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Dottor Balanzone a Bologna - La zirudela letta in Piazza Maggiore da Re del Carnevale
Balanzone è la maschera di Bologna, in Emilia-Romagna, e appare al Carnevale cittadino, dove il Dottor Balanzone assume il ruolo di Re del Carnevale. Vestito con la toga nera dei professori dell'Università di Bologna e una piccola maschera che copre solo fronte e naso, attende il corteo in Piazza Maggiore per leggere la zirudela, la filastrocca in dialetto bolognese che ironizza sull'anno appena trascorso. Le sue origini risalgono al XVI secolo, quando nacque come dottor Graziano per deridere la Gente Togata cittadina.
Il nome è una bilancia, non una bugia
Balanzone appartiene alla schiera dei «vecchi» della commedia dell'arte, talvolta è chiamato dottor Graziano o semplicemente il Dottore, e non per caso: si tratta di un dottore in Legge, la caricatura del dotto e tronfio leguleio bolognese. Non è un accidente di trama, è geografia: a Bologna esisteva già nel XVI secolo la più importante facoltà di Giurisprudenza d'Italia, e non è un caso che Balanzone si occupi principalmente di Legge.
Sull'origine del nome corrono due ipotesi. La più solida: il nome «Balanzone» deriva da «balanza», ovvero la bilancia, simbolo della Giustizia, con l'accrescitivo per via della sua notoria mole. C'è anche chi lo fa derivare dal termine bolognese bâla, cioè bugia, frottola, tanto che veniva chiamato «Ballanzone» con due elle — ma il Dottore, infatti, non è bugiardo, tant'è che «Fagiolino» e «Sganapino», altre maschere bolognesi, non lo bastonano mai per tale ragione, ma perché si indignano della sua pomposità, del suo essere balordamente saccente e sproloquiatore.
Grasso, rosso in viso e sempre in movimento
Il corpo dice quasi tutto prima che apra bocca. Uomo dalle guance rosse e grosse, ha una grossa pancia ed è solito gesticolare molto; è rappresentato spesso come un uomo corpulento, a sottolineare la sua tendenza alla gola, e le guance rosse gli vengono dal vino e dal buon cibo. Nell'organigramma della commedia dell'arte è il «secondo vecchio», protagonista accanto a Pantalone: Pantalone è svelto, ricurvo ed estremamente avaro, il Dottore è grasso, poco agile, molto avvezzo alla cucina e piuttosto colto. Nei canovacci sono spesso padri della coppia di «Innamorati».
Il carattere è fatto di due difetti soli, ma insistiti. Pignolo, cavilloso, trova ogni minima scusa per iniziare uno dei suoi infiniti discorsi senza senso, ed è sempre pronto a vantarsi dei suoi titoli: dice di conoscere ogni campo della scienza umana, diritto e legge prima di tutto, ma anche storia, astrologia, filosofia, di cui parla in maniera noiosa e prolissa, mescolandoli in un groviglio inestricabile. È solitamente uomo di legge, più di rado un medico o un ciarlatano, e resta una figura imponente che rivela un certo amore per la buona tavola. Nato come personaggio serioso, è spesso vittima di situazioni talmente paradossali che lo riducono a personaggio ridicolo al pari di un buffone.
La toga dei professori e la maschera che copre solo mezza faccia
L'abito non è inventato: il suo costume rappresenta l'abito dei professori dell'Università di Bologna: toga nera, colletto e polsini bianchi, gran cappello alla bolognese, giacca e mantello nero. Gli elementi immacolati che punteggiano il costume sono un'ampia gorgiera, il fazzolettone in cintura e in alcuni casi i guanti; il cappello ha la tesa quadrata, con le tese raccolte al centro con nastri, e sotto porta una calotta per nascondere i crini già grigi.
La maschera vera e propria è piccola, e serve a lasciare libero il resto. Indossa una piccola maschera che ricopre solo le sopracciglia e il naso, appoggiandosi su due grandi baffi: il viso rimane scoperto, per evidenziare le gote e l'espressione facciale, e la sua espressività dipende dalla fisicità dell'attore più che dalla maschera. Il naso può essere adunco o all'insù, con due grandi narici «a maiale», per sottolineare l'adorazione dei bolognesi per le carni suine, e la maschera stessa sarebbe ispirata a una voglia scura che segnava il volto del primitivo Dottore. Sotto, due gonfi baffoni che i pettegoli sostengono egli tinga di nero per apparire più giovane. Quello che rimane costante è proprio il costume, riconoscibile in pratica dal '500: tutto vestito di nero con una mezza maschera che copre solo la fronte e il naso, baffoni sempre importanti, manto nero e gorgiera bianca. Fra i segni particolari il collare alla spagnola; in alcune raffigurazioni porta al polso destro una valigetta nera, e sotto il braccio il Dottore tiene sempre un libro, che consulta molto spesso.
