Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Feste Patronali

Feste Patronali

San Pardo a Larino e la benedizione dei buoi alla fonte

14 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 25 al 27 maggio 2026
Dove Piazza del Duomo, Larino

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: diocesitermolilarino.it, letta il 19/09/2026.

La festa di San Pardo si celebra a Larino, città frentana della provincia di Campobasso, nel Basso Molise, dal 25 al 27 maggio di ogni anno, preceduta il 24 dalla benedizione degli animali alla Fonte di San Pardo. Oltre cento carri di legno, rivestiti dei fiori di carta crespa che le famiglie preparano a partire da febbraio e trainati da buoi, vitelli, mucche o pecore, sfilano per le vie del centro storico portando in processione le statue dei santi: «Gli animali ci aiutano a festeggiare il nostro Santo», dice la comunità. Il 26 maggio si ricorda l'arrivo in città delle spoglie del santo, avvenuto secondo la tradizione nell'842.

Il furto delle reliquie, e un corpo trovato per sbaglio

Il vescovo storico Giovanni Andrea Tria riferisce che, distrutta Larino dagli Agareni — i Saraceni — nell'anno del Signore 842, in tempi in cui la pietà dei fedeli era tutta rivolta alle sacre reliquie e ai corpi dei santi, gli abitanti della città di Lesina, in gran parte cittadini di Lucera, udendo i prodigi e i miracoli che si operavano in Larino per i meriti e l'intercessione dei santi martiri Primiano, Firmiano e Casto, e sapendo che senza contrasto avrebbero potuto involare quei sacri corpi — perché quei pochi larinati rimasti dalla barbarie degli Agareni si ritrovavano dispersi per le campagne —, si condussero là; e come avevano pensato, così appunto riuscì loro, e rubato il corpo di san Primiano e di san Firmiano, come religiosi tesori li trasferirono nella loro città. Appena giunti a Lesina con i sacri depositi, proclamarono i santi Primiano e Firmiano patroni della nascente località lagunare.

Quei larinesi scampati dalla strage sentirono che la più grande sventura era caduta sulla loro città quando trovarono vuoti i venerati sepolcri dei santi martiri, e decisero subito di ricercarli. Partirono alla volta di Lesina, ma inspiegabilmente si diressero verso Lucera e, aggirandosi intorno a essa, raggiunsero il luogo dove era sepolto San Pardo, trovandolo intatto e mancante solo di un pollice.

Considerarono il ritrovamento del corpo come un segno della volontà divina e, rubato un carro agricolo e ornatolo poi con dei fiori, trasportarono le spoglie del santo a Larino, di cui fu proclamato protettore. Fu, secondo la tradizione, il 26 maggio dell'anno 842. Proprio in ricordo di questo trasporto si celebra la solenne manifestazione di fede, seppure modificata più volte nel corso dei secoli. Per lo storico Alberto Magliano l'attuale svolgimento della festa larinese è da datare al 1872: egli afferma che la processione della sera del 25 e quella del mattino del 27 maggio rimontano a quell'anno, mentre lascia supporre che la sfilata del 26 avveniva da tempo immemorabile.

Il bastone piantato in terra

La leggenda narra che, arrivati nei pressi della cittadina, i buoi che trainavano il carro, sfiniti dal viaggio, si fermarono, riottosi a proseguire il loro cammino. Il conduttore, pregando San Pardo affinché lo aiutasse a portare a termine il suo viaggio, fu illuminato dall'idea apparentemente inutile di piantare un bastone in terra; e non appena il conducente ebbe eseguito questa azione, iniziò a sgorgare acqua che permise ai buoi di abbeverarsi e finire il loro viaggio. Tuttora in quel luogo sorge la fonte di San Pardo, a ricordo del leggendario evento.

Da qualche anno a questa parte, il giorno prima della festa vera e propria, si tiene alla fonte la benedizione dei buoi: alle coppie di buoi presenti viene impartita dal parroco della città la benedizione, e in seguito la carovana completa il rituale giro processionale per il centro storico per porgere il saluto al santo presente nella Basilica Cattedrale. La sera c'è la fiaccolata e canto della Carrese dalla Fonte di San Pardo alla Concattedrale.

Al santo si attribuiscono anche due difese della città: al primo attacco degli Ungari, per le preghiere dei larinati sulla tomba di San Pardo, i prigionieri furono liberati e i nemici presi da spavento fuggirono nelle loro regioni di origine, lasciando anche tutto il bottino preso; al secondo, gli Ungari riuscirono a penetrare nella chiesa dedicata a san Pardo, ma vennero accecati.

