Carnevale di Castrovillari 2027 - Le serenate nei catuio e il rogo di Re Carnevale
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: carnevalecastrovillari.it, letta il 03/09/2026.
A Castrovillari il Carnevale entra nei magazzini. In ogni «catuio» — magazzino, in castrovillarese — si sistema un gruppo iscritto al Concorso delle Serenate, e da lì la festa esce in strada. Poi, alla fine, il Re che ha regnato per giorni viene bruciato.
Le serenate nei catuio
L'appuntamento è il giovedì grasso, nel Rione Pontaniddo, e riprende l'antico rituale carnascialesco castrovillarese delle «Mascherate». Si chiama «Sirinata d'a Savuzizza», il Concorso per Serenate Tradizionali dedicato al compianto artista castrovillarese Gianni Francomano: i gruppi mascherati si iscrivono, cantano, e un'apposita giuria li giudica.
I catuio si animano per dare sfogo all'allegria. La gente si riversa in Via dei Martiri — «a Vanedda a Chiazza» — e la festa va avanti fra canti, danze e degustazioni di prodotti tipici, con buon cibo e il vino delle cantine Ferrocinto. I gruppi arrivano accompagnati dal suono degli strumenti tipici tradizionali; in una delle edizioni la manifestazione è stata organizzata insieme al centro anziani «A. Varcasia».
Il contrasto fra Re Carnevale e la Quaresima
Gli eventi hanno il loro inizio ufficiale con il contrasto fra Re Carnevale e la Quaresima, quindi l'incoronazione del Re e la consegna delle chiavi cittadine. La diatriba si recita in vernacolo castrovillarese, dal palco allestito in Piazza Municipio, alla presenza di Organtino.
Il corteo che porta il Re è una macchina di paese. In una delle edizioni il Re è arrivato sul suo «trono» trainato dai buoi, aperto dal «cuzzo» e dalla «pacchiana» vestiti in abiti tradizionali, con in mano la chiave della città, seguiti da due cavalli e da una macchina d'epoca. In un'altra è stato il rullo dei tamburi e il suono delle trombe dei «Musici Arma Murani» di Morano Calabro a dare il via, davanti al Carro di Re Carnevale con la Quaresima, a quello di Organtino e poi al Popolo del Carnevale. Le chiavi le ha portate una coppia de «La Festa della Bandiera di Morano Calabro»; a incoronare il Re, in un'occasione, è stato il sindaco di Mormanno. Chiamare i comuni vicini è un'abitudine di carnevali storici da nord a sud.
Accanto al corteo c'è la festa di PERCIAVUTTI, con l'Associazione Culturale Comunalia del G.F. Miromagnum e i Tamburi di Monte Cerviero del Comune di Mormanno. E c'è la Madrina, figura che affianca Re Carnevale in tutte le manifestazioni ufficiali e che il paese elegge ogni anno: rappresenta, dicono gli organizzatori, il ponte tra tradizione e rinnovamento.
Organtino, il pastore diventato massaro
La maschera del Carnevale ha una data di nascita e un manoscritto. Organtino nacque a Castrovillari nel 1635 e fu il primo testo teatrale in dialetto calabrese: una farsa di Cesare Quintana, rappresentata in occasione dei riti carnascialeschi nella piazza della Chiesa di San Giuliano, dinanzi alla sede universitaria cittadina.
La storia è quella di un pastore che, baciato dalla fortuna, diventa massaro e, una volta padrone, dimentica in fretta e con arroganza le sue origini. Nasce in un mondo pastorale arcaico, quello di una regione nella quale — scrive chi l'ha studiata — ancora più di oggi la miseria rendeva cattivi e il successo era oggetto di invidia.
Il manoscritto, conservato per oltre tre secoli e mezzo e arrivato a noi incompleto, è stato trascritto nel 1990 da Palange e pubblicato dalle Edizioni Prometeo di Castrovillari; l'originale è alla Biblioteca Civica di Castrovillari, nel Fondo «Miraglia». Oggi Organtino torna in scena ogni anno: dal balcone della Pro Loco, o da quelli di due palazzi nobiliari, recita il «Concione di Organtino Massaro ai gaudenti compaesani» o uno sproloquio — un discorso inconcludente che racconta alcune storture del nostro vivere quotidiano — accanto a Lambreda, sua moglie, e al dottor Balanzone, l'avvocato a cui il ricco massaro ha chiesto aiuto per difendersi dalle ruberie dei suoi pastori.
Le lenzuola, le corna di bue e i forconi
Prima del carnevale organizzato c'era quello dei rioni, e le testimonianze raccolte dagli anziani che ne furono protagonisti negli anni trenta e quaranta raccontano rituali particolari, poi aboliti per troppa licenziosità. Comitive di giovani mascherati, per lo più incappucciati con lenzuola, con in testa corna di bue, giravano per i rioni al suono dell'organetto, cantando «Ca sumu quattr'amici e non vulìmu nenti». Col tempo il rituale degenerò in violenza: con i forconi il mascherato infilzava persone di cui voleva vendicarsi. Ma fino alla fine degli anni cinquanta il rito carnascialesco si ripeteva ogni anno con le caratteristiche della farsa spontanea, fra l'esultanza della folla.
