La Ndenna a Castelsaraceno 2027 - L'anello di ferro che tiene sposati i due alberi fino a ottobre
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: festivalinitalia.it, letta il 03/09/2026.
La Ndenna si celebra a Castelsaraceno, comune del Parco Nazionale del Pollino in provincia di Potenza, in Basilicata, la terza domenica di giugno. I due alberi vengono uniti con un anello di ferro e innalzati al centro della piazza di Sant'Antonio, dove resteranno per tutta l'estate, fino al mese di ottobre: la chioma del pino è collocata sull'estremità superiore del faggio per mezzo di leve di ferro strette da bulloni, in un rituale che "allude chiaramente ad un simbolismo sessuale quando l'elemento maschile — la 'Ndenna — viene saldamente fissato a quello femminile — la Cunocchia". Il rito è documentato in almeno otto comuni lucani, e a Castelsaraceno si celebra fianco a fianco con la festa patronale di Sant'Antonio da Padova, che cade il 19 giugno.
Gli sposi vengono da due montagne diverse: la 'Ndenna è un grande faggio scelto nel Bosco Favino ai piedi del Monte Alpi, la Cunocchia un giovane pino proveniente dal Monte Armizzone. Il borgo sta in mezzo a due aree protette, il Pollino e l'Appennino Lucano Val d'Agri-Lagonegrese, e per tre domeniche di fila si svuota: uomini, donne, anziani e bambini abbandonano le case, salgono nei boschi, scendono in piazza.
Che cosa ci hanno letto Frazer ed Eliade
Il rito è difficile da datare, ma non è mai stato senza spiegazioni. Gli antropologi che hanno studiato i riti lucani — da James George Frazer a Mircea Eliade, insieme a Wilhelm Mannhardt e allo studioso locale Giovanni Battista Bronzini — concordano nel collocarli in un sistema di credenze precristiane legate al ciclo della vegetazione, al culto della fertilità e al principio dello spirito fecondatore della natura, fra magia e fede.
Frazer, nel suo Il ramo d'oro del 1890, aveva descritto il meccanismo: in molte culture europee il rituale dell'innalzamento dell'albero nel centro del villaggio serviva a portare nella comunità lo spirito della vegetazione risvegliatosi in primavera, e abbattere l'albero nel bosco per trasportarlo fino alla piazza era un modo per convogliare quella forza generatrice verso le case, i campi e il bestiame. Detto in termini locali, la celebrazione era il momento propiziatorio con cui la popolazione dava il benvenuto all'estate, per ottenere fecondità e fertilità nelle attività agricole e pastorali di un tempo.
Quanto alle origini, le radici stanno in un substrato di culti arborei diffusi in tutta Europa, dall'India alla Scandinavia, dalla Britannia all'arco appenninico. In Basilicata le testimonianze documentabili più antiche risalgono all'arrivo dei Longobardi nell'area di Accettura, intorno al 700 d.C.: quel popolo d'origine scandinava portò con sé pratiche rituali arboree che probabilmente si innestarono in un terreno già fertile di altre celebrazioni, come la venerazione della Grande Dea — la terra, la madre — delle Veneri paleolitiche. Con il Cristianesimo il rito non scomparve ma si adattò: negli otto comuni lucani dei riti arborei il protagonista religioso divenne il santo patrono locale, a Castelsaraceno Sant'Antonio da Padova, la cui processione si svolge ancora oggi fianco a fianco con il trasporto degli alberi.
Un nodo in una rete di riti arborei lucani
Castelsaraceno non è un'eccezione ma un nodo di una rete: gli stessi culti arborei si celebrano ad Accettura, Castelmezzano e Pietrapertosa, nel Parco Regionale di Gallipoli Cognato Piccole Dolomiti Lucane, e a Rotonda, Terranova del Pollino e Viggianello, nel Parco Nazionale del Pollino; altri elenchi aggiungono Garaguso e Gorgoglione, dove si usano il cerro e l'agrifoglio invece del faggio. Sono feste antichissime «ma quasi del tutto sconosciute e ignorate anche nei paesi limitrofi».
Proffiche, pannodde, paricchi: chi fa cosa
Il rito ha un vocabolario che è anche un organigramma. Le proffiche sono i faggi più piccoli, abbattuti insieme alla 'Ndenna, che serviranno come leve nella fase finale dell'innalzamento, e a trasportarli sono i paricchi, cioè le coppie di buoi. Le pannodde sono grossi bastoni usati come appoggio e come leva, con cui il tronco sfrondato viene trascinato a forza di braccia fino alla strada.
Poi c'è il ruolo che non si sceglie: viene sorteggiato il bovaro che guiderà la coppia di buoi nel trasporto trionfale verso il paese, un incarico sentito dalla comunità e carico di prestigio. Il tragitto è misto: i trattori portano la 'Ndenna fino alle porte del paese, dove sono i buoi a prenderla in consegna per condurla in corteo fino alla piazzetta di Sant'Antonio, fra canti tradizionali e l'entusiasmo della folla.
Per la sposa le regole cambiano. A differenza della 'Ndenna, la Cunocchia non viene affidata ai buoi: viene portata a spalla dai giovani del paese, dopo essere stata pulita e accuratamente legata dagli anziani, che proteggono ogni ramo per il trasporto. Il perché sta in un precetto orale, uno dei più ripetuti dagli anziani ai più giovani: "la sposa deve arrivare intatta al cospetto del suo sposo".
Le tacche, la scalata, e l'albero che resta
Sull'albero, prima che venga tirato su, si appende il premio. Ai rami della Cunocchia vengono legate le tacche, cartellini di legno associati a premi; e le stesse listarelle hanno anche una seconda funzione, perché sono i tacchetti su cui i fedeli del Santo scrivono le proprie offerte, quasi sempre rappresentate dai prodotti dei campi o degli allevamenti della zona.
L'unione vera e propria avviene all'alba della terza domenica, alla presenza di un piccolo gruppo di cittadini mattinieri, quasi a simboleggiare l'intimità dell'unione. Il pomeriggio, dopo la processione, è il momento della forza collettiva: le proffiche vengono disposte a cavalletto, gruppi coordinati di uomini tirano le corde seguendo i comandi degli esperti — una decina di persone fra i più forti del borgo — tra incitamenti, issa, grida e applausi, finché la 'Ndenna non si erge verticale al centro della piazza, come un gigante che osserva tutto il borgo.
Poi tocca ai più audaci: la scalata si fa a mani nude e con scarpe da ginnastica, e solo il primo che riesce a prendere la tacca della Cunocchia in cima conquista tutti i premi. È l'unica gara della giornata, e ha sostituito una pratica più rumorosa che non si usa più: quella degli spari alla cima addobbata di tacche.
La 'Ndenna non viene smontata a festa finita: negli ultimi anni resta ritta nella piazzetta non più solo per una decina di giorni come in passato, ma fino al mese di ottobre, quando, diventata sempre più spoglia, viene abbattuta in occasione della Festa della Montagna. Per un'intera estate il paese continua a vedere in piazza l'albero che è andato a prendere in due boschi diversi, e che ha issato con le corde nel giorno in cui si apre la stagione della raccolta nei campi.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la Ndenna a Castelsaraceno richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Casaletto Spartano - Battaglia, a 49 chilometri da Castelsaraceno, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Sant'Alfonso ha davanti un percorso di 20 chilometri, ventiquattro minuti di guida.
Da vedere qui intorno
Da queste parti si festeggia anche cosi'.
- Sant'Antonio di Padova a Castelsaraceno — giugno
- La Pitu e la Rocca a Rotonda — giugno
- San Vito a Castelgrande — giugno