvererà.
In Perù e Colombia a mezzanotte si pescano alla cieca delle patate sistemate sotto il letto o un divano, e sono tre: quella con la buccia presagisce un anno di abbondanza, quella pelata di ristrettezze, quella metà e metà una via di mezzo. Nella Repubblica Ceca si taglia una mela a metà, e se al centro appare una croce l'anno nuovo porterà qualche grattacapo, se mostra una stella sarà un anno positivo. In Svizzera si getta per terra del gelato alla crema per augurare prosperità. E in Estonia si distribuiva alla servitù e al bestiame una focaccia in forma di verro, il maiale da riproduzione, come mezzo di fecondazione. I gesti del Capodanno non finiscono a tavola: ci sono i botti in strada e le carte in mano.
Altre feste in provincia di Modena
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- San Geminiano a Frassinoro — gennaio
- San Geminiano a Guiglia — gennaio
- San Paolo (conversione) a Concordia sulla Secchia — gennaio