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U 'mmitu e San Giuseppe a Orsomarso 2027 - Un cucchiaio per pietanza e la mano baciata ai Santi

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
19 marzo 2027

Ricorrenza a data fissa.

U 'mmitu e San Giuseppe si tiene il 19 marzo di ogni anno a Orsomarso, in provincia di Cosenza, nell'Alto Tirreno cosentino. In una casa del paese la padrona, che qui si chiama la devota, apparecchia per i «Santi» — ospiti scelti che rappresentano i dodici apostoli, con «San Giuseppe» a capotavola —, si inginocchia davanti a ciascuno e gli bacia la mano; gli ospiti, in assoluto silenzio, assaggiano un cucchiaio di ogni piatto e portano via il resto, che sarà distribuito a parenti, vicini e malati. La sera prima si accende il Pajiaro, il grande falò della vigilia.

Il banchetto in cui non si parla

I «Santi» sono ospiti scelti che partecipano al banchetto: rappresentano i dodici apostoli, con «San Giuseppe» a capotavola. In assoluto silenzio, assaggiano un cucchiaio di ogni piatto che viene loro servito.

Il silenzio durante il pasto è un segno di rispetto per San Giuseppe, il patrono della festa. A ogni ospite è concesso solo un assaggio di ogni piatto, a ricordo delle origini della festa come pasto per i bisognosi.

La devota in ginocchio

Chi comanda la scena è la padrona di casa, che qui si chiama la devota. Si inginocchia davanti a ogni ospite, baciandogli la mano in un gesto di riverenza e ospitalità. Poi toglie il pane dalla tavola, e solo allora il banchetto comincia.

I Santi li sceglie lei: di solito familiari e persone care, generalmente poveri, ed è sempre lei ad attribuire a ciascuno il nome di un santo o di un apostolo in relazione al voto fatto. Erano otto se era la prima volta che la persona devota faceva «u mmitu», altrimenti andava apparecchiato per tredici (dodici più uno). Il santo generalmente non può rifiutare l'invito perché è peccato ed è malaugurio — «anzi, il santo prescelto era molto contento perché poteva farsi una bella mangiata».

L'ordine delle portate

La mattina del 19, le persone prescelte per impersonare i Santi prendono posto a tavola. Al centro della tavola sta un quadro con l'immagine di San Giuseppe. Si recitano insieme le preghiere e la litania, e se la padrona di casa non sapeva leggere incaricava un Santo di leggerla al posto suo, e in genere era un ragazzo che impersonava Gesù.

Poi si va per ordine: prima l'insalata, seguita dai tagliolini, dal riso, dall'uspri — così si chiamano in dialetto i legumi cucinati — dal baccalà da accompagnare con la crespella, dalla minestra di verdura, e alla fine ritornava il pane, con le noci e una treccia di fichi secchi. Nel piatto viene versata l'intera portata, ma se ne assaggia un cucchiaio solo: il resto viene messo nei contenitori che ognuno si era portato da casa.

Il pane che si porta ai malati

Alla fine il pane torna sul tavolo, si recitano di nuovo le litanie, la devota rifà il giro in ginocchio e da ogni panella taglia un pezzetto di pane per la propria famiglia. Poi tutto quello che è rimasto si divide: i Santi lo distribuiscono scegliendo tra parenti, vicini, malati.

Un pezzo di pane viene portato ai bambini piccoli che ritardano a parlare o soffrono di balbuzie. E il pezzettino che la devota si tiene serviva per curare grossi foruncoli e ferite da sassi ai piedi: si applicava sulle ferite dopo che era stato fatto a poltiglia caldo e avvolto in una pezzuola.

Solo quando i Santi hanno lasciato la casa potevano mangiare e bere anche le altre persone presenti, e in alcuni casi si cantava e ballava al suono dell'organetto.

A mezzanotte passa San Giuseppe

Prima di mezzanotte della vigilia doveva essere tutto pronto in tavola, con intorno le pignate e il calderone per cuocere il tagliolino coi fagioli. Poi tutte le persone che abitavano la casa spegnevano le luci e andavano a letto: a mezzanotte passava San Giuseppe per la benedizione.

