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Le tradizioni di Capodanno in Abruzzo: riti, piatti e usanze del posto
A Capodanno in Abruzzo si devono fare nove cose e bere nove vini, non si spazza la casa fino al 2 gennaio e la mattina del primo dell'anno le donne vanno ad attingere l'acqua nuova. Le lenticchie non possono mancare.
La notte del 31 i cortei girano per i vicoli con mortai, padelle e molle.
Le nove cose
La regola del Capodanno abruzzese sta in un numero: nove. Nove portate da mangiare, nove vini da bere, perché il nove è collegato all'anno intero. In alcune località, come Pescina e Celano, anche la sera della Vigilia di Natale si mangiano nove cose.
Alla base c'è una convinzione precisa: quello che si fa a Capodanno si ripete per tutto l'anno. Per questo la giornata va tenuta lontana da pianti, litigi e collera.
Fra le nove portate non mancano mai i legumi, e soprattutto le lenticchie, che valgono come monete: il proverbio dice che chi le mangia a Capodanno conterà soldi tutto l'anno. La mattina del 1° gennaio si mangia l'uva, conservata in grappoli appesi chiamati penije: gli acini stanno per le monete, e i dodici chicchi per i dodici mesi.
L'acqua nuova
La cerimonia dell'acqua era diffusa in molte località. La mattina di Capodanno le donne riempivano una conca d'acqua nuova e la portavano ai vicini e agli amici, accompagnandola con un versetto benaugurale.
Erano soprattutto le donne povere a portarla alle famiglie devote, e in cambio ricevevano fichi secchi, noci e legumi cotti. Sempre il primo dell'anno, seguendo un antico detto, le figlie sposate tornavano alla casa materna.
Le serenate e le matinate
La notte del 31 dicembre i borghi si riempivano di canti augurali e riti propiziatori, e di cortei rumorosi: cembali, mortai, padelle, palette e molle. Questi canti cambiavano da un borgo all'altro, e con loro gli strumenti e le parole: il Capodanno che si fa altrove ha i suoi.
A Pettorano sul Gizio, ancora negli anni Cinquanta, piccole orchestrine improvvisate percorrevano le viuzze del paese, suonavano davanti alle abitazioni e chiamavano per nome il capofamiglia, augurandogli bon caprannɘ. Il giorno dopo si tornava a chiedere la ricompensa, in denaro o in alimenti. Nello stesso paese, agli inizi del Novecento, le donne cantavano la Bona Nova passando dal buco della serratura.
La mattina del primo gennaio tocca ai ragazzi: girano per le case cantilenando filastrocche augurali — è la maténàte, il canto di Capodanno del mattino — e ricevono cibarie o altre offerte. Alla vigilia dell'Epifania lo stesso si ripete con la pasquetta, strofe beneauguranti in cambio di un rinfresco. Nei centri montani le serenate di Capodanno sono rimaste, e nei borghi suonano i gruppi di zampognari.
I presagi e i divieti
Il passaggio d'anno si leggeva in chi si incontrava per strada dopo la mezzanotte: incontrare una persona anziana o un gobbo portava bene, incontrare un bambino o un sacerdote portava male.
In casa vigeva un divieto: non si spazzava fino al 2 gennaio, per non offendere gli spiriti dei defunti tornati fra le stanze. E c'era l'usanza opposta, di distruggere tutto il vecchiume dell'anno che finiva.
Il ceppo si chiude a Capodanno
Il ceppo di Natale — chiamato lu tichie, técchie, lu pézze, la stella, lu tizzone, ju ciòccn, ju capezzone — si sceglieva già al momento della provvista della legna e si metteva nel camino appena suonata l'Ave Maria della Vigilia. Doveva ardere fino al primo dell'anno, e per gli aquilani fino all'Epifania.
Il rito era di tutta la famiglia: si recitava in coro una formula propiziatoria, e i bambini avevano la loro parte con l'Ave Maria del Ceppo, la filastrocca che prometteva loro piccoli regali. Il ceppo assicurava lunga vita al capofamiglia; in una lettura più antica veniva da un rito precristiano, dove il legno era l'anno vecchio che muore e il fuoco purificava quello che stava per arrivare.
Alla fine restava la cenere, ritenuta sacra: si spargeva fra le zolle, per rendere la terra più fertile.
La tavola
Nel cenone del 31 dicembre si prepara il baccalà fritto in pastella — o nella semola — e il cotechino con le lenticchie; in alternativa, salsicce o pesce al forno.
Il pranzo del primo gennaio ha il brodo di carne con le scrippelle 'mbusse, piatto della tradizione teramana: frittatine sottilissime di farina, acqua e uova, l'equivalente abruzzese delle crêpes, servite 'mbusse, cioè bagnate nel brodo.
Il fiume d'oro di Pettorano
A Pettorano sul Gizio, in provincia dell'Aquila, si racconta che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre il fiumicello che attraversa il paese si fermi e diventi d'oro. Nella leggenda compaiono una conca di rame e Santa Margherita, la protettrice, che si manifestava nella grotta della Valle di Frevana.
Domande frequenti
Perché a Capodanno in Abruzzo si fanno nove cose
In Abruzzo la tradizione impone nove portate e nove vini a Capodanno, perché il numero nove è collegato all'anno intero. Quello che si fa quel giorno si ripete per tutti i dodici mesi.
Che cos'è l'acqua nuova
L'acqua nuova è quella che le donne abruzzesi attingevano la mattina di Capodanno e portavano in una conca a vicini e amici, con un versetto benaugurale, ricevendo in cambio fichi secchi, noci e legumi.
Perché in Abruzzo non si spazza a Capodanno
In Abruzzo non si spazzava la casa fino al 2 gennaio per non offendere gli spiriti dei defunti, che nella tradizione tornavano fra le stanze.
Che cosa sono le scrippelle 'mbusse
Le scrippelle 'mbusse sono frittatine sottili di farina, acqua e uova, tipiche del Teramano, servite bagnate nel brodo di carne. Sono il primo del pranzo di Capodanno.