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Il Beato Giovanni Liccio a Caccamo e la processione a piedi scalzi 2027

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 25 maggio al 1 giugno 2026
Dove Piazza San Domenico, Caccamo

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 20/09/2026.

La festa del Beato Giovanni Liccio si celebra a Caccamo, in provincia di Palermo, in Sicilia, l'ultima domenica di maggio e il lunedì successivo, nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli, e ricorda la traslazione delle sue spoglie mortali avvenuta nel 1754. L'urna reliquiaria viene portata a spalla per le vie principali e i quartieri più antichi del paese, preceduta dai pellegrini a piedi scalzi e accompagnata dai petali di rose che cadono lungo il tragitto. Al beato è dedicata anche una seconda festa, il 14 novembre, giorno della sua morte, con la messa nel Duomo di San Giorgio Martire e la processione della statua del «beato giovanello».

Il bambino allevato col succo di melagrane

La storia comincia in una casa poverissima di Caccamo, nel rione più povero del paese. La madre, Teresa Faso, muore nel darlo alla luce; il padre Giorgio, povero contadino, affida il piccolo a una sorella che, per la miseria, lo alleva con succo di melagrane. Giovanni sarebbe morto di denutrizione se una vicina di casa, Tommasa Garifo, impietosita, non lo avesse allattato.

Da quel gesto nasce il primo dei miracoli che gli vengono attribuiti. Il marito della balia era gravemente malato, e accadde che, forse per distrazione della donna o forse per il desiderio dell'uomo di stringere il bambino tra le braccia, il piccolo venisse a contatto con il suo corpo: quel semplice tocco si rivelò prodigioso, l'uomo guarì improvvisamente dalla lebbra e poté tornare ai suoi lavori nei campi. La tradizione racconta anche che durante la gravidanza molti videro una luce intensa avvolgere l'umile abitazione di Teresa e Giorgio, e che alcuni giurarono di aver scorto una croce luminosa stagliarsi sopra il tetto.

Un altro racconto riguarda la culla. Si narra che un giorno la zia, dopo averlo allattato, mise Giovanni nella culla e uscì di casa per lavorare insieme ad alcune vicine; rientrata silenziosamente dopo qualche ora per controllare il nipotino, si trovò davanti a una scena straordinaria: il piccolo era a terra tra due angioletti che lo aiutavano a portare una croce, mentre tutta la stanza era avvolta da una luce meravigliosa. Sconvolta, corse a chiamare le vicine, ma quando tornarono videro soltanto il bambino disteso a terra, con il volto sereno e luminoso.

Giovanni nacque a Caccamo nell'aprile del 1426.

Da Caccamo al convento di Santa Zita

Giovanni visse nell'innocenza e nel fervore, amantissimo della preghiera e del digiuno, che era stato il suo primo nutrimento. A quindici anni lasciò Caccamo per Palermo, ed entrato nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi, si trovò ai piedi di Padre Pietro Geremia, il quale, scorgendo in quel giovinetto la divina chiamata, lo invitò a entrare nell'Ordine. Giovanni Liccio fu poi discepolo e continuatore di Geremia nell'opera di restaurazione della vita regolare nei conventi domenicani di Sicilia.

Nell'Ordine si fece onore nell'acquisto della scienza, tanto da diventare docente di teologia, e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza e unzione che intorno al suo pulpito i più induriti peccatori si scioglievano in lacrime: divenne «il predicatore della Sicilia». Devotissimo alla Madonna e divulgatore del Rosario, visitava ogni villaggio sempre a piedi, in compagnia di un confratello. La sua vita fu contraddistinta da un rigore ascetico raro, con digiuni, veglie notturne e mortificazioni volontarie che si alternavano a gesti concreti di carità, come l'assistenza ai poveri e la cura degli ammalati.

Le fondamenta apparse nel bosco

Era ormai anziano quando, in una notte del 1487, mentre era immerso nella preghiera, gli apparve la Santissima Vergine ordinandogli di tornare nella sua terra natale, dove con l'aiuto del Cielo avrebbe fondato una nuova chiesa con annesso convento domenicano. Il mattino seguente Giovanni raccontò la visione al suo priore e, ottenuto il permesso, partì da Palermo con un frate e un fratello laico.

