Carnevale di Alessandria del Carretto 2027 - I pulcinella belli e i brutti che gettano cenere
Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.
Il Carnevale di Alessandria del Carretto, in provincia di Cosenza, si svolge nei giorni di carnevale, fra la domenica e il martedì grasso. I Połëcënellë biellë, i pulcinella belli, con la maschera di legno bianca dalle gote rosse e il bastone intarsiato detto u scriazzë, danzano in piazza una tarantella lenta al suono di zampogna, tamburello e organetto; poi arrivano i pulcinella brutti, vestiti di stracci, che gettano cenere sui passanti, e chiudono l'Ursë trascinato in catene e la Coremmë, la Quaresima, con il fuso e le forbici da tosatura. Alessandria del Carretto è il borgo più alto del Parco Nazionale del Pollino.
Il carnevale del borgo più alto del Pollino
Il paese è arroccato sul confine lucano nei pressi del Monte Sparviere, circondato dalla maestosità del versante orientale del massiccio. Lì, ogni anno, si ripete un carnevale che è probabilmente uno dei più antichi di tutto il Sud Italia, tramandato da generazioni fin dalle origini del borgo: un miscuglio di riti pagani di cui si sono perse le tracce e di storie leggendarie.
Non è il carnevale dei carri allegorici o delle sfilate classiche, ma quello dei travestimenti della tradizione, con un gioco di maschere magiche di cui non è chiara l'origine. Le ricostruzioni storiche fanno risalire il rituale a uno spettacolo antico di tradizione greca, legato a riti propiziatori per l'arrivo della primavera e poi rivisitato in chiave barocca. Si scaccia l'inverno con i suoi mali e si auspica l'arrivo della stagione fausta per la rinascita della natura, con i suoi effetti benefici per il rifiorire dell'agricoltura. Anticamente era un rito propiziatorio per il buon raccolto; negli anni quel motivo è venuto meno, ma la tradizione di festeggiarlo è rimasta viva.
Il paese resta un caso anomalo, raro esempio di integrità sociale e antropologica, che ha mantenuto lo stesso spirito aggregativo di sempre. Ogni anno la festa richiama nel borgo non solo turisti, ma anche studiosi, antropologi e fotografi, e in quei giorni si sentono, tra le valli e lungo la strada tortuosa, l'eco degli organetti e delle zampogne e il chiasso dei campanacci e dei tamburelli.
La vestizione, con lo stufato già nei paioli
Il rito comincia la domenica mattina, accompagnato dai rintocchi del campanile, quando il primo sole fa risplendere i tetti delle case e lo stufato di vitello è già in cottura nei paioli. Mentre la piazza è in fermento, nell'intimità delle stanze ha luogo la vestizione dei Połëcënellë, della nera Coremmë e dell'arcigno Ursë. La festa ha due momenti importanti: prima la vestizione, poi la sfilata.
Il costume dei belli è un inventario preciso. Indossano pantaloni «millerighi» infilati in ghette di cuoio, scarponi scuri muniti di lacci e gambali, guanti neri, cravatta e camicia bianca su cui appuntano fazzoletti da taschino e da borsetta; coprono le spalle con pregiati scialli colorati, uno dei quali viene fissato a mo' di grembiule, mentre altri, più leggeri e piccoli, si fermano sul petto in modo da scendere sulle cosce. Al petto si attaccano anche elementi di corredo, fazzoletti di seta antica e coccarde, donati o prestati dalle famiglie del paese: per l'occasione il costume veniva prestato da una famiglia legata al Pulcinella da vincoli sentimentali, e tramandarsi di padre in figlio il costume e la danza era una peculiarità di alcune famiglie di Alessandria, che mantenevano la tradizione a vantaggio di tutta la comunità.
Il viso sparisce dietro una maschera di legno, bianca, con le gote dipinte di rosso, lavorata a mano da artigiani locali e tenuta con dei legacci. Sulla testa va un ingombrante copricapo, il cappelett: un cimiero barocco ornato di fiori di stoffa, penne di gallo sgargianti, piume leggere, nastri di raso, coccarde e medaglie, con uno specchio fissato al centro da cui penzola una collana di perle. Lo specchio serve a far specchiare chi guarda e a scacciare così «l'affascinu», il male: riflette la luce e acceca gli spiriti maligni. Dietro la schiena, all'altezza della vita, si lega un grosso campanaccio, che annuncia il passaggio delle maschere per le strade e poi viene silenziato durante le danze.
U scriazzë, la zita e la tarantella lenta
Ogni mascherato porta in mano u scriazzë — chiamato anche scriazzu, scruiazzo — un bastone di legno finemente intarsiato dai maestri falegnami locali, con all'estremità pon pon di lana colorata: tre palle, che portano fortuna e fertilità alle persone toccate. È l'unico mezzo con cui il Pulcinella bello interagisce con la gente: durante la sfilata sfiora il viso dei bambini, accarezza la folla, e di tanto in tanto un policinel si stacca dal gruppo e, continuando a danzare, sfiora il seno delle donne e i genitali degli uomini. Nella lettura simbolica del rito, lo scriazz è simbolo di potere e organo di rigenerazione.
