Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Feste Patronali

Feste Patronali

San Giacomo della Marca a Monteprandone 2026 - La statua portata dal Borgo Storico al Santuario

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
28 novembre 2026
Dove Via Madonna delle Grazie, Monteprandone

Fonte: sangiacomodellamarca.net, letta il 19/09/2026.

La festa di San Giacomo della Marca si celebra il 28 novembre a Monteprandone, in provincia di Ascoli Piceno: è il giorno in cui il santo, nato nel borgo nel 1393, morì a Napoli nel 1476. La statua del Santo viene portata in processione dalla chiesa di San Nicolò, nel Borgo Storico, fino al Santuario di San Giacomo, dove dal 2004 riposa il suo corpo: in testa al corteo va il corpo bandistico, dietro sfilano i gonfaloni dei comuni della Rete delle Città di San Giacomo della Marca. Al termine della Messa solenne il Sindaco offre l'olio per la lampada che arde davanti all'altare del santo.

Il 28 novembre, dal Borgo al Santuario

Prima dell'ingresso in chiesa, la statua del Santo è portata in processione dalla chiesa di San Nicolò, nel Borgo Storico, fino al Santuario di San Giacomo. In testa al corteo va il corpo bandistico «Città di San Benedetto del Tronto»; poi il gonfalone della Regione Marche, quello della provincia di Ascoli Piceno e quelli dei comuni; poi le autorità civili, religiose e militari, i Sindaci o i loro delegati, le Confraternite e una lunga fila di devoti.

I comuni che sfilano coi loro gonfaloni non sono lì per cortesia: fanno parte della «Rete delle Città di San Giacomo della Marca», e ognuno prega per la propria città. La Messa solenne è concelebrata dai frati delle Marche, che hanno in San Giacomo il loro patrono, e dai preti della Vicaria che porta anch'essa il suo nome — quella che comprende le parrocchie di Porto d'Ascoli, Martinsicuro, Colonnella e Monteprandone — ed è animata dalla Corale polifonica San Giacomo della Marca. Le Confraternite ci sono in forze per una ragione precisa: in vita il santo ne fu un instancabile promotore.

Al termine della celebrazione, presso l'altare in cui riposa il corpo, il Sindaco di Monteprandone offre a nome dei cittadini l'olio per la lampada che arde davanti all'altare del santo, e ne chiede la protezione per il nuovo anno; poi i sindaci della Rete proclamano congiuntamente l'atto di affidamento delle Municipalità, invocando la protezione sulla loro attività di governo, e le Confraternite fanno lo stesso. La parte più antica della preghiera che si recita è un inno composto nei primi anni del Cinquecento. E si continua a portare al santo i malati, come lui li accoglieva e benediceva a centinaia durante le sue predicazioni.

Domenico da Monteprandone, poi frate Giacomo

Nacque nel borgo nel 1393 e al Battesimo ricevette il nome di Domenico; Giacomo lo prese dopo. Nel 1416 era nel convento di Santa Maria degli Angeli, presso Assisi, dove da poco i seguaci dell'Osservanza avevano avuto il permesso di stabilirsi; lì venne accolto e, dopo un periodo di noviziato alle Carceri, il 1° agosto entrò nell'Ordine di San Francesco con il nome di frate Giacomo.

Il suo maestro fu Bernardino da Siena, con cui — come lui stesso ricorda più volte — esisteva un rapporto di familiarità e di discepolato: da lui mutuò «le tecniche vocali e gestuali, i contenuti e la struttura del sermo». Il debito lo pagò per tutta la vita. Presente all'Aquila nel 1444 subito dopo la morte di Bernardino, vi tornò per la sepoltura e per tenere il sermone funebre; il 24 maggio 1450 assistette a Roma alla canonizzazione del senese e andò subito dopo all'Aquila a rivestirne il corpo di seta; nel 1454 pose la prima pietra della chiesa destinata a ospitarne le spoglie, e nel 1466 vi tornò per raccogliere i fondi di una costruzione che andava a rilento.

