Carnevale della Coumba Freida ad Allein 2027 - Maschere Landzette e fruste di crine di cavallo
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 30/08/2026.
Il Carnevale della Coumba Freida si tiene ad Allein, nella valle del Gran San Bernardo in Valle d'Aosta, nel periodo che precede la Quaresima. Le Landzette, una ventina di maschere in costume napoleonico di velluto, con la feluca in testa e la cava — una frusta di crine di cavallo — in mano, attraversano i villaggi di casa in casa: entrano, mangiano e bevono ciò che viene offerto e in cambio portano riti propiziatori, musica e danze. Su una singola giubba possono essere applicate fino a trentamila perline e paillettes, cucite a mano.
Una valle chiamata fredda
Allein è un comune sparso della valle del Gran San Bernardo, e nel periodo che precede la Quaresima ospita ogni anno uno storico e originale Carnevale. La festa non riguarda solo lui: si svolge nei comuni dell'area del Gran San Bernardo e della Valpelline, un territorio che viene tradizionalmente chiamato Coumba Freida.
Il nome dice il clima. Coumba Freida significa valle fredda, ed è la nomea di una zona esposta ai venti e a temperature molto rigide: è da lì che il carnevale prende il nome. Sul finire del gelo e del grigiore dell'inverno si svolge così uno dei più vivaci e colorati carnevali dell'arco alpino, in una sorta di grande Y geografica del buonumore fra le due vallate.
La festa è legata al grande esorcismo dell'avvicendarsi delle stagioni e alla rinascita della natura, con l'esplosione di colori e di addobbi nei costumi dopo le lunghe e buie notti invernali. Alcune tradizioni sono comuni ad altre zone di montagna e discendono da arcaici riti propiziatori legati alla fine dell'inverno e all'arrivo della primavera. È una festa dove sacro e profano si uniscono, e con loro la tradizione, la leggenda e la storia.
Ufficialmente il carnevale inizia il giorno dopo l'Epifania e si conclude il martedì grasso.
Il 1467 e le due origini
L'origine di questa tradizione si è persa nel tempo e, a memoria d'uomo, il carnevale è sempre esistito. La prima notizia risale al 1467 e riguarda Bosses: è la prima visita documentata delle maschere della zona ad Aosta, e se ne ritrova testimonianza in una lettera scritta da Monsignor François de Perez al Duca di Savoia, riportata ne «L'Histoire de l'Eglise d'Aoste» di Monsignor Joseph August Duc.
Sull'origine il racconto popolare si divide in due. Secondo la tradizione locale valdostana, il carnevale è collegato al passaggio di Napoleone Bonaparte e delle sue truppe attraverso il Colle del Gran San Bernardo, nel maggio del 1800, durante la campagna d'Italia. I suoi quarantamila uomini fecero danni e razzie, lasciando un ricordo indelebile alla popolazione, che lo esorcizzò nei costumi carnevaleschi.
La seconda versione, più favolistica, racconta che il carnevale sarebbe nato in occasione del matrimonio di due sempliciotti del paese, già avanti negli anni: i compaesani, decisi a festeggiarli ma poco propensi a indossare per l'occasione i consueti abiti della festa, scelsero abiti inusuali e decisamente bizzarri. Quei due anziani sono Lo Toc e La Tocca, e nel corteo ci sono ancora.
Le fonti valdostane spiegano chiaramente che il collegamento fra il passaggio napoleonico e il carnevale è una tradizione storica locale, una memoria collettiva tramandata nel tempo, e che le uniformi dei soldati francesi non furono copiate in modo fedele: vennero rielaborate in maniera popolare, i colori diventarono più accesi, le decorazioni più ricche e vistose, e l'aspetto solenne e militare perse il suo significato originario. Chi ricorda racconta anche da dove venivano quegli abiti: «erano divise da soldà, che i soldati quando rientravano portavano con loro e poi arrivati a casa buttavano lì, in qualche cassapanca, e i figli o i nipoti le tiravano fuori a carnevale, quando volevano travestirsi». A Bosses Napoleone aveva reclutato molti soldati, e pochi tornarono, tutti con qualche infermità, le mani gelate o altro, tanto avevano patito il freddo in Russia.