Un vescovo di cui non si sa quasi niente

Di San Pardo si hanno due biografie: una di autore anonimo del X secolo e l'altra di Radoino, levìta della Chiesa di Larino, scritta tra il XII e il XIII secolo — e potrebbe trattarsi di due «vite» redatte da una sola persona, non prima del X e non oltre gli albori del XIII secolo. Da entrambe le biografie non è possibile conoscere con esattezza alcuni aspetti fondamentali, come il periodo in cui visse e la cattedra episcopale dove svolse la sua azione pastorale.

L'unico dato che emerge con chiarezza da quella di Radoino è il nome del papa dal quale il santo vescovo fu accolto a Roma: si tratta del romano San Cornelio, l'unico finora così chiamato, che governò la Chiesa dal marzo del 251 al giugno del 253, indicato per ben due volte.

Lo storico Francesco Lanzoni, nella sua opera sulle diocesi italiane, trattando di un vescovo dauno di nome Pardo partecipante nell'anno 314 al Concilio di Arles — città della Provenza, sulle rive del Rodano, dove Costantino aveva convocato l'assise per tentare di risolvere la controversia donatista —, non esclude che il San Pardo venerato a Larino possa essere proprio quel Pardus episcopus. Considerato che di un Pardo vescovo dei primi secoli del Cristianesimo ci è stato tramandato finora un solo documento storico, quello in cui il suo nome figura come terzo sottoscrittore degli atti conciliari approvati ad Arles nel 314, è lecito ritenere discretamente fondata l'ipotesi. La comunità che rappresentava sarebbe quella di Salpi, o Salapia, antica città dauna situata nei pressi dell'attuale Trinitapoli; secondo qualche storico potrebbe trattarsi invece di Arpi, altra città dauna un tempo posta nei pressi dell'attuale Foggia.

Della sua persona la tradizione tramanda poco: vescovo di una città del Peloponneso di cui non è rimasto il nome, vecchietto canuto, con una folta barba bianca, al quale mancava un pollice.

I carri a cupola, quelli trionfali e i fiori di carta

Sono oltre cento (in numero comunque variabile) i carri addobbati con fiori e rami d'olivo e trainati da buoi che nei tre giorni dedicati alla festa sfilano per la città, e l'ultimo numero assegnato era il 126 nel 2019. Ciascun carro è contraddistinto da un numero progressivo, attribuitogli a seconda della data di creazione: i numeri più bassi corrispondono a quelli più antichi, quelli più alti sono di origine recente. L'intestazione è solitamente familiare — carri uninominali —, ma a volte può essere anche a società di due o più persone, parenti o amici, e allora si dicono plurinominali.

Le fogge sono due: i carri tradizionali, detti anche a cupola o a capanna, sono i più antichi: presentano la tipica cupola coperta su tutta la superficie da uno strato uniforme di fiori, dotata di tre craste, cioè vasi, disposte in sequenza sulla sommità; ai quattro angoli si trovano quattro strutture in carta crespa a forma di pigna, i pignuol', e anteriormente e posteriormente l'ingresso della cupola è coperto da tendine ricamate, con due bandierine ai due lati. I carri trionfali, più recenti, hanno archi, colonne e cupole geometriche di dimensioni variabili in legno lavorato e assemblati in base alla creatività dell'autore, con l'intento di raffigurare chiese gotiche o romaniche, ornate da tendine ricamate e da un numero di piccole lampadine a fronte di una piccola quantità di fiori.

Il 26 e il 27 sui carri a cupola compare un ramo d'olivo, e a quel ramo si appendono scamorze passite: simbolo di ciò che da sempre ha sostenuto economicamente la città, l'agricoltura, in particolare l'olivicoltura, e l'allevamento di ovini e bovini, e segno beneaugurale per i raccolti e per l'anno che si apre con la renovatio rappresentata dalla festa. Nella celebrazione si notano molti simboli del mese di maggio, e il più eclatante è la presenza dell'«albero di maggio», rappresentato da un grosso ramo di ulivo che, solo per il giorno 26, viene innalzato sui carri arricchito di prodotti caseari.

