San Sebastiano di Roma ad Arbus e il ramo d'arancio sul falò 2027
La festa di San Sebastiano Martire, patrono della parrocchia e della cittadina di Arbus, nella provincia di Sud Sardegna, si tiene nei giorni della sua ricorrenza, fissata il 20 gennaio. Il paese si anima dal giorno prima, quando al tramonto vengono accesi i falò rionali, tradizionalmente sormontati da un grosso ramo d'arancio. Il 20 si svolge una lunga processione per le vie del paese, accompagnata dalla Banda musicale Ennio Porrino, e al termine della messa si benedicono e si distribuiscono le arance.
Un ramo d'arancio in cima al falò
La festa del patrono di Arbus è ricordata soprattutto per l'accensione dei grandi falò rionali, che si accendono al tramonto del giorno prima della ricorrenza.
Anticamente, nei vari rioni, già diversi giorni prima del 20 gennaio adulti e ragazzi si davano un gran daffare per procurare la legna. Era una vera e propria sfida fra rioni a chi realizzava il falò più grande, tradizionalmente sormontato da un grosso ramo d'arancio.
Oggi la scala è cambiata: si è passati da un numero importante di fuochi, uno per rione, a uno o due falò accesi la sera del 19 in memoria del santo. L'accensione e la benedizione del falò avvengono dopo il rintocco dell'Ave Maria, nell'area davanti all'anfiteatro comunale. A tenere viva la tradizione sono soprattutto comitati costituiti per l'occasione, e in particolare le persone dei comitati della festa della Madonna d'Itria e di Sant'Antonio, già impegnate nell'attività pastorale della parrocchia, che hanno voluto mettersi a disposizione anche per il patrono.
Le arance benedette alla fine della messa
Il 20 gennaio si svolge una lunga processione per le vie del paese, accompagnata dalla Banda musicale Ennio Porrino e dai gruppi parrocchiali; al rientro viene celebrata la Santa Messa con il panegirico del Santo. E al termine della celebrazione eucaristica si benedicono e si distribuiscono le arance.
Alla festa partecipano i gruppi folk, le launeddas, la confraternita Nostra Signora d'Itria, i gruppi delle prioresse, l'Azione Cattolica e i gruppi parrocchiali; la liturgia è animata dal coro parrocchiale «San Sebastiano», e la benedizione delle arance è accompagnata dal canto de «Is Goccius». Attorno al fuoco, la sera prima, c'è la «paninata» con intrattenimento musicale.
Il fuoco che si usava contro la peste
L'origine del falò è sempre stata legata a un culto pagano poi cristianizzato, e la Chiesa ha valutato e proposto il falò come momento di preghiera e di incontro all'interno della comunità. Il fuoco purifica, risana, riscalda — e c'è un motivo in più, molto concreto: anche la peste, nei secoli passati, si combatteva generalmente con l'uso del fuoco.
San Sebastiano è stato sempre invocato, insieme a san Rocco, come protettore contro la peste e tutte le malattie contagiose. Nel corso degli anni i programmi dei festeggiamenti di Arbus sono stati arricchiti con eventi di rito pagano ad accompagnare le celebrazioni religiose.
Dal 1591 la chiesa del patrono
La Chiesa di San Sebastiano Martire è uno dei principali monumenti storici della zona. Le prime notizie documentate risalgono al 1591, sebbene il luogo di culto vanti origini ancora più antiche; l'edificio come si vede oggi risale al XVII secolo, ed è stato oggetto di un intervento di restauro architettonico. La comunità di Arbus è consapevole del valore spirituale, storico e identitario di questa chiesa.
Nei giorni che precedono la solennità è previsto un triduo di preparazione, con recita del rosario e vespri; durante la festa la chiesa viene decorata con fiori e luminarie.
Il tribuno della prima coorte pretoria
Sant'Ambrogio lo dice originario di Milano, giunto a Roma «come ospite straniero» al tempo in cui infuriavano violente persecuzioni; la tradizione agiografica lo dà oriundo di Narbona, nato nel 256 ed educato a Milano. Da lì in poi la storia è una sola: divenne alto ufficiale dell'esercito imperiale e tribuno della prima coorte pretoria, il corpo responsabile della sicurezza dell'imperatore, e approfittò della propria carica per sostenere i cristiani incarcerati, provvedere alla sepoltura dei martiri e diffondere il cristianesimo fra i funzionari e i militari di corte.
La Passio racconta l'episodio che lo tradì. Mentre convinceva due giovani cristiani, Marco e Marcelliano, a non abiurare, il viso del tribuno fu irradiato da una luce miracolosa; fra i presenti c'era Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, muta da sei anni, che si prostrò ai suoi piedi — e Sebastiano, invocando la grazia divina, le pose le mani sulle labbra e le ridonò la voce. Il prodigio portò alla conversione di un numero notevole di presenti, fra cui il prefetto Cromazio, che rinunciò alla propria carica.
Condannato da Diocleziano, fu legato a un palo sul colle Palatino, denudato e trafitto da così tante frecce in ogni parte del corpo da sembrare un istrice. I soldati lo credettero morto e lo abbandonarono, ma Irene di Roma, andata a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, si accorse che era ancora vivo e lo curò nella propria dimora. Guarito, invece di fuggire dalla città andò a rimproverare l'imperatore per le persecuzioni: fu allora flagellato a morte nell'ippodromo del Palatino e il corpo gettato nella Cloaca Massima. Nella corsa verso il Tevere si impigliò nei pressi della chiesa di San Giorgio al Velabro, dove fu raccolto dalla matrona Lucina che lo portò a seppellire nelle catacombe della via Appia.
Le informazioni e le leggende sulla sua vita sono narrate nella Passio Sancti Sebastiani, opera di Arnobio il Giovane, monaco del V secolo, e poi nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine; secondo quel racconto, ad affrontare Diocleziano e il suo associato Massimiano, Sebastiano arrivò mentre i due presiedevano alle funzioni nel tempio eretto da Eliogabalo in onore del Sole Invitto.
Il dato storico certo è uno solo, e basta a testimoniare l'antichità del culto: il nome di Sebastiano compare nella Depositio martyrum, il più antico calendario della Chiesa di Roma, che risale al 354.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la festa ad Arbus richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di San Gavino, a 20 chilometri da Arbus, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Sardara - Pabillonis ha davanti un percorso di 22 chilometri che in 25 minuti porta a destinazione.
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