Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Feste Patronali

Feste Patronali

Festa di San Nicandro a Venafro con la consegna delle chiavi della città 2027

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 16 al 18 giugno di ogni anno — quest'anno dal 16 al 18 giugno 2026
Dove chiesa dell’Annunziata, basilica alle porte della città, Venafro

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: dimoradelprete.com, letta il 19/09/2026.

La festa patronale dei santi martiri Nicandro, Marciano e Daria si celebra a Venafro, in provincia di Isernia, dal 16 al 18 giugno. Il busto argenteo di San Nicandro e le reliquie dei tre martiri vengono portati in processione dalla chiesa dell'Annunziata alla basilica alle porte della città e, la sera del 18, riaccompagnati indietro con un tragitto di circa cinque ore. Prima che la processione parta, sul sagrato della basilica, si fa l'asta: si chiama «ammessa» e serve ad aggiudicarsi il diritto di portare le cose più importanti, lo stendardo che apre il corteo, la Croce astile, i turiboli, la teca con le reliquie dette di San Marciano, la Testa di San Nicandro, e soprattutto la statua.

I tre giorni più attesi dell'anno

I festeggiamenti si protraggono dal 16 al 18 giugno di ogni anno, alternando spettacoli di intrattenimento e momenti di culto, con processioni e riti liturgici. Per chi vive a Venafro quei tre giorni rinnovano la sensazione che qualcosa di importante stia accadendo, e occupano nel calendario un posto d'onore quasi alla stregua del Natale o del Capodanno.

Prima ancora comincia il Mese di San Nicandro, con le sante messe celebrate dai diversi sacerdoti della diocesi di Isernia-Venafro a partire dal 17 maggio e fino al 17 giugno.

La bandarella che suona tutta la notte

L'apertura arriva a mezzanotte, nella notte fra il 15 e il 16 giugno, davanti al convento: la popolazione bussa insistente alla porta della basilica, e all'apertura, con il proclama che dà il via ai festeggiamenti, attacca la «bandarella», un piccolo gruppo di suonatori con strumenti semplicissimi. Il motivetto è semplice, e si ripete per tutta la notte lungo le strade della città, annunciando a tutti che la festa è cominciata.

Il 16 giugno si apre con i fuochi pirotecnici, il suono delle campane, la santa messa in basilica al mattino e il giro delle bande musicali. All'imbrunire si svolge la solenne processione che porta il busto argenteo di San Nicandro e le reliquie dei tre martiri dalla chiesa dell'Annunziata — dove sono conservate tutto l'anno — alla basilica alle porte della città, dove si tengono i vespri cantati presieduti dal vescovo; la sera c'è un concerto bandistico o un altro evento musicale. L'originale del busto fu rubato nel 1986.

Le chiavi della città in mano al santo

Il 17 giugno è il giorno in cui si ricordano i tre martiri, con numerose messe e con il pontificale presieduto dal vescovo. Durante la celebrazione il sindaco consegna al vescovo le chiavi della città e i ceri votivi, e il vescovo le pone tra le mani del busto argenteo, a simboleggiare il patrocinio di san Nicandro su Venafro. Dal circondario accorrono in pellegrinaggio numerosi fedeli e intere parrocchie.

Sul versante civile, la mattina si tiene la tradizionale fiera e durante la giornata torna il giro delle bande; la sera c'è un concerto di musica leggera con cantanti di fama nazionale.

Cinque ore di processione il 18 giugno

Il 18 giugno si celebrano altre sante messe, ma il simbolo dei festeggiamenti è la solenne processione serale, quella che riaccompagna i Santi alla chiesa dell'Annunziata con un tragitto di circa cinque ore e la partecipazione di migliaia di fedeli. Comincia dalla basilica subito dopo l'ammessa e attraversa tutto il centro storico.