I carri prevedono un'accurata manutenzione, operata dagli uomini del carro, i quali controllano che sia tutto pronto per la sfilata dei tre giorni, oltre che occuparsi di rinnovare e ingrassare i finimenti, il giogo, le redini e la martellina — il freno —, ma anche di rinnovare le decorazioni presenti sul legno, le scritte, gli eventuali elementi decorativi. Le donne si occupano invece maggiormente degli aspetti decorativi: tendine, teli, le tuagl', decorazioni vegetali, fiocchi, e soprattutto della realizzazione dei fiori di carta crespa, che rappresentano un elemento decorativo cruciale del sistema cerimoniale larinate; a partire dal mese di febbraio si attivano per prepararli, con una lunga lavorazione che si tramanda di anno in anno, di generazione in generazione.

Lo Statuto della festa, la cui prima versione fu stilata nel 1929 e da allora è stata più volte aggiornata, fissa che i carri debbono uscire in processione obbligatoriamente ogni anno, salvo il caso di grave impedimento o lutto familiare, pena l'esclusione dal corteo devozionale: se una famiglia o un carro plurinominale non escono per più di un anno possono essere cancellati dalla loro posizione, e se desiderassero ancora parteciparvi devono accodarsi dietro all'ultimo carro aggiunto.

Anche gli animali si preparano, e l'attività si chiama la doma — che spesso inizia a partire da marzo e dura anche fino a otto settimane, per lo più nei fine settimana, e prevede una serie di passeggiate lungo le aree periurbane, meglio se con piccoli declivi e modificazioni del livello, per consentire agli animali di «fare il fiato», cioè allenarsi allo sforzo del camminare a lungo, e soprattutto apprendere a essere docili e in equilibrio con coloro che li maneggeranno in processione. Sono rispettati e onorati come facenti parte integrante del cerimoniale sacro. I carri che sfilano possono essere trainati da buoi, da vitelli, da mucche o da pecore, o essere molto piccoli, trascinati a mano dai bambini.

Le tre giornate, dal cimitero alla scampagnata

La festa del patrono si svolge il 25, il 26 e il 27 maggio, con l'aggiunta della benedizione degli animali del 24. Il 25 le statue dei santi del paese vengono portate in Cattedrale per «far compagnia» a San Pardo, sistemate lungo le due navate laterali.

Nel pomeriggio del 25, i carri — a partire da quello col numero più alto, e dunque il più recente in ordine di costituzione — si avviano in processione dal centro storico medievale verso la parte alta dell'antico capoluogo frentano, Piano San Leonardo: il sito dove, sotto Diocleziano, furono martirizzati i tre larinati Primiano, Firmiano e Casto, e dove sui resti di una basilica paleocristiana sorge la chiesa dedicata al primo dei tre. Là, nella cappella, si trova la statua di San Primiano che viene prelevata, a opera di un gruppo abbastanza ristretto di persone e di carri — solo i primi dieci — accolti nella piazzetta antistante il cimitero al lume delle fiaccole, in una cerimonia molto intima e partecipata; poi la statua viene collocata sul carro numero 1, il più antico, che chiude il corteo.

I carri, in una fantasmagoria di luci alimentate da piccole lampade multicolori situate a centinaia su ognuno di essi, e dalle migliaia di fiaccole poste ai due lati dell'interminabile corteo, ritornano nella Piazza del Duomo, passando per le strette viuzze del borgo antico; il corteo è accompagnato dal canto dell'Inno di San Primiano e da quello della Laudata di San Pardo, oltre che dal continuo scampanio delle campane della Cattedrale e dal suono dei campanacci appesi al collo dei bovini. Il parroco della Cattedrale attende i carri dinanzi al sagrato e li annuncia, uno a uno.

Il giorno seguente è quello più importante, perché ricorda l'arrivo in città delle spoglie mortali di San Pardo. I carri vengono allineati dinanzi al Duomo e, dopo la benedizione, ha inizio la solenne processione per tutto l'abitato: la sfilata si snoda da un capo all'altro del quartiere medievale, percorrendone le vie tortuose, a tratti incrociandosi in un doppio senso di marcia, e dura oltre tre ore. Nel frattempo i santi vengono portati a spalla in coda al cordone dei carri, e l'ultimo dei santi a sfilare è proprio San Pardo, quasi a cedere il passo in segno di cordialità. Sui balconi del borgo non è insolito notare lenzuola tradizionali e stendardi raffiguranti San Pardo, e al passaggio del patrono vengono in alcuni casi gettati petali di rose sul busto e sull'urna che contiene le reliquie.