Ultimata la vestizione, i policinel escono furtivamente di casa per riunirsi con le altre maschere e con u gegand, il più alto di tutti. In gruppo vanno a prendere a zit, la sposa, con il volto coperto da un foulard e vestita con abito cerimoniale; la coppia viene accompagnata dai suonatori tra i vicoli. Si passa di casa in casa raccogliendo gli altri, finché tutti insieme si arriva in piazza.
Lì si balla. Le maschere piroettano in cerchio al suono della zampogna, della sordulina, del tamburello e dell'organetto, e a turno danzano con la sposa: una tarantella lenta e composta, accompagnata da donne in sgargiante costume tradizionale. La danza è in due o in quattro, elegante e forte insieme; gli uomini battono i piedi alternandoli e girano in cerchio tenendo le braccia sui fianchi, e allora gli scialli si aprono e si muovono come fossero ali di uccello. Come una specie di syrtos greca, la danza rappresenta la giovinezza, l'eleganza, la rinascita, e le movenze ricordano quelle dei fieri galli. Nei rituali apotropaici i suoni fragorosi hanno la funzione di tenere lontani gli spiriti maligni, e il calpestio dei piedi insieme al suono di campanacci, ciaramelle, tamburelli e organetti desta la terra dal sonno dell'inverno.
I brutti che arrivano al calare del sole
Sul calare del sole giungono i Policinel layed, i Połëcënellë bruttë. Sono vestiti di scuro, con stracci e vecchi abiti logori, hanno il viso coperto di fuliggine o da maschere sgraziate, si muovono disordinatamente e buttano cenere sulle persone che incontrano. Si avvicinano alle ragazze con gesti sconci, fanno scherzi di ogni genere e parlano camuffando la voce per non farsi riconoscere; corrono e ballano in modo disordinato e grottesco, accompagnati dal suono arcaico delle zampogne. Non hanno cura dell'estetica, si abbandonano a parole scurrili, e operano una mortificazione del corpo in senso grottesco.
I due gruppi non si incontrano mai. All'arrivo dei Layed, i Biell lasciano la piazza e attraversano i vicoli della parte bassa del paese, fino alla zona detta Timbonerie; i brutti entrano in scena al dileguarsi degli altri, evitando qualsiasi contatto. A volte si guardano a distanza, sembrano ignorarsi, e invece sono profondamente legati.
L'Ursë in catene e la Coremmë con il fuso
C'è poi la forza incontenibile della natura, nella sua parte più oscura. L'Ursë è un uomo travestito da animale, con il volto fuligginoso, grandi corna contorte in testa, il corpo ricoperto di pelli e grossi campanacci alla cintura: emblema di forza brutale, quella oscura della natura e del bosco, con cui l'uomo si misura nell'intento di domarla per la propria sopravvivenza. Viene trascinato in catene per le vie del borgo mentre lancia cenere ai passanti, e a ogni suo tentativo di liberarsi viene percosso, cadendo al suolo con attitudini da animale ferito: la forza oscura finalmente domata.
A chiudere la sfilata è la Coremmë, la personificazione della Quaresima: un'anziana donna zoppa, con la gobba, vestita a lutto, il viso tinto di nerofumo, con un fuso in mano da cui scorre il filo che, come una Parca, taglia con grandi forbici da tosatura. Con lei si colpisce chi le passa vicino, e si sancisce la fine del periodo carnevalesco e l'inizio della penitenza pre-pasquale: la fine del periodo festoso e il ritorno al presente.
Apollo e Dioniso, che non sono contrari ma doppio
La lettura che gli studiosi danno di questa messa in scena è netta. Accanto al corpo apollineo dei pulcinella «belli», espressione dell'eleganza e dell'apparenza, c'è il corpo dionisiaco dei pulcinella «brutti», espressione dell'istinto e della materialità. I brutti, dall'aspetto grottesco e terrificante, camminano curvi come fossero storpi e scatenano scompiglio e paura; i belli, dall'aspetto seducente ed enigmatico, danzano con grazia e si avvicinano alla gente con fare amichevole.
Ma non è una battaglia. Apollo e Dioniso non si pongono come antitesi, ma come doppio: l'uno non è il contrario dell'altro, ma l'altro volto. Impulsi opposti vivono l'uno accanto all'altro, caos e ordine si danno convegno senza annullarsi o sminuirsi a vicenda, e fra le due spinte si crea un equilibrio sul piano simbolico. La comunità arriva all'apice della sua creatività proprio per merito della tensione fra le due divinità: i brutti manifestano le loro pulsioni dionisiache, i belli le canalizzano nell'arte plastica. In piazza le due anime non vengono a contatto e non si danno battaglia, ed è come se vi fosse la consapevolezza che l'assenza delle une determinerebbe la fine delle altre, che senza una parità antitetica gli uomini perderebbero la loro carica vitale. La dialettica degli opposti, sviluppata una volta all'anno attraverso la messa in scena, celebra la continua lotta tra natura e cultura.
