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Carnevali Storici

Al Dsèvod a Parma e il cappello con le punte attorcigliate come l'anolino

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Al Dsèvod è la maschera del Carnevale di Parma, in Emilia-Romagna, nata nel Seicento come travestimento di un servo. A inizio anno porta gli auguri al sindaco e alle autorità cittadine, e «tira le orecchie» per le promesse non mantenute. Dal 1948 è maschera istituzionale della città, e dal 2024 lo è per delibera ufficiale del Consiglio comunale.

Una maschera senza atto di nascita

Non esiste un documento storico che dica quando è nata la maschera di Parma. Le teorie sulla sua origine sono varie, e nessuna porta una data certa.

La Famija Pramzana propende per l'ipotesi avanzata dal poeta Renzo Pezzani, che dalle sue ricerche la fa risalire al 1614-1620: un servo mandato in collegio al seguito del figlio della nobile famiglia dei Pallavicino. L'usanza che sta dietro il racconto è documentata: nei primi decenni del Seicento i nobili mandavano i figli a studiare in collegio con al seguito un servo.

Quell'uomo era un popolano del contado ducale, approdato nel capoluogo presso una famiglia aristocratica e per quella via accreditato presso la Corte parmigiana dei Farnese, dove si fece largo con il sarcasmo e la comicità nelle feste, nelle sagre e nelle rappresentazioni.

Ancora più indietro, le cronache del Pezzana parlano di due maschere, tale Velo di Montano e sua moglie, che nel secolo XV girovagavano per le vie di Parma travestendosi in svariate fogge e divertendo il popolino. Secondo il Malaspina, invece, il Dsèvod è sempre stato il domestico semplicello ma arguto: si trattava in realtà di un popolano furbo che fingeva di esser tonto, «par ne pagär dasi», per non pagare dazio, cioè per farla franca. Ne danno notizia la «Drammatica parmigiana» del Bocchia e la Gazzetta di Parma del 24 gennaio 1870.

Il servo Salati e il nome insipido

La storia che la Famija Pramzana ha scelto comincia con un dispetto. In occasione del carnevale del 1616 il fanciullo chiese al proprio servo di partecipare al veglione, e per l'occasione gli fece fare un costume: pantaloni sotto al ginocchio, corpetto a quadrotti bianco e rosso, cappello a tre punte con la piuma come usava in quei tempi, e alla cinta uno strofinaccio detto «borass», a simboleggiare lo status di servo.

Il servo veniva da Neviano degli Arduini e si chiamava Salati. Era ignorantello per non aver potuto studiare, ma astuto, e parlava un italiano maccheronico. Amava prendere e prendersi in giro: diceva che lui, essendo Salati, era salato, e per contrapposizione insipido. Insipido in dialetto parmigiano si dice Dsèvod, e da lì venne il nome, passando per le forme Discevido e Desevedo.

La trovata ebbe successo. L'uomo ci prese gusto e si accorse che con quella maschera poteva far fare di tutto a tutti, tanto che quel travestimento divenne parte di sé.

Dal dimenticatoio alla Famija Pramzana

Questa maschera non ha avuto la fortuna delle altre e presto è caduta nel dimenticatoio. Appare nell'Ottocento in commedie dialettali come comparsa, e dalla fine di quel secolo se ne perdono le tracce. Nel 1845, ad opera di Paganino, fu stampato il giornale e lunario «Al matrimonni dal Dsèvvod», che padre Luigi Grazzi definisce un lunario superbamente impaginato in bianco e nero, senza figure o vignette. A. Barilli, nelle sue «Storie grandi e piccine», lo descrive come una vecchia maschera parmigiana insipida di nome e di fatto, rimasta sempre un fantoccio incapace di farsi amare perché nessun poeta si degnò di cantarne le gesta.

L'occasione di rinascita fu nel 1947. In Famija Pramzana esistono documentazioni che lo certificano: «Nasùda 'na sìra ad farvär dal '47», nata una sera di febbraio del '47, quando si costituì l'Associazione de La Famija Pramzana, con lo scopo di riproporre cultura, origini e dialetto locali, in una parola la «parmigianità». Il sodalizio ha così il merito di aver dato al personaggio la sua funzione e il suo valore, come è avvenuto per le consorelle maschere italiane, da Pulcinella a Gianduia, da Pantalone a Balanzone.

Il ritorno ha una data e un cambio di ruolo: nel 1948 la figura del Dsèvod viene riproposta alla cittadinanza non più come maschera carnevalesca, ma come maschera istituzionale. Come un fiume carsico, la maschera un po' saliva alla ribalta nel mondo parmigiano e un po' scompariva cadendo nell'oblio. A Parma uno dei due parchi porta il suo nome.