La fase conclusiva del 27 consiste nel riaccompagnare il simulacro di San Primiano nella sua abituale dimora: i carri partono dal centro storico a metà giornata, e su quello numero 1 viaggia stavolta San Pardo, mentre tutti gli altri lo precedono e la gente canta l'inno a lui dedicato. Una volta lasciato il compatrono, le famiglie fanno una sosta durante la quale si consuma un pasto all'aperto da tutti definito «scampagnata», caratterizzato da grande convivialità, abbondanza di piatti e bevande, canti e un clima di grande entusiasmo. Poi i carri ripartono alla volta del centro storico, per riportare il busto di San Pardo in centro, dove riaccompagnerà tutti i santi nelle proprie chiese per poi rientrare esso stesso in Cattedrale, in mezzo a una grande folla riunita in chiesa e sul sagrato.

A tavola non ci sono veri e propri piatti tipici, ma ci sono le abitudini: il 25 molti mantengono la tradizione di cucinare seppie e piselli, per rispettare il pasto «di magro» in onore del patrono; il 26, in alcune case, una serie cospicua e ridondante di antipasti di salumi e formaggi, la pasta al forno cucinata secondo tradizione e abbondanti quantità di carni; e molti mantengono l'usanza della colazione del 26 molto presto al mattino, prima che i carri si riuniscano verso la piazza, una colazione salata che ricorda quella che si consumava un tempo da parte di carrieri e bovari per sostenere l'impegno della processione fino al rientro a casa. Durante il percorso si consumano panini farciti con salumi e frittate, solitamente di cipolle.

La Carrese, che un tempo era una corsa

«Carrese» è un termine che rinvia all'antica pratica di corsa dei carri che decideva l'ordine con cui gli stessi avrebbero poi sfilato nel giorno della festa, portando in processione l'icona del santo patrono e dei santi compatroni. Un documento del vescovo Tria di Larino attesta che la processione dei carri fino al XVIII secolo era in realtà una gara di velocità tra i buoi, come tuttora accade nella vicina San Martino in Pensilis, con la quale veniva tramandato il ricordo della precipitosa fuga dei larinesi.

Carrese è anche il canto: una forma di canto monodico di tradizione orale, definita anche con i termini di «Laudata» e «Carrera», di profondo contenuto teologico, dedicata a Dio, alla Madonna, a San Pardo e ai santi compatroni Primiano, Firmiano e Casto, e ad altri santi venerati come patroni in vari centri del Basso Molise. Un tempo, sotto le case dei parenti e degli amici, i cantori larinesi intonavano «Tocca, carriere mije, su carre d'ammore»; nella processione del 26 il canto dice «mò che u hiore cade e spunta u frutte, / caudamme nuje Maria, madre di tutte…».

Lo praticano ormai in pochi, e viene insegnato da alcuni rari maestri riconosciuti dalla popolazione locale come detentori di questo sapere, che si fanno accompagnare lungo il percorso processionale da giovani e bambini, mostrando loro posture, intonazioni e durate di tenuta del suono ritenute tipiche e corrette: a suo modo è anch'esso competitivo, per tenuta della nota, potenza dell'emissione e purezza del suono.

Un dato notevole del cerimoniale è lo spazio sonoro articolato che accompagna l'intero ciclo festivo: primo fra tutti il canto della tradizionale Laudata, poi gli spari e i fuochi d'artificio del 26 maggio, e infine il «regime campanario», cioè l'insieme dei suoni provocati sia dai campanacci appesi al collo dei bovini durante le processioni, sia dalle campane della Cattedrale, che suonano quasi ininterrottamente per lunghe fasi del percorso processionale del 26 e nei vari rientri delle processioni del 25 e del 27.

C'è poi un secondo appuntamento: il 17 ottobre ricorre la morte del santo patrono, commemorata dai larinesi con una settimana di preghiera e con la processione per le vie del centro storico: è il «San Parde de vellegne», San Pardo di vendemmia, un secondo rito propiziatorio dopo quello primaverile, perché la raccolta di uva e olive vada a buon fine.

«Come auann' cuescì l'ann che vè» — come quest'anno così l'anno che viene — usano dirsi in forma di saluto, i carrieri, tra di loro al termine della tre giorni processionale.

Come arrivare alla festa

Partecipare alla festa a Larino è davvero semplice. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Larino si trova a 2,3 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Rotello - Santa Croce di Magliano dista 6,4 chilometri, cioè 11 minuti di strada.

Feste vicine, in altri paesi

Altre feste della provincia di Campobasso.

Da leggere