Durante il viaggio giunsero al fondaco detto «del Fico», dove Giovanni rimproverò con dolcezza dei bestemmiatori e ne ricevette pesanti insulti; uno di loro, adirato, afferrò un pugnale e lo avrebbe colpito se gli altri presenti non lo avessero trattenuto. Allontanandosi, il frate disse a un operaio caccamese di nome Giuliano Giovenco, riferendosi al bestemmiatore: «Vedrete come finirà costui». Poco dopo quell'uomo fu colpito da un violentissimo dolore al braccio destro e si contorceva tra atroci spasimi. Giovanni tornò al fondaco, gli chiese se fosse sinceramente dispiaciuto per aver offeso Dio, gli fece promettere che non avrebbe più bestemmiato, poi prese il braccio tra le mani e, tracciato il segno della croce, lo guarì all'istante.

Arrivato a Caccamo al calare della sera, Giovanni andò direttamente nella piccola chiesa dell'Annunziata e vi passò la notte in ginocchio, pregando la Vergine di indicargli il luogo della nuova chiesa. Sul far dell'alba gli apparve San Michele Arcangelo, che gli disse che nel luogo destinato alla costruzione avrebbe trovato già pronte le fondamenta. E infatti alcuni contadini gli riferirono di aver notato, pochi giorni prima, strane fondamenta apparse improvvisamente in un boschetto nella parte orientale del paese: Giovanni si fece accompagnare sul posto e le constatò di persona, mentre la folla accorreva colpita davanti a quel fatto ritenuto prodigioso.

I lavori cominciarono l'8 maggio 1487, il giorno dell'Apparizione di San Michele Arcangelo, e il primo magistrato della città, stupito, decise di regalare con atto pubblico quel pezzo di terra a Giovanni. Si andò avanti con le offerte dei ricchi del paese e con la manodopera gratuita dei concittadini, che trasportavano pietre e materiali, e con i prodigi che si raccontano di quel cantiere: se mancava il materiale prodigiosamente ne arrivava dell'altro, l'acqua sgorgava, gli operai feriti guarivano, un campo di grano danneggiato tornava rigoglioso. Un'altra volta, a una donna che piangeva coi bambini in un tugurio, Giovanni offrì i pochi soldi che aveva e la mandò in convento, dove le regalò una pagnotta: la meraviglia fu accorgersi che la pagnotta era tornata integra. E ad alcuni uomini che avevano zappato gratuitamente la vigna nell'Orto degli Angeli offrì un pezzo di pane e un po' di vino, che al momento di desinare si moltiplicarono, così che tutti mangiarono a sazietà.

I lavori terminarono nel 1492, quando la chiesa fu consacrata da monsignor Giovanni Paternò, arcivescovo di Palermo; intitolata dapprima a Santa Maria dell'Udienza, prese poi il nome di Santa Maria degli Angeli per volontà di Giovanni, in gratitudine alla Vergine. Il tetto della chiesa fu portato a termine dallo stesso Padre Giovanni Liccio, che ne fu il primo priore dal 1494. All'interno si conservano una Madonna col Bambino dello scultore Antonello Gagini e l'urna reliquiaria del beato.

Ceri accesi intorno alla salma

La mattina del 1º novembre 1511 il Beato Giovanni scese in chiesa, come ogni giorno, per partecipare agli uffici divini. Ammise di sentirsi male, ma nonostante tutto assistette al coro, celebrò la Santa Messa, ascoltò le confessioni e predicò sulla gloria dei santi; terminato il sermone benedisse i fedeli e, sostenendosi con il bastone, rientrò lentamente in convento. Morì il 14 novembre 1511.

Quando le campane iniziarono a suonare a lutto, un profondo dolore avvolse la città. Il corpo fu trasportato nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, e attorno alla salma furono accesi ventiquattro ceri offerti dal Comune di Caccamo in omaggio al suo santo concittadino: si racconta che quei ventiquattro ceri arsero senza consumarsi. Per due giorni la chiesa fu meta di un continuo pellegrinaggio, i funerali si svolsero alla presenza delle autorità cittadine e di una folla immensa, e il corpo venne deposto in una cassa di cipresso collocata in una nicchia murata a destra dell'altare maggiore. Vi rimase quarantasette anni, finché nel 1558 il nobile caccamese Paolo Saso fece costruire a proprie spese una nuova cappella con un elegante sepolcro in marmo bianco, opera di uno scultore palermitano; l'iscrizione del sarcofago dice: «Beato Giovanni Liccio, dell'Ordine dei Predicatori, illustre predicatore e vergine, decorato da innumerevoli miracoli, di Caccamo, che morì nell'ottava di San Martino, 1511. Qui giace».

Il Martirologio Romano lo ricorda come il sacerdote che «riposò a centoundici anni nel Signore», e le lezioni dell'ufficio per la sua festa gli attribuiscono la stessa età alla morte: un'età che le biografie del beato giudicano «cosa assai improbabile».