Le tirate, dove il latino non vuol dire niente
Il suo potere scenico è interamente verbale: non possiede movenze particolari, a differenza degli altri ruoli in maschera, molto più fisici. Le sue «tirate» sono eterni monologhi dove al dialetto si alternano l'italiano aulico e qualche sprazzo di latino, e sono lunghi sproloqui senza né capo né coda, nei quali poi la coda si ricongiunge al capo attraverso argomentazioni di nessun costrutto.
Il latino serve a un fine preciso. Il Dottore si abbandona spesso a lunghi discorsi ricchi di citazioni — anche a lui stesso sconosciute — pronunciati in un latino popolare e grammaticalmente scorretto, usato come deterrente per convincere delle proprie tesi, spesso poco verosimili o addirittura assurde. Il giudizio più duro è antico: egli «sentenzia sempre a sproposito», afferma Petrucci, poeta lirico e autore drammatico della seconda metà del Seicento. Gode comunque di molta stima tra le altre maschere, che spesso si rivolgono a lui per un parere legale: non nega il suo aiuto, ma coglie l'occasione per fare la cosa che più gli piace, parlare ed elargire pareri di nessun valore. La cifra distintiva di questa maschera è inevitabilmente l'abilità retorica: è la parodia del saccente uomo bolognese, il finto dotto che utilizza la retorica per influenzare la mente degli uomini più umili, con l'obiettivo di imbrogliarli a suo vantaggio. Fra i più noti interpreti si ricorda l'attore bolognese Domenico Lelli, che recitò il personaggio durante la seconda metà del Settecento.
Cinque secoli e una collezione di nomi
Le origini risalgono al XVI secolo, e il progenitore ha un altro nome: il dottor Graziano, inventato alla metà del '500 — nel 1560 — da qualche «istrione» o «saltimbanco da fiera» per deridere la Gente Togata, quella piena di facondìa, di parlantina, di citazioni e divagazioni, di latinismi approssimativi. Altrove la maschera è attribuita a Lucio Burchiella (1540-1620), con queste caratteristiche: pedanteria, avarizia, egoismo, curiosità e sentenziosità.
Nel Cinquecento lo si trova già nelle opere di Giulio Cesare Croce, dove compare con il nome di dottor Graziano da Francolino. Nel corso dei secoli assumerà poi svariati nomi: Violoni, Scatolone, Forbesone, Spaccastrummolo, Partesana, Baloardo, Lombardi, Scarpazzone, Bombarda e Cannone, fino ad arrivare al nome odierno. Approdò perfino in Francia, dove divenne docteur Babillard, Teuton, Senécasse o Baloard.
La seconda vita nel casotto
C'è un posto dove il Dottore smette di essere una comparsa. È proprio nel «casotto», così è chiamato in gergo il teatrino, che Balanzone vive una seconda e fortunatissima esistenza: qui acquista maggiore dignità e, grazie al burattinaio Filippo Cuccoli (1806-1872), già pubblico banditore del Comune di Bologna, torna a vivere anche in persona.
Nel teatro dei burattini resiste ancora oggi assieme a Fagiolino, Flemma, Sganapino, Isabella e Pulidora: è tra le teste di legno l'anziano saggio e studioso, sempre pronto a dispensare consigli in maniera altisonante. Il personaggio che unisce il mondo universitario a quello delle teste di legno è proprio il Dottore, che con Fagiolino e Sganapino forma il trio burattinesco locale. Accanto a loro stanno Fagiolino, il monello dei bassifondi che rappresenta la Bologna dell'Ottocento con i vestiti strappati e la parlantina irriverente; Isabella, sua moglie, che lui chiama «brisa-bella», cioè non-bella; Sganapino, la spalla ingenua che si difende con la sua scopa «Carolina»; e Flemma, il sarto scapolo e mammone, famoso per la sua lentezza proverbiale. La sua agiatezza economica gli ha permesso lo studio e gli consente di degustare a suo piacimento le molteplici leccornie della cucina emiliana, incarnando così le caratteristiche della sua Bologna «dotta» e «grassa».
Re del Carnevale, con la filastrocca in mano
A carnevale il ruolo cambia di grado. Alla fine della sfilata elargisce regali ai bambini, e accanto ai protagonisti del carro lo si trova sempre, una sorta di garante e di patrono.
A dargli quel ruolo fu una società nata apposta per lui: nel 1863 nasce la «Società del Duttòur Balanzòn», che diventerà poi «I Fiù del Duttòur Balanzòn», con la missione di organizzare veglioni, lotterie, esposizioni e sfilate in maschera durante il Carnevale bolognese.
Una volta ci arrivò in carrozza: durante il Carnevale del 1869, Filippo Cuccoli nei panni di Balanzone in persona fece un ingresso trionfale in piazza Vittorio Emanuele, l'odierna piazza Maggiore, all'interno della ricca berlina che era appartenuta al cardinal Oppizzoni.
Alla fine, il nome è finito anche in tavola: gli è stato intitolato un tipo di pasta a sfoglia ripiena di ricotta e mortadella, una sorta di tortellone con sfoglia verde, che si chiama appunto il balanzone.