Il martedì grasso, invece, per le vie principali si snodava il corteo funebre di re carnevale. Su un carretto era disteso il moribondo; a fianco stava la moglie, la quaresima vestita di nero, che lanciava imprecazioni e grida di dolore; precedeva il carro un uomo mascherato da prete che, intingendo un pennello in un barattolo colmo d'acqua, dava la benedizione alla folla. Il Carnevale, cui si addossavano tutti i mali, doveva essere processato e condannato a morte, e prima di essere ucciso faceva testamento: un rito antichissimo che ricorda il testamentum domini asini, dove l'asino morente lascia i suoi beni alla gente a seconda del mestiere. Poi il fantoccio finiva sul rogo.
Di quella stagione resta anche il ricordo di una farsa di fine anni quaranta: Ciccillo u crujjanìso, un uomo alto e robusto travestito da donna con al collo una collana di peperoni secchi, era accompagnato da Micuzzo Chiarelli, che faceva la parte del marito, e portava a passeggio nella carrozzina il bambino, impersonato da Biasìno u muranìso, un ometto di bassa statura che gli arrivava appena alla cintola: con la cuffietta in testa e il ciuccetto in bocca se ne stava rannicchiato, e ogni tanto frignava e dimenava le gambe pelose fra l'ilarità del pubblico.
Il 1959, le maschere e il folklore del mondo
La prima manifestazione progettata dalla Pro Loco è datata 1959, quando, grazie all'intuizione del prof. Vittorio Vigiano, fondatore dell'associazione, viene organizzata la prima edizione del Carnevale del Pollino e Festival Internazionale del Folklore. Quell'anno, in realtà, non si ufficializzò altro che una tradizione di festeggiamenti e sberleffi consolidata da secoli, che andava sotto il nome di «I mmasckarate».
L'intuizione fu coniugare maschere e folklore, e da allora sul palcoscenico di Castrovillari sfilano danzatori e musicisti da ogni angolo del pianeta. In una sfilata sono arrivati gruppi dal Brasile, dal Kazakistan, dalla Serbia e dal Camerun, in coda al gruppo ospitante della Pro Loco e ai «Piccoli della Pro Loco»; con loro il Coro del Pollino di Morano Calabro, i Musici «Arma Murani», la banda di Pulcinella e le street band «Batucada» e «Bandida». Il pubblico era arrivato dalla Calabria, dalla Basilicata e dalla Puglia: undici i gruppi mascherati iscritti al concorso e uno fuori concorso, cinque i carri allegorici, e il serpentone misurava due chilometri.
Il momento di gala è il Gran Galà del Folklore, dove si esibiscono tutti i gruppi ospiti del Festival, e che si conclude con il Premio Cultura: lo assegna una giuria al gruppo che, con coreografie, canti e danze tipiche, ha meglio rappresentato le tradizioni culturali ed etniche del proprio Paese di origine. Per i carri e i gruppi mascherati il concorso è stato istituito nel 1989: la giuria valuta con voto palese la bellezza dei costumi, le decorazioni, le coreografie, e il vincitore si proclama alla fine dell'ultima sfilata, il martedì grasso.
Il falò e il veglione di addio
I carri allegorici sono in cartapesta, realizzati da artigiani locali che tramandano quest'arte di generazione in generazione, e sfilano accanto ai gruppi mascherati. Chi organizza ha scelto come simbolo la maschera, non intesa come strumento per celare ma per rivelare l'anima più autentica e popolare della festa; c'è perfino l'appuntamento «Tra(volti) da maschere», con truccatori, parrucchieri e artisti castrovillaresi. La maschera di Organtino l'hanno realizzata i professori Maura Bianchini e Mimmo Martire, e in un manifesto è finita sul viso di una fanciulla con una cascata di fiori in testa, il verde a rappresentare l'abbondanza.
La fine è il falò: la messa in scena della morte del Re Carnevale, i giochi pirotecnici e il veglione di addio. Il rogo segna la fine dei festeggiamenti e l'ingresso della Quaresima. La tradizione di balli e di sfottò si ferma alle ceneri, per riprendere durante l'estate con il Festival Internazionale del Folklore.
Nel 2017 il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha inserito il Carnevale di Castrovillari nell'elenco dei carnevali storicizzati italiani, accanto a Viareggio, Venezia, Putignano, Sciacca e Cento; il Touring Club lo mette fra i dieci carnevali più belli d'Italia. Castrovillari, del resto, la chiamano «Città del Carnevale».
Come arrivare alla festa
Il Carnevale a Castrovillari si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Spezzano Albanese Terme, a 17 chilometri da Castrovillari, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Frascineto-Castrovillari ha davanti un percorso di 6,2 chilometri, sette minuti di guida.
Altre feste in provincia di Cosenza
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- Carnevale di Alessandria del Carretto — febbraio
- Madonna del Pilerio a Cosenza — febbraio
- Festa dei Morti Arbëreshë a San Demetrio Corone — febbraio