Le Landzette e le trentamila paillettes
La maschera standard delle vallate è la Landzetta, e le Landzette sono le figure più riconoscibili del carnevale: una ventina di personaggi col costume napoleonico di velluto con spalline, in testa la feluca con la punta in avanti, sul viso una maschera che in dialetto si chiama vesadjie. Un tempo era di legno, ricavata dalla corteccia; oggi è di plastica, di cartone, di gesso o cartapesta, e rende irriconoscibile chi la porta.
In mano tengono la cava, una frusta di crine di cavallo, e alla cintura tintinna un sonaglio di mulo. Il costume si compone di pantaloni, gilet, camicia, giacca a coda di rondine, cintura e cappello, ed è ricamato e cucito a mano: la creazione di un abito da Landzetta è un rito di artigianato domestico che richiede mesi di lavoro manuale. Un tempo si usava una stoffa di cotone molto pesante detta matie, oggi sostituita dal velluto. Su una singola giubba possono essere applicate fino a trentamila perline e paillettes, disposte in complessi motivi floreali, insieme a nastri, cordoncini, ritagli di tessuto a contrasto in motivi a zig-zag e specchietti di forma rotonda.
Ogni elemento vuol dire qualcosa. I fiori indicano che il carnevale è foriero della bella stagione e annuncia la fine dell'inverno; i nastri simboleggiano i raggi del sole; gli specchietti sono l'anello di comunicazione tra il mondo terreno e quello celeste, riflettono la luce e allontanano le forze maligne, e servono anche a rendere il costume luminoso nelle giornate uggiose, catturando la luce invernale. Il rosso predominante è simbolo di vigore, il nero rappresenta l'inverno, il bianco la primavera, mentre il verde, l'azzurro e l'arancione riprendono i colori dei fiori e della natura. Il fracasso di campanelli e sonagli serve a scacciare gli spiriti malvagi e a rompere simbolicamente il silenzio e l'immobilità dell'inverno; la coda di crine di cavallo rappresenta il vento che scaccia l'inverno e lascia arrivare la primavera.
La colorazione del costume varia da località a località, pur mantenendo consuetudini simili. Ad Allein e a Doues le Landzette indossano costumi unicamente di colore rosso, il colore della forza e della vita che torna a scorrere con la primavera; solo a Saint-Rhémy-en-Bosses si trova la figura di Napoleone a cavallo.
La Bènda, un corteo dall'ordine stabilito
Il gruppo delle maschere si chiama in dialetto Bènda ed è il corteo del carnevale, composto dai gruppi mascherati detti patoille. I personaggi tradizionali sono sempre gli stessi e il loro ordine nella sfilata è rigidamente stabilito.
Il corteo è preceduto dal Portabandiera, la Guida, che obbedisce al suono della sua trombetta: porta la bandiera del carnevale e annuncia l'arrivo del gruppo sventolando il vessillo, col volto barbuto e un grande cappello cilindrico. Gli occhiali e i baffi sono i simboli della sua autorità, e un tempo aveva un paniere nel quale riporre le uova che si offrivano alle maschere. Seguono i suonatori, due o tre musici con la fisarmonica, il sassofono e un tipico strumento a percussione.
Dietro di loro viene il Diavolo, che indossa un corto mantello rosso, brandisce una forca con la quale fa inciampare le persone e suona i tanti campanelli cuciti sul suo costume. Poi arrivano, a coppie, le Damigelle e gli Arlecchini: l'Arlequeun ha il costume multicolore e in testa un cappello cilindrico con tanti nastri, e accanto a lui c'è la Demoisella, la sua compagna, che distribuisce caramelle. Vengono quindi i Neri, che simboleggiano le lunghe notti invernali, e i Bianchi, che annunciano le giornate assolate della primavera, seguiti dalle maschere dei colori: tutti agitano una coda con la quale solleticano la gente.