La ricchezza del costume e il copricapo pieno di fiori e nastri colorati sono un inno alla primavera, la presenza della sposa stimola le forze creatrici e riproduttrici della natura, la danza incessante ed estenuante solennizza l'evento del risveglio. Era un rito di passaggio stagionale volto ad assicurare la rinascita della vegetazione, un cerimoniale di buon augurio per il nuovo ciclo dell'anno, un espediente per superare sul piano simbolico le frustrazioni accumulate durante i mesi freddi.
Il carnevale, del resto, è festa legata al mondo cristiano, ma celebrazioni simili risalgono a epoche molto più remote: le prime a circa quattromila anni fa, quando gli egizi celebravano la dea Iside, che presiedeva alla fertilità dei campi e simboleggiava il rinnovarsi della vita; poi i Saturnali della Roma antica, in onore di Saturno che avrebbe propiziato l'inizio dell'anno agricolo; e le feste dionisiache del periodo classico greco. La parola «carnevale» deriva dal latino carnem levare, «eliminare la carne», perché indicava il banchetto dell'ultimo giorno, il martedì grasso, prima dell'astinenza e del digiuno quaresimali.
Altrove il Carnevale aveva anche un corpo suo, un omaccione di paglia vestito in maniera goffa e bizzarra, sistemato su un carretto trainato da un mulo, seguito da una folla che fingeva di piangere fino in piazza, dove il fantoccio veniva bruciato. Nelle rappresentazioni teatrali era moribondo per il troppo cibo, rosso in viso e con una gran pancia, e faceva testamento fra la disperazione della moglie Quaresima; non si mostrava pentito degli stravizi e chiedeva di essere sepolto tra salsicce, soppressate, prosciutti e maccheroni. Rappresentava la fame delle classi subalterne, che dopo un anno di minestre e legumi potevano finalmente sfamarsi di carne.
Un museo, Venezia e le case aperte la sera
Scende la sera, e con la luce vanno via anche le maschere dai visi. Il Połëcënellë Biellë può finalmente svelare la sua identità, fino a quel momento rimasta incognita. È l'ora dell'omaggio a chi si è prodigato nel procurare i costumi: nelle loro case risuonano gli echi di serenate e il frastuono delle ultime danze, accompagnati da vino e cibo. Belli e brutti, tolta la maschera lignea, vanno a mangiare e bere un bicchiere di vino rosso locale nelle case di parenti e amici, tra canti e balli; e le famiglie che hanno prestato scialli e fazzoletti vengono ringraziate portando la musica e i passi dentro casa. Cibo e vino non mancano sulle tavole, a ricambiare il buon augurio che le maschere hanno portato. Durante la giornata, per combattere l'aria fredda della montagna, si vendono il cibo locale e il vino.
A tenere in piedi il rito sono i ragazzi del paese e l'associazione «I Polecenelle», guidata dal presidente Antonio Arvia. Da lì è nata anche l'idea di un museo che racconti la storia del Carnevale di Alessandria e le altre storie italiane e internazionali legate ai riti carnevaleschi: una collezione in costante crescita, con decine di pezzi provenienti da tutta Italia e una sezione dedicata al Carnevale alessandrino, con oggetti del passato recuperati e restaurati anche per tutelare la memoria storica dei luoghi. La maschera è arrivata pure al Carnevale di Venezia: una ventina di persone fra figuranti, suonatori dell'associazione e soci della locale Pro Loco, presieduta da Donatella Iacobelli, sono partite dal borgo alla volta della laguna.
Chi le guarda da vicino dice che quelle maschere non custodiscono solo i fasti del costume: sono semplici e intramontabili didascalie del quotidiano, nicchie del rispetto fra gli uomini, della loro fede e della loro castigata dignità, nicchie degli scongiuri per l'inverno passato e della fecondità augurata alla primavera che arriva — gli avamposti di un'identità che non si arrende.
E la tradizione si lascia contaminare. Su proposta degli anziani del paese, a vestire i panni dei Pulicinelli belli è stata per la prima volta anche una donna: una cosa fino ad allora mai successa, che sancisce l'inizio di un'innovazione che potrebbe diventare tradizione.
Come arrivare alla festa
Il Carnevale ad Alessandria del Carretto si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Trebisacce, a 29 chilometri da Alessandria del Carretto, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di San Paolo Albanese - Cersosimo ha davanti un percorso di 19 chilometri, trenta minuti di guida.
Eventi nei dintorni
Altre feste della provincia di Cosenza.
- Festa della Pita ad Alessandria del Carretto — maggio
- Carnevale di Castrovillari — febbraio
- Madonna del Pilerio a Cosenza — febbraio