Si racconta che il contenuto delle pignate non finiva mai, più si distribuiva e più ne avanzava.

Un anno di preparativi

La programmazione parte già dall'estate precedente con l'essiccazione di fichi, zucchine e peperoni al caldo sole estivo, prosegue con la raccolta nei campi della cicoria e del finocchio selvatico e negli orti della scarola e degli «spicatiddi ri cavuli».

I legumi, eccetto le lenticchie, dovevano stare in ammollo per 24 ore, e la quantità di ogni alimento doveva essere di almeno un chilo e mezzo. Si cuoceva in pignate o «tijeddi» in coccio, lentamente, in un grande focolare, mettendo della brace vicino per uniformare la cottura. La savuza vuole le zucchine secche tagliate a tocchetti, lessate e poi fritte con aglio, pepe rosso e menta fresca, e una volta fritte si irroravano di aceto; le crespelle hanno lo stesso impasto del pane ma un po' più morbido e con lievito madre, fritte facendo dei torciglioni. Ogni pagnotta doveva pesare circa un chilo. Oggi qualcosa è cambiato: le pentole sono in alluminio anziché in rame e il cibo viene cotto su fornelli a gas anziché su fuochi aperti.

Il Pajiaro e i pensieri bruciati

La sera prima il paese accende il fuoco: il Pajiaro, un grande falò acceso alla vigilia del giorno di San Giuseppe, che è il simbolo del sole e dell'immortalità. L'intera comunità, dai più giovani ai più anziani, partecipa alla preparazione, e la tradizione del falò, visto come fonte di calore capace di illuminare e purificare, aveva lo scopo di richiamare il sole allontanando i fattori negativi dell'inverno. Si tratta di un rito antichissimo, in uso già in epoca pre-cristiana: un «rito di passaggio» che segnava il nuovo inizio dopo la stagione invernale, e il 19 marzo nei tempi antichi era legato alla vigilia dell'equinozio di primavera, ricordato in epoca greca e poi romana con riti volti alla propiziazione della fertilità e alla purificazione agraria; si accendevano falò in cui si bruciavano i residui del raccolto dell'anno precedente. Il cristianesimo si è poi inserito nel solco della tradizione, innestandovi le festività del calendario liturgico.

Gli studenti sono incoraggiati a depositare nel falò riflessioni scritte su temi come la guerra, la violenza, l'odio e l'immigrazione.

Da dove viene l'invito

«U mmito», nel dialetto locale, significa «invito». Le sue radici risalgono all'epoca medievale, quando i signori governavano la terra e i servi della gleba lavoravano sotto il loro comando: una volta all'anno, durante la festa di San Giuseppe, questi signori offrivano un pasto caldo e nutriente ai loro sudditi. Oggi la devota può invitare chi vuole a prescindere dallo stato di bisogno, ed è quello che qui si chiama «mmitu apirtu». In provincia di Cosenza «u mmitu» si fa anche a Santa Domenica, San Donato di Ninea, Sangineto, Bonifati, Longobucco e Verbicaro.

Il santo si festeggia il 19 marzo, ed è il protettore dei poveri e degli abbandonati, della sacra famiglia, del lavoro manuale e dei falegnami — protettore dei poveri perché a Giuseppe e Maria fu negato un riparo per il parto. Del culto restano due statue: quella che si conserva nella parrocchiale di San Giovanni Battista, risalente al XVI secolo, e quella custodita nel cappellone che fu edificato nella prima metà dell'Ottocento nel lato sinistro della chiesa del SS. Salvatore. E resta un'abitudine che viene dalle confraternite, le cui risorse provenivano unicamente dalle elemosine e dalle questue: ancora oggi si gira per il paese a chiedere offerte in denaro, di olio e legna per allestire il falò e i «mmiti».

Come arrivare alla festa

Arrivare a Orsomarso per u 'mmitu e San Giuseppe chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Marcellina-Verbicaro-Orsomarso, a 12 chilometri da Orsomarso, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Orsomarso - Mormanno ha davanti un percorso di 13 chilometri che in 15 minuti porta a destinazione.

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