Il riconoscimento arrivò dopo secoli di attesa. Già nel 1555 papa Paolo IV aveva affidato al teologo caccamese don Antonio Faso l'incarico di istruire il processo, che con la morte di Faso, il 28 ottobre 1572, sembrò arenarsi, mentre il culto continuava tollerato dalle autorità ecclesiastiche. Il 22 novembre 1749, nella chiesa dell'Annunziata, cominciò la prima sessione del nuovo processo; il 18 luglio 1750 il processo informativo si chiuse favorevolmente e fu inviato a Roma. Il 25 aprile 1753 papa Benedetto XIV confermò il culto, e Giovanni Liccio divenne il primo domenicano di Sicilia iscritto nell'elenco dei Beati. Il 9 maggio dello stesso anno il pontefice concesse l'ufficio e la messa con l'orazione scritta di suo pugno, e per volere di Carlo III si decretò che la celebrazione avvenisse il 14 novembre, giorno del dies natalis. È invocato per i mal di testa.

Due feste, a maggio e a novembre

Al beato sono riservate due festività. La prima cade l'ultima domenica di maggio e il lunedì successivo, nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli, e ricorda la traslazione delle spoglie mortali avvenuta nel 1754 per volontà dell'arcivescovo di Palermo monsignor Filippo Lopez y Royo, che in ricordo di quell'avvenimento stabilì di festeggiare il beato anche in quella ricorrenza. La seconda è il 14 novembre, data della morte: si celebra una messa nel Duomo di San Giorgio Martire, dove il beato venne battezzato, e segue la processione della statua del «beato giovanello», così chiamata perché lo raffigura in giovane età.

I festeggiamenti di maggio si aprono con il solenne Ottavario nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Durante i sette giorni che precedono la festa, dopo il rosario si recita la Coroncina e si cantano le antiche strofe che da sempre accompagnano la devozione dei caccamesi: «Evviva Giovanni, Di Caccamo figlio, Bianchissimo giglio Di verginità, Di sua santità». Sotto l'altare del beato i devoti depongono gigli, simbolo della sua purezza.

Piedi scalzi e petali di rose

Il giorno della festa si apre con il festoso suono delle campane e con gli spari a cannone; per tutta la mattinata si susseguono le celebrazioni eucaristiche, mentre nel pomeriggio si preparano la processione e l'urna, che dall'altare maggiore viene sistemata sul fercolo. Tutti i pellegrini a piedi scalzi precedono l'urna del beato, insieme a tutte le confraternite del paese, al clero e alle autorità civili e militari.

L'urna argentea risale al XIX secolo, e al suo interno i resti mortali sono collocati nella loro posizione naturale in apposite teche, con la maschera e le mani di cera. All'uscita i fedeli salutano con commozione l'urna santa, invocando l'aiuto del beato o ringraziandolo per una grazia ricevuta, e gran parte dei devoti indossa l'abito dell'Ordine Domenicano, chi per voto e chi per devozione. Il fercolo è pesantissimo, e sono tantissimi quelli che lungo il percorso si alternano a portarlo a spalla.

La processione dura molte ore e percorre le vie principali del paese, mentre lungo il tragitto cadono petali di rose che ricoprono la strada. Arriva fino al quartiere Rabbato, dove il beato nacque e visse l'infanzia, e passa accanto alla chiesa «fuori le mura» dove il simulacro chiamato «Beato Giovannello» accoglie i devoti; davanti alla casa della zia materna, sotto quella che un tempo fu la casetta in cui venne alla luce, si fa una breve sosta e il predicatore invita tutti a riflettere sulla santità con cui il beato visse la sua vita terrena. Al ritorno, nella piazza antistante la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, si tiene la benedizione liturgica e seguono i giochi pirotecnici, e il sacerdote, davanti a una piazza stracolma, esclama con impeto: «Viva il Beato Giovanni!».

Dal 2006 l'urna con le spoglie è collocata nella seconda navata, in una nuova cappella dedicata al beato, benedetta il 21 maggio di quell'anno dal cardinale Salvatore Pappalardo, arcivescovo emerito di Palermo; il sarcofago vi era stato collocato definitivamente il 13 dicembre 2005. La chiesa custodisce anche il tesoro dei monili donati al beato, che vengono esposti per la solenne festività, e alcuni ex voto conservati nell'urna lignea del 1754.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Caccamo richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Termini Imerese, a 8,5 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Termini Imerese, e il tragitto è di 6,3 chilometri per 10 minuti di guida.

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