L'inquisitore che rischiò due volte la pelle

Dal 1423 al 1425 predicò a più riprese nella zona di Jesi, dove erano presenti gruppi aderenti alla setta dei fraticelli, e l'11 ottobre 1426 il papa Martino V, lodandolo per aver contribuito a estirpare l'eresia, lo incaricò di predicare contro quella setta in tutto il territorio italiano. In quella missione affiancò il confratello Giovanni da Capestrano, nominato inquisitore nello stesso anno. L'azione dei due dovette risultare subito incisiva: nel 1426 entrambi subirono un attentato da parte di sicari appositamente prezzolati da alcuni aderenti alla setta per un ammontare complessivo di 700 ducati, 500 per Giovanni da Capestrano e 200 per Giacomo. Anni più tardi, durante una predicazione a Rieti, sembra che abbia subito un nuovo attentato da un sicario assoldato dagli eretici — che poi si pentì, e fu assolto da lui stesso a Fabriano.

Il resto della sua carriera di inquisitore si svolse fra la Bosnia, la Dalmazia e l'Ungheria. Fu superiore del convento di Ragusa fra l'ottobre e il novembre del 1432, poi vicario di Bosnia dal 1435 al 1438, dove dovette fare i conti con le resistenze dei francescani locali e del re Tvrtko II; nell'agosto del 1436 il papa lo nominò inquisitore di Austria e Ungheria, con ampi poteri e il permesso di erigere nuovi conventi. Non bastò: incontrò forti resistenze dal clero locale e dovette persino subire una scomunica da parte di Simone, arcidiacono di Bacs. Della sua durezza resta traccia in una bolla di Niccolò V del 26 agosto 1447, che ricorda la sua indignazione di fronte agli indugi del braccio secolare nell'eseguire le condanne. In quegli anni tornò in Occidente due volte: nel 1437 per il capitolo generale dell'ordine a Tolosa e poi a Bologna, dove risiedeva la corte papale, e nel 1438 per il concilio di Ferrara sui rapporti fra le Chiese d'Occidente e d'Oriente, rientrando ogni volta in Ungheria con la garanzia dell'appoggio papale. Il 10 giugno 1441 era stato nominato inquisitore nelle Marche, ufficio che esercitava ancora nel 1449; e a Fabriano, insieme a Giovanni da Capestrano, assistette a un rogo di fraticelli che — secondo la sua stessa testimonianza — ammorbò l'aria della cittadina per tre giorni.

C'è anche l'episodio che lo addolorò di più, e non riguarda gli eretici ma un altro ordine religioso. Nel 1462, predicando a Brescia il giorno di Pasqua, affermò che il sangue sparso dal Cristo non poteva essere oggetto di adorazione (latria) ma tutt'al più di venerazione (hyperdulia), perché nel triduo della Passione era stato separato non solo dal corpo del Cristo ma anche dalla sua divinità. Ne seguì un'accusa di eresia dal domenicano Giacomo Petri, inquisitore di Lombardia, e una polemica fra francescani e domenicani che finì solo quando Pio II, convocato a Roma un dibattito pubblico, impose il silenzio ai sostenitori delle due parti. Da quella disputa viene l'iconografia con cui lo si riconosce: un'ampolla contenente il Sangue del Cristo, dalla quale talora esce un serpentello che allude all'episodio del tentato avvelenamento da parte dei fraticelli.

Paci, statuti e confini rimessi a posto

Dal 1440 fino alla morte predicò quasi solo in Italia, privilegiando le città del Centro — Osimo, Assisi, Fermo, Urbino, Camerino, Todi, Terni, Perugia, Foligno, Ascoli, Recanati, Loreto, L'Aquila, Macerata, Rieti, San Severino Marche, Spoleto — senza trascurare Milano, Brescia, Venezia, Padova, Ferrara e Mantova. In quella veste ebbe un ruolo rilevante nella vita sociale e politica di molte città: fondò confraternite, come quella di San Girolamo a Perugia nel 1445, e promosse la riforma degli statuti a Todi e a Terni nel 1444, a Foligno nel 1445, a Viterbo nel 1451, a San Severino Marche nel 1454, a Fermo nel 1459 e a Padova nel 1460.

Soprattutto, fece il mediatore. Svolse un'azione pacificatrice fra le fazioni di una stessa città — a Rieti nel 1444, a Terni e a Foligno nel 1445, a Recanati nel 1457 e nel 1459 — e fra città diverse, come fra Fermo e Sant'Elpidio nel 1454. Intervenne anche sui confini — fra Foligno e Spoleto nel 1456, e due volte proprio a casa sua: fra Monteprandone e Acquaviva Picena in data non precisata, e fra Monteprandone e San Benedetto del Tronto nel 1463. L'azione più importante fu però la pace tra Ascoli e Fermo del 1446, che nel progetto politico da lui accarezzato doveva preludere a una vera e propria federazione fra le due città, fondata su comuni ideali religiosi.