Giallo e blu, il cappello ad anolino

Con il ritorno cambia anche il costume, pezzo per pezzo. I quadrettoni bianchi e rossi vengono sostituiti dai colori giallo e blu del Comune di Parma, che ricordano lo stemma della città. Il borass lascia il posto a un fazzoletto di seta. Il cappello non è più marrone a tre punte: diventa giallo, e le punte vengono attorcigliate in modo da farlo assomigliare all'anolino, il piatto tipico di Parma. Al costume si abbina un cestino di violette di Parma, in onore di Maria Luigia, la duchessa che tanto apprezzava questi fiori.

L'abito tradizionale è fatto di un giubbetto a vita con baschetta, pantaloncini corti, calze, scarpette e tricorno in testa, con i colori giallo e azzurro a quartieri sovrapposti.

La figura del servo viene mantenuta, ma intesa come servo delle autorità cittadine: sindaco, vescovo, prefetto. Dal Seicento la maschera gialloblù rappresenta l'essere parmigiani, e da costume carnevalesco storico è diventata un punto fermo della cultura di Parma, portavoce degli abitanti verso chi la governa.

Le orecchie del sindaco

L'usanza attuale è che a inizio anno il Dsèvod vada a trovare i propri padroni, porti loro gli auguri di buon anno e di buon lavoro e «tiri le orecchie» al sindaco per le promesse non mantenute. Una volta all'anno si reca in Comune per incontrare le autorità cittadine, e l'occasione è buona per riportare alle istituzioni i problemi e i commenti del popolo parmigiano sulla vita della città. La tappa in municipio si inserisce in un tour di auguri che si avvicina al carnevale, momento in cui le maschere sono le grandi protagoniste.

Per tradizione chi interpreta il ruolo deve essere un componente della compagnia dialettale della Famija Pramzana, che assegna periodicamente l'interpretazione della figura a un esponente qualificato, spesso di provenienza teatrale, capace di muoversi in tutti gli ambienti, anche istituzionali, con critiche e proposte intelligenti, dette con arguzia e ironia. Hanno vestito i panni della maschera Alberto Montacchini, Ilario Toniolo, Ubaldo Grassi, Romano Arpiani, Francesco Sciacco, Bebo Bardiani.

Il riconoscimento è arrivato per delibera. Il 14 febbraio 2024, nella sala del Consiglio, la Commissione Affari Istituzionali si è riunita per esaminare la proposta di riconoscere ufficialmente ad Al Dsèvod il titolo di maschera della città; il Consiglio comunale ha poi deliberato, e da allora il Dsèvod è ufficialmente riconosciuto come maschera di Parma e non corre più il pericolo di essere sostituito con altre eventuali maschere. Di questa maschera non si conosce la nascita, ma si conosce il ritorno, e le date sono tre: il 1947 dei documenti ritrovati, il 1948 del cambio di ruolo, il 2024 della delibera. Le prime due portano la firma della Famija Pramzana; la terza è il Comune che prende atto di quello che l'associazione aveva già fatto, cioè riportare Al Dsèvod fra le maschere dei carnevali storici ancora vive.

Maurizio Trapelli e i bambini in costume

A vestire oggi il costume è Maurizio Trapelli. È lui che nel 2011 lanciò e realizzò il progetto «Maschere Italiane a Parma», l'idea di riunire, oltre e dopo il carnevale, le maschere italiane in una due giorni a Parma nel mese di maggio. Come le altre maschere italiane, il Dsèvod è ambasciatore di territorio, dialetti, tradizioni ed eccellenze locali, e incarna i valori della tradizione e della parmigianità.

Alla sfilata delle Maschere Italiane a Parma un gruppo di bambini del Centro Educativo Pomeridiano e della Comunità Educativa Residenziale «Santa Maria» indossa il costume della maschera parmigiana e accompagna il Dsèvod al corteo. Nei giorni che precedono la sfilata la maschera porta in giro per la città i suoi piccoli fan, illustrando loro le bellezze di Parma rigorosamente in dialetto. La si può trovare anche nelle scuole o nelle case di riposo, per ricordare l'importanza del dialetto parmigiano.

Attorno a questa figura c'è la storia del carnevale cittadino. I primi carnevali a Parma si possono forse far risalire al secolo XVIII, quando compaiono le prime Grida Ducali per regolarne lo svolgimento, mentre del primo Carnevale si ha notizia il 13 febbraio 1711, con la rappresentazione di un'opera intitolata «Bedarido», messa in scena dai convittori del Collegio Ducale. Nel Settecento e nell'Ottocento il Carnevale iniziava il venerdì della settimana antecedente la Quaresima ed esplodeva con un gran finale il martedì; alle tre pomeridiane venivano organizzati i cosiddetti corsi di carrozze, protetti da un grosso drappello di Dragoni a cavallo lungo la strada San Michele, a guardia degli sbocchi delle strade laterali. Dopo l'edificazione dell'attuale teatro Regio, a partire dal 1828, ebbero inizio in quell'edificio i veglioni mascherati, passati alla cronaca cittadina come avvenimenti importanti e attesi con trepidazione.

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