La Fòcara a Novoli 2027 - I 25 metri di fascine che non devono superare il campanile
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 01/09/2026.
La Fòcara si accende a Novoli, in provincia di Lecce, in Puglia, la sera del 16 gennaio, per la festa patronale di Sant'Antonio Abate. Una montagna di legna, fatta di fascine di tralci di vite, cresce per un mese intero in mezzo al paese fino a sfiorare il campanile della chiesa, poi viene bruciata e arde per tre giorni. Si ripete ogni anno da oltre trecento anni.
Chi la costruisce non la chiama falò: la chiama monumento. Gli organizzatori la descrivono come un vero e proprio monumento d'arte e artigianalità contadina, unico per dimensioni e perché interamente in legno naturale, e la formula che ne riassume la vita è sempre la stessa: ogni anno cresce, brucia e svanisce, diventando cenere, simbolo di rigenerazione.
La scheda tecnica del cantiere fissa l'altezza massima a 25 metri e il volume del materiale a circa 100.000 fascine; il diametro sfiora i 20 metri. Quello che non cambia mai è la materia prima: tralci di vite secchi, i sarmenti, recuperati dalla potatura annuale dei vigneti.
Il campanile è il limite che nessuno supera
C'è un vincolo che non compare in nessun regolamento di sicurezza e che pure comanda su tutti gli altri: per rigida regola tradizionalista la pira non deve mai superare il campanile della Chiesa di Sant'Antonio Abate. Da qui i 25 metri di altezza massima, che la scheda del cantiere descrive come una struttura slanciata come un palazzo di 8 piani, e i 20 metri di diametro alla base.
Il resto sono numeri da opera edile, ottenuti senza nessuna opera edile. L'intera costruzione è manuale, eseguita senza l'ausilio di mezzi meccanici o gru: si usano scale di legno di varie misure, legate l'una all'altra fino a raggiungere l'altezza di 28 metri. I volontari che salgono su quelle scale hanno un nome collettivo, la cremagliera, e lavorano in sospensione e perfetto equilibrio, passandosi le fascine sulla schiena dal basso verso l'alto, metro dopo metro. Servono 100 persone attive per un intero mese di cantiere, e alla fine la catasta pesa circa 700 tonnellate, una struttura a secco calcolata per sopportare gli assestamenti naturali, la pioggia e le spinte del vento.
Leuna, cippune, sarcina: le parole del cantiere
Il lavoro comincia molto prima della piazza, dentro i filari, e ha un lessico suo. La leuna, o sarmenta, è il singolo tralcio di vite; il cippune è il ceppo, l'ancoraggio forte che dà sferzate durante la raccolta; la sarcina è la fascina legata e pronta per la pira.
La legatura è un gesto preciso, descritto passo per passo: i contadini addomesticano i tralci tirandoli sotto le ginocchia, li accumulano sulle gambe con rapidi passetti in avanti, poi i rami vengono voltati in perpendicolare lungo il filare. Il contadino si siede sopra di essi per immobilizzarli e, tramite il carceriere trasversale, esegue una legatura vigorosa incrociando i fili biodegradabili a braccia conserte. Ogni fascina che nasce così deve contenere circa 200 sarmenti, non superare il peso standard di 13 chili e la lunghezza massima di 130 centimetri.
Sul come si accatastano, invece, non esiste un manuale. La tecnica è tramandata gelosamente di generazione in generazione, e i soli a conoscerla erano i maestri pignunai, gli unici in grado di far salire la catasta senza farla crollare. Il materiale, oggi, viene esclusivamente dai residui legnosi della potatura annuale dei vitigni dei feudi del Parco del Negroamaro.
Dalla Festa della Vite a mezzogiorno della Vigilia
Il cantiere ha un calendario rigido. Si apre a metà dicembre, il 14 o il 15, con la Festa della Vite — o Festa delle Vigne: una processione liturgica tradizionale che riunisce cittadini, viticoltori, istituzioni e i Consorzi di Tutela dei vini DOC salentini, e che culmina con la benedizione e la posa della prima fascina di tralci secchi. La costruzione vera e propria comincia all'alba del 7 gennaio, sul terrapieno di piazza Schipa, e coinvolge il Comitato Festa insieme ai volontari del gruppo "I devoti". Un tempo la fòcara non stava lì: un rilievo d'epoca la documenta eretta sul piazzale del Santuario a fine Ottocento.
Il termine ultimo non si discute: la costruzione deve tassativamente concludersi entro il mezzogiorno del 16 gennaio, e se necessario la comunità lavora di notte sotto i fari accesi. Quel mezzogiorno è salutato da una roboante salva e da rintocchi di campane.