Nell'asta si formano varie squadre, e al loro interno si attribuiscono diritti particolari, concordati più o meno pacificamente: «cacciare», cioè portare fisicamente fuori dalla basilica il busto d'argento, oppure «entrarlo», cioè portarlo dentro la Cattedrale o l'Annunziata. Un tempo le processioni erano tre. Quella dei «signori» era riservata ai benestanti del paese ed era preceduta da un invito personale che partiva dal presidente del Circolo dei «signori», l'attuale Circolo Leopoldo Pilla; quella del clero era affollata dagli addetti al culto e aveva un aspetto solenne per la ricchezza dell'apparato liturgico dei numerosi chierici che amministravano le dodici parrocchie venafrane, progressivamente ridotte a tre. Quelle prime due, oggi, sono state unificate nella processione del 16 giugno. La terza, quella del 18, è la processione del «popolo»: civile e religiosa insieme, assume il significato della riconquista delle reliquie e del ritorno del Santo all'interno della cinta urbana.

L'arregnamusso e le porte della città

Il percorso non è casuale: gli itinerari e le soste per cantare l'inno hanno un rapporto diretto con la struttura urbana, e la figura del Santo non gira a caso per le vie antiche. Dalla porta del Mercato si passa alla Porta di San Sebastiano, entrando e uscendo dalla cinta urbana, perché il patrono ha materialmente le chiavi della città, consegnategli il giorno prima.

Alla Cattedrale ci si ferma per ricordare il momento della cattura, come resta rappresentato in un brandello di affresco sulla parte alta del presbiterio, sopravvissuto quasi miracolosamente ai restauri ministeriali. Dalla Cattedrale si va alla Porta del Giudice Guglielmo, dopo essere entrati nella chiesa di San Francesco, sede della parrocchia di San Giovanni de Graecis; poi si entra nella chiesa di Cristo, sede della parrocchia di Santa Maria di Loreto, prima di passare alla Porta longobarda della Madonna delle Manganelle, salendo per quella salita talmente ripida da prendere, in quell'occasione, il nome di «arregnamusso». Una catena umana trascina le statue fino alla chiesa di San Paolo, la più antica delle parrocchie di Venafro, dove si canta per la penultima volta l'inno.

Si finiva nella splendida chiesa dell'Annunziata, in una cornice di luci e decorazioni straordinarie; dal terremoto del 1984 la conclusione avviene sulla piazza del Castello, dove si sparano i tradizionali fuochi pirotecnici.

L'inno del 1881

L'inno popolare che accompagna le soste fu composto da Domenico Criscuolo nel 1881. Viene eseguito nelle principali celebrazioni liturgiche legate alla devozione dei santi martiri, ma è nella processione del 18 giugno che trova la sua massima espressione: accompagnato dal complesso bandistico, viene cantato da tutte le generazioni di venafrani nel corso delle varie fermate. È un inno che esorta a onorare e imitare il modello di vita dei martiri nella gloria di Dio, e dice quanto sia forte l'attaccamento del popolo venafrano nei loro confronti. Periodicamente si mette in scena anche «l'Opera di San Nicandro», una rappresentazione teatrale che ne narra gli eventi e il martirio.

Due soldati, una moglie e un rifiuto

Nicandro e Marciano furono soldati della fortezza di Durostorum, l'odierna Silistra in Bulgaria, e subirono il martirio durante la persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano. Secondo la tradizione sviluppatasi a Venafro erano due soldati romani, probabilmente originari della Mesia, di stanza in città: vivevano fra l'anfiteatro romano e il tempio pagano della dea Bona, sulle cui fondamenta sorge oggi la Cattedrale di Santa Maria Assunta in cielo. Le antiche fonti storiche non si pronunciano sulla loro provenienza — forse nativi della Grecia — né sulla loro parentela.

