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Perché a Carnevale ci si maschera: dalla festa dei folli a oggi

5 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

A Carnevale la maschera cancella tre cose insieme: identità, appartenenza sociale e credo religioso. A Venezia, nei giorni di festa, bastava indossarla perché nessuno fosse più riconoscibile, né come persona né come classe: per questo la Serenissima dovette regolamentarla per legge già dal Duecento.

Il travestimento è molto più antico della festa.

A che cosa serviva, all'origine

Le funzioni documentate sono due, e stanno su piani diversi.

La prima è stagionale: maschere e costumi servivano a scacciare l'inverno e le tenebre, e in questa forma il travestimento risale alla preistoria. La tradizione carnevalesca lo collega anche all'antico Egitto e ai cortei mascherati in onore della dea Iside.

La seconda è sociale: costumi e maschere permettono di mettere da parte l'individualità quotidiana. Da qui derivano i tratti che il Carnevale ha ovunque — satira sociale, costumi grotteschi, capovolgimento delle norme — e che i Saturnali romani praticavano già.

La festa dei folli

Fra il XII e il XVII secolo, in molte città della Francia settentrionale, il clero stesso organizzava una festa mascherata nei giorni fra il 26 dicembre e il 1° gennaio: il festum fatuorum, la festa dei folli.

Il meccanismo era il rovesciamento delle gerarchie dentro la Chiesa. Un giovane chierico veniva eletto «vescovo dei folli» e occupava il seggio episcopale con gli ornamenti pontificali. Attorno a lui, diaconi, sacerdoti e chierichetti prendevano parte a una celebrazione fatta di eccessi di cibo e bevande, canti e danze, e soprattutto parodie del potere: si potevano deridere i propri superiori, i vescovi, perfino il papa.

La Chiesa cercò a lungo di limitarla. Il Concilio di Basilea intervenne nel 1431 e di nuovo nel 1435 per ridurre parodie e abusi, e il divieto fu confermato il 31 dicembre 1519, con l'obbligo per le autorità religiose e civili di non tollerare più quelle celebrazioni.

Venezia: le date della maschera

A Venezia il travestimento era «la vera essenza del Carnevale», e la sua storia documentata comincia prima di quella della festa.

I festeggiamenti arrivarono a durare sei settimane a partire dal 26 dicembre, e attorno ad essi crebbe un commercio stabile di maschere e costumi.

Il repertorio veneziano

Firenze: le mascherate dei Medici

Nel XV e XVI secolo a Firenze i Medici organizzavano mascherate su carri chiamate trionfi, accompagnate dai canti carnascialeschi. È il passaggio in cui il travestimento diventa spettacolo organizzato dal potere, invece che parodia del potere.

Dalla piazza al teatro

Dal 1500 il teatro cessò di essere elitario, e nacquero maschere con caratteri e costumi fissi: Arlecchino, Pulcinella, Colombina — quest'ultima originaria di Venezia. Le maschere, però, sono soltanto una parte di quello che succede in quei giorni: il Carnevale oltre il costume ha le sue ricette e le sue tradizioni.

La storia di Arlecchino mostra bene il percorso. Nel XII secolo il nome indicava un demone ctonio, sotterraneo; la maschera affonda le radici nell'antica ritualità agricola e prende forma con la Commedia dell'Arte, con una carriera teatrale avviata verso la metà del XVI secolo. Anche il costume è cambiato: all'inizio era una lunga tunica bianca con qualche toppa, e solo negli anni successivi divenne il vestito coloratissimo che tutti conoscono.

Le maschere del territorio

Accanto a quelle teatrali sopravvivono maschere legate a tradizioni arcaiche, spesso in legno.

Sulle Dolomiti — fra Trentino, Alto Adige, Bellunese e Friuli — compaiono maschere lignee e costumi antichi, e alcune figure indossano vesti semplici con campanacci rumorosi. Il Matazìn di Comelico Superiore, il cui nome deriva da «Mattacino», veste di blu, rosso e verde con pantaloni a sbuffo; a Sappada le maschere tipiche sono Rollate, Paurn, Pettlar e Hearn.

In Toscana le più note sono Stenterello, unica maschera tradizionale di Firenze, ideata da Luigi del Buono, con zimarra azzurra e blu, panciotto giallo e tricorno; Burlamacco, maschera ufficiale del Carnevale di Viareggio, con la tuta bianca a scacchi rossi e il volto da pagliaccio; e poi Ondina e Re Giocondo.

Domande frequenti

Perché a Carnevale ci si maschera?

Perché la maschera cancella identità, classe sociale e appartenenza religiosa, permettendo di mettere da parte l'individualità quotidiana. Nelle sue forme più antiche serviva anche a scacciare l'inverno e le tenebre.

Che cos'era la festa dei folli?

Una festa mascherata organizzata dal clero fra il XII e il XVII secolo, nei giorni fra il 26 dicembre e il 1° gennaio: un giovane chierico veniva eletto «vescovo dei folli» e si parodiavano le gerarchie ecclesiastiche. Il Concilio di Basilea la limitò nel 1431 e nel 1435, e il divieto fu confermato nel 1519.

Da quando si usano le maschere a Venezia?

La prima legge che le riguarda è del 1268; dal 1271 ci sono notizie di scuole e tecniche di produzione, con argilla, gesso e garza.

Che cos'è la bauta?

Il travestimento veneziano più comune dal Settecento: maschera bianca detta larva, tricorno nero e tabarro. Garantiva l'anonimato completo.

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