Si trascinano dietro al corteo il Toc e la Tocca, i due sempliciotti, due vecchi grossolani e volgari intenti a bisticciare. Il Toc fa cadere il cappello agli uomini, accarezza con il suo bastone la schiena ai bambini e solletica le gambe delle donne; quest'ultima azione solleva la gelosia della Tocca, che si getta su di lui e lo picchia.
Chiudono l'Orso e il Domatore. La bestia insegue le donne e i bambini e getta gli adulti nella neve: rappresenta la fecondità e l'uscita dal letargo, e l'istinto animale che il domatore, ovvero la ragione, inutilmente cerca di domare. Se esce presto dal letargo, annuncia una primavera precoce. In alcuni carnevali della valle, al termine del corteo, si trovano il medico e l'infermiera con il curato, che rammentano al pubblico come alle cure fisiche debbano affiancarsi anche quelle spirituali.
Di casa in casa, con la patchocada
La mascarada, ovvero la sfilata in maschera, è itinerante e si sposta di villaggio in villaggio, di casa in casa. Le maschere attraversano i villaggi della valle, entrano nelle case, ballano nelle strade e nelle piazze, mangiano e bevono ciò che viene loro offerto, e in cambio dell'ospitalità offrono riti propiziatori di buona fortuna, musica e danze insieme alla famiglia ospite.
Un tempo il gruppo trovava la patchocada, una pietanza fatta di uova sbattute con zucchero, vino e caffè, e riceveva dalle famiglie dei doni in cibo, soprattutto le uova, che erano simbolo di vita e rinnovamento. Oggi si trovano frittelle, salumi, formaggi, torte, bevande e vino.
Le sfilate ufficiali si svolgono negli ultimi giorni di carnevale, ma già nelle settimane precedenti piccoli gruppi mascherati, le patoille, fanno visita alle famiglie delle diverse frazioni, dove vengono accolti festosamente per bere, mangiare, cantare e scherzare. Durante le due o tre settimane del carnevale anche i più giovani hanno l'abitudine di mascherarsi: per loro tutte le porte sono aperte, ed entrano per divertirsi alle spalle degli altri e per farsi offrire un bicchiere di vino e uno spuntino. In queste visite si ricordano con affetto e senza troppa tristezza le persone che sono mancate nel corso dell'anno. Qui la festa tiene insieme il chiasso e il lutto; i carnevali storici raccolti in un posto solo hanno ciascuno il proprio equilibrio.
Ayez, il museo dei costumi
Ad Allein, e precisamente nella frazione di Ayez, si trova il Mèizoùn di Carnaval de la Coumba Frèida, il Museo del Carnevale della Coumba Freida, ospitato in una casaforte risalente al XV secolo. Qui si custodiscono i costumi delle Landzette dell'intera valle del Gran San Bernardo, e sono esposte tutte le maschere della vallata.
Il museo mostra l'evoluzione della tradizione dei Carnevali storici della Coumba Freida, tra i più antichi della Valle d'Aosta e tra i più noti delle Alpi, ancora oggi molto sentiti dalla comunità locale. I carnevali rappresentati sono quelli dei comuni delle valli della Comunità Montana Grand Combin, la Valle del Gran San Bernardo e la Valpelline: ci sono testimonianze sui carnevali di Allein, Ollomont, Valpelline, Doues, Etroubles, Bionaz, Gignod, Roisan, Saint-Oyen e Saint-Rhémy-en-Bosses.
L'esposizione si compone di una mostra fotografica, di una collezione di costumi tradizionali delle Landzette, di alcuni video e di varie pubblicazioni e materiali d'archivio. I più antichi fra i costumi carnevaleschi conservati sono della seconda metà del Novecento: i costumi delle Landzette, con il loro corredo di code di mulo, paillettes, specchietti e colori, oggi come in passato sono rigorosamente imbastiti e cuciti a mano.
Come arrivare alla festa
Il Carnevale della Coumba Freida ad Allein si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Aosta / Aoste, a 13 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce al casello di Aosta Est - Gran San Bernardo, e il tragitto è di 17 chilometri per 23 minuti di guida.
Che altro succede in provincia di Valle d'Aosta
Altre feste di febbraio nella stessa zona.
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