Pur consapevoli dei rischi, abbracciarono la religione cristiana e rifiutarono di compiere atti di culto alle divinità pagane. Furono arrestati e torturati. Daria, moglie di Nicandro, convertita anch'essa, incitò il marito a sostenere con coraggio le prove e le persecuzioni, e per questo fu arrestata anche lei; il suo martirio ebbe luogo in un secondo momento rispetto a quello dei due soldati. Tutti e tre furono condannati a morte per non aver voluto rinnegare la fede il 17 giugno del 303.

Sul luogo del martirio le testimonianze antiche dicono cose diverse. Il Martirologio Romano ricorda «a Silistra in Mesia, nell'odierna Bulgaria, santi martiri Nicandro e Marciano, che, soldati, durante la persecuzione di Diocleziano, respinsero l'elargizione fatta dall'imperatore all'esercito e, rifiutatisi fermamente di sacrificare agli dèi, furono condannati a morte dal governatore Massimo», e al 17 giugno scrive: «Presso Venafro, in Campania, i Ss. Martiri Nicandro e Marciano, sono decapitati durante la persecuzione di Massimiano». La notizia più antica arriva dal Breviarium Syriacum del 411, che colloca il martirio nel 303 nella Mesia, per opera di Galerio Massimiano; altre ratifiche vengono dal «Museo Italico» del Mabillon e dagli studi dei Padri bollandisti. La tradizione popolare — derivata da una falsificazione del cronista cassinese Pietro Diacono, e che per molti è diventata ormai certezza scientifica — racconta invece che i due capitani furono catturati presso la Cattedrale, tenuti prigionieri lì vicino, in un luogo che ancora oggi i venafrani chiamano le carceri di San Nicandro, e infine decapitati e sepolti presso la basilica, per ordine di Massimo, prefetto della Campania.

La manna che esce dal sarcofago

I corpi furono seppelliti nei pressi di Venafro. Sul luogo del martirio, poco distante dal centro abitato, nel 955 fu edificata una basilica in loro onore. Il duca Arechi II, fra il 758 e il 778, costruendo la grande basilica di Santa Sofia a Benevento, ne fece trasferire dal sepolcro un braccio del corpo di San Nicandro; altre reliquie andarono alla chiesa di Montevergine. L'edificio fu costruito accanto a una chiesina preesistente, costruita anch'essa sul luogo del martirio, e porta il titolo di basilica proprio perché conserva i resti dei patroni. Dal 1573 è affidata ai padri Cappuccini.

Sotto l'altare maggiore si trova la cripta con il sarcofago di Nicandro. A riportarlo alla luce, insieme alle sepolture di Marciano e Daria, furono due frati cappuccini, padre Leone Patrizio e frate Angelantonio Carusillo, che una notte del dicembre 1930 diedero avvio agli scavi all'interno della chiesa, partendo dalla zona davanti all'altare maggiore. Da quel sarcofago, secondo la leggenda devozionale, fuoriesce in determinate ricorrenze dell'anno liturgico — e soprattutto nei giorni di festa — la santa manna, un liquido misterioso al quale sono attribuite doti miracolose, come testimoniano gli ex voto.

Alla basilica sono legate anche due visite illustri: si narra che Carlo d'Angiò, nel 1268, alla vigilia della battaglia di Benevento, si sia prostrato dinanzi all'altare, e che papa Nicola IV, nel novembre del 1290, abbia concesso indulgenza a tutti i visitatori della chiesa. Davanti al portale, a qualche decina di metri, sta una croce stazionaria molto simile a quella di via Sant'Ippolito a Isernia, realizzata fra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo: un disegno di Giovanni Antonio Monachetti permette di stabilire che fosse già lì prima del 1722. Il Monachetti, sulla scorta di una storia di Venafro scritta da Ludovico Valla nel XVII secolo, ne fece una nuova edizione manoscritta, databile al 1702, che si conserva ancora nella Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Venafro per la festa non è complicato. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Venafro è a 800 metri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Monteroduni: da lì bastano 12 minuti di guida (11 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

Altre feste in provincia di Isernia

Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.

Da leggere