La forma, invece, cambia ogni anno. È un'elaborazione del pignone conico in cui sulle aie venivano affastellati i mannelli di grano, e negli anni è stata una sorta di torta a più strati concentrici, un cono con un oblò in alto, una piramide, una pira con pinnacoli, oppure con la galleria, un tunnel nel centro del falò in cui il giorno della processione passa anche la statua di Sant'Antonio Abate. Qualunque sia il disegno, resta un obbligo statico: è indispensabile che la struttura cresca in modo simmetrico, perché deve resistere al proprio peso e alle intemperie ed essere prova della competenza dei costruttori e del lavoro ben fatto.
Perché arde come un vulcano
La sera del 16 gennaio la fòcara viene bardata con l'effigie di Sant'Antonio Abate e con la bandiera, portata in corteo e passata di mano in mano lungo le lunghe scale dai costruttori e dai volontari. L'onore dell'accensione spetta al presidente del comitato o al Sindaco, e avviene attraverso una batteria-fiaccolata, con le batterie pirotecniche che si arrampicano lungo i crinali del falò fino in cima.
Quello che accade dopo è il risultato di una scelta costruttiva, non del caso. La pira è progettata con un metodo tradizionale segreto d'intreccio, combinato con l'accensione dall'alto: man mano che consuma la legna, la fòcara trattiene la cenere e il fuoco all'interno della stessa, facendola ardere come un vulcano. È questo a garantire la sicurezza fisica dei circa 100.000 visitatori e delle famiglie, e a permettere la danza della pizzica attorno al cerchio di fuoco in totale incolumità, escludendo rischi di crollo esterno. Il grande falò brucia senza interruzione per tre giorni, il 16, il 17 e il 18 gennaio, e quello che la gente aspetta sono le fasciddre, le faville che si librano nell'aria creando una pioggia di fuoco.
Dai carretti del 1964 alla candidatura Unesco
La fòcara non è sempre stata questa. La testimonianza diretta del presentatore Ersilio Teifreto ricorda che nel 1964 la raccolta avveniva a livello rionale, con i carretti trainati dai ragazzi sul sagrato del Santuario, e la sintetizza in una frase dialettale: "Tuttu incigna cu na sarmenta te igne ca ddentane sarcine…". A cambiare le proporzioni è stato un fatto domestico: l'avvento dei riscaldamenti ha liberato la materia prima contadina, che prima finiva nei camini, permettendo lo spostamento logistico nella piazza e la crescita monumentale del bene.
Il nome dice che il rito non è solo di qui. Fòcara è un termine dialettale salentino, e di altri dialetti meridionali, che indica un falò, generalmente in onore di Sant'Antonio e San Ciro: i falò originali sono costruiti a Novoli e a Grottaglie, in provincia di Taranto, mentre in tutto il Salento si accendono cumuli di fascine agli incroci delle strade, e attorno a quelle pire si trattengono le famiglie che le hanno costruite. Più indietro ancora si arriva ai culti pagani legati al sole, che in età romana culminavano con le Ferie sementine, celebrate a metà gennaio con grandi falò e sacrifici di maiali alla dea Cerere, protettrice del grano e delle messi; il culto del santo orientale si consolida nella comunità intorno all'Anno Mille, e diventa ufficiale il 28 gennaio 1664, quando il vescovo dell'epoca, Luigi Pappacoda, concede l'assenso canonico alla supplica dell'Università e del clero e dichiara Sant'Antonio Abate protettore di Novoli. Del falò, invece, il documento più antico è recente: la prima fòcara è attestata nel 1905, quando una nevicata abbondante imbiancò il falò alla vigilia della festa, seguita da altre testimonianze nel 1912, nel 1926, nel 1928 e nel 1938.
Sant'Antonio Abate, detto anche Sant'Antonio del Fuoco, era un eremita di origine egiziana, ritenuto il fondatore del monachesimo e vissuto per oltre cento anni, dal 251 al 357 d.C.: nel santuario a lui dedicato a Novoli è custodita anche una reliquia del suo braccio, giunta dalla cattedrale di Tricarico.
Oggi quel cumulo di sarmenti è un bene riconosciuto. La Fòcara, la più grande pira di fascine di vite del Mediterraneo, con oltre trecento anni di storia, è stata inserita fra i beni della cultura immateriale della Regione Puglia, e aspira a entrare nell'elenco del "Patrimonio dei beni della cultura popolare italiana" e nella catalogazione ministeriale per la lista Unesco del "Patrimonio intangibile dell'umanità, da valorizzare e tutelare". A tenere insieme il cantiere, i numeri e la candidatura resta però una frase sola, che a Novoli si ripete come una premessa: la Fòcara esiste perché esiste Sant'Antonio.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Novoli per la Fòcara non è complicato. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Novoli a un passo dal centro, 700 metri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Surbo, e da lì restano 7,9 chilometri e 12 minuti.
Da vedere qui intorno
Da queste parti si festeggia anche cosi'.
- Sant'Antonio Abate a Novoli — gennaio
- Sant'Ippazio a Tiggiano — gennaio
- Madonna del Rosario ad Ortelle — ottobre