A questo si aggiunse un compito che gli arrivò dall'alto più volte: predicare a favore della crociata contro i Turchi. Nel 1443 Eugenio IV lo nominò nunzio apostolico insieme al confratello Alberto da Sarteano; nel 1457 fu di nuovo in Ungheria come inquisitore e predicatore della crociata, a sostituire Giovanni da Capestrano morto l'anno prima, accolto a Buda dal re Ladislao V — ma vi restò pochi mesi, costretto a rientrare in Italia da una malattia. Nel 1459 fu invitato da Pio II e dal cardinale Bessarione a predicare per raccogliere fondi da mandare in Peloponneso, e fra il 1463 e il 1464 lo stesso papa lo sollecitò più volte a raccogliere fondi per la crociata a Perugia e nel Ducato di Spoleto. Nelle vicende interne dell'Ordine, dilaniato fra conventuali e osservanti, i suoi interventi — al capitolo generale di Padova del 1443 e alla congregazione di Assisi voluta da Callisto III nel 1455 — si collocarono su una linea di equilibrio e di conciliazione.

Duecento codici per il convento delle Grazie

Il convento di Santa Maria delle Grazie esiste perché lo chiese lui: il 22 agosto 1449 il pontefice Niccolò V autorizzò la comunità di Monteprandone a costruirlo. Ed è lì che Giacomo mise quella che oggi si chiamerebbe la sua opera più fragile: una biblioteca di poco meno di 200 codici, per la quale non risparmiò né forze né denaro, copiandone alcuni di sua mano e facendone cercare o copiare altri, pagandoli anche a caro prezzo.

Si preoccupò anche che non andasse dispersa, e chiese aiuto al papa: nel 1462 Pio II emise una bolla che concedeva il prestito dei manoscritti ai soli frati della provincia marchigiana e minacciava di scomunica chiunque portasse via i libri dalla biblioteca. Non è bastato. Attualmente a Monteprandone restano solo una sessantina di codici; gli altri, in seguito ad alcuni trafugamenti avvenuti nel XVIII e nel XIX secolo, sono dispersi in varie biblioteche.

Un corpo tornato da Napoli dopo secoli

Giacomo morì a Napoli il 28 novembre 1476, ed è per questo che la festa cade in quel giorno. Già allora la devozione creò un problema pratico: a causa dei tanti pellegrini che desideravano rendere omaggio alle sue spoglie mortali, il corpo venne sepolto solo quattordici giorni dopo la morte. Fu beatificato da Urbano VIII nel 1624 e canonizzato da Benedetto XIII nel 1726.

Il corpo, però, restò a Napoli, custodito per secoli presso la chiesa di Santa Maria La Nova. Il ritorno definitivo a Monteprandone è avvenuto nel 2004, coronando un'attesa lunga secoli: oggi il corpo incorrotto si trova sotto l'altare in travertino del santuario, ed è meta di continui pellegrinaggi. Nel museo allestito nel chiostro del convento si conservano il calice, gli abiti, sigilli e manoscritti, un trittico in avorio degli inizi del secolo XV con intarsi in legno e osso della bottega degli Embriachi, una Via Crucis del primo Settecento, oggetti di fabbricazione cinese portati dai missionari francescani agli inizi del Novecento — e il busto reliquiario in legno scolpito, dorato e dipinto, opera di impressionante realismo eseguita a Napoli tra il 1612 e il 1615.

Per antica tradizione San Giacomo viene invocato come protettore dei bambini, e molti dei miracoli da lui compiuti in vita riguardano proprio i fanciulli.

Come arrivare alla festa

La festa di San Giacomo della Marca a Monteprandone si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Monteprandone, a 4,4 chilometri da Monteprandone, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il più comodo è l'automobile: uscendo al casello di San Benedetto del Tronto restano 6 chilometri, che in 8 minuti portano a destinazione.

Da vedere qui intorno

Nello stesso mese, qui intorno, si tengono anche queste.

Da leggere