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I Vattienti a Nocera Terinese 2027 - I tredici pezzi di vetro del cardo e il vino sulle ferite

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
nei due giorni prima della Santa Pasqua

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: calabriadirettanews.com, letta il 19/09/2026.

A Nocera Terinese, comune tirrenico del Catanzarese, il Venerdì e il Sabato Santo sono i giorni più importanti dell'anno. È allora che si rinnova il rito dei Vattienti: i fedeli che si auto-flagellano in attesa di una grazia o per riconoscenza alla misericordia divina.

Il rito si svolge la mattina del Sabato Santo, ma un primo momento è già la notte del Venerdì, quando i primi escono per strada. E si consuma dentro una processione: quella della Madonna Addolorata, una pietà lignea di scuola napoletana della fine del Cinquecento, che raffigura il Cristo Morto deposto dalla Croce sulle ginocchia della Madonna.

Cinque quintali sulle spalle, per scale e salite

La statua è di legno di pero selvatico e pesa cinque quintali. La portano in spalla i membri della confraternita dei portantini, lungo un percorso che nel centro storico non è affatto semplice: scale e salite molto ripide, che richiedono forza e coordinazione.

Il venerdì sera il giro è più breve: la pietà esce dalla chiesa dell'Annunziata, dove è custodita tutto l'anno, raggiunge la Chiesa di San Giovanni Battista, dove si celebra la messa di Passione, e poi torna indietro. Il sabato la processione percorre le vie principali del paese, e in alcune zone si allestisce il sepolcro dove la Madonna transita.

La rosa e il cardo

Gli strumenti della flagellazione sono due, e il vattiente li prepara e li disinfetta meticolosamente prima di uscire.

La rosa è un piccolo disco di sughero levigato, largo un paio di centimetri: serve a percuotersi per far confluire il sangue nella parte posteriore della gamba, e alla fine per pulirsi. Il cardo è sempre un disco di sughero, ma con una colata di cera in cui sono incastonati tredici pezzi di vetro acuminati, che bucano cosce e polpacci facendo fuoriuscire il sangue.

Quel numero ha una storia sua: «nel tempo troviamo sette pezzi di vetro quante le piaghe di Cristo, poi dodici quanti Gesù e gli Apostoli con esclusione di Giuda, infine tredici quanti Gesù e gli Apostoli compreso Giuda».

Chi cammina accanto al vattiente

Il vattiente non è mai solo, e le due figure che lo accompagnano hanno ciascuna un ruolo preciso.

La prima è l'acciomu — traduzione dialettale della formula latina Ecce Homo, «Ecco l'Uomo», usata da Pilato per indicare ai Giudei il Cristo flagellato. È un giovane, spesso un bambino e spesso un familiare: a petto nudo, coperto fino alle caviglie da un panno rosso, cinto anche lui da una spina santa, porta sulle spalle una croce lignea rivestita di panno rosso. Ed è legato al vattiente con una cordicella, segno «della comunanza non solo simbolica con il Cristo della Passione».

La seconda è il portatore di vino, che sta di fianco durante la flagellazione e versa il vino sulle gambe per lavare e sterilizzare le ferite. Il gesto ha una doppia natura: è cura vera, e insieme rappresenta l'aceto dato a Gesù sulla croce.

Il vattiente, dal canto suo, veste una maglia scura e pantaloni corti — per lasciare le gambe scoperte — cammina scalzo e si copre la testa con il mannile, il panno nero che è il copricapo tradizionale delle anziane donne calabresi, tenuto fermo da una corona di spine.

Poco dopo la partenza della processione, i vattienti si ritirano per prepararsi. Prima si battono con la rosa, per aumentare l'afflusso di sangue; poi cominciano con il cardo.

Da lì parte la peregrinazione per le vie del paese, con tappe davanti ai sagrati delle chiese e davanti alle case di parenti e amici, finché non si ricongiungono con la processione della Madonna. Davanti alla statua tutti i vattienti rinnovano il rito, e si inginocchiano.

C'è un gesto antichissimo: con il sangue che esce dalle gambe il vattiente segna le case dei parenti e degli amici, le porte delle chiese e altri edifici, e il petto e le spalle dell'acciomu. Alla fine le ferite si lavano — con il vino durante il rito, e a casa con l'infuso di rosmarino bollito, o di aceto e rosmarino — poi ci si riveste e si torna in processione.

Non è una confraternita

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i Vattienti non formano una confraternita ufficiale: ogni partecipante sceglie liberamente di vivere questo atto di penitenza, ed esce da solo o in piccoli gruppi, di solito familiari. Si scioglie così un voto preso in precedenza, spesso tenuto privato.

Un etnologo dell'Università della Calabria, autore di un saggio sul rito, precisa chi sono: «Appartengono a tutti i ceti sociali: ci sono operai, professionisti, giovani universitari, anche anziani», e lo fanno «per un motivo devozionale; per fare rivivere la memoria degli antenati nel presente o per una ricerca d'identità attraverso le proprie radici».

Anche il modo è cambiato. Un tempo qualcuno si copriva il viso con un velo nero, e la gente non riusciva a riconoscerlo; si usciva in gruppi di due, tre, quattro, seguiti da un solo acciomu. Oggi quasi tutti si battono ognuno per proprio conto, con un proprio acciomu: stare in gruppo faceva perdere concentrazione e freddezza.

Chi lo ha praticato lo racconta senza enfasi: «Perdiamo quasi una sacca di sangue ogni volta, circa 400 ml, non siamo né matti né masochisti. È una cosa che abbiamo nell'anima e che ci avvicina a Gesù Cristo.» E aggiunge un dettaglio che dice molto sull'attesa: «una settimana prima le gambe cominciano ad avere una reazione strana, cominciano a "scricchiolare"».

Il rito, del resto, non comincia il Venerdì Santo. «Ad ogni inizio di marzo, nelle botteghe dei mastri operai c'è gran fermento per preparare gli attrezzi della flagellazione»: chi prepara il cardo, chi la rosa, chi leviga con la raspa.

E c'è una parte che tocca alle donne: preparano i piatti con ceci e lenticchie come segno della vita che germoglia — le odierne «cuzzupe», ancora in uso a Nocera e in molti altri paesi della Calabria.

Da dove viene

Di storicamente accertato si sa poco. Le prime testimonianze scritte del rito risalgono al 1618, «ma ci sono tracce che retrodatano quel rituale a parecchi secoli prima»; e nel 1642, nei documenti del Sinodo di Mileto, compare per la prima volta la parola "Vattienti", però senza alcun riferimento specifico a Nocera.

La pista cristiana passa per la Disciplina: Sant'Antonio da Padova nel 1230 fu il primo sostenitore di quella flagellazione «operata con un piccolo staffile con il quale ci si batteva le spalle»; poi Raniero Fasani, nel 1259 o 1260, dopo diciotto anni di flagellazione solitaria nella sua cella, ebbe delle visioni che lo convinsero a compiere la pratica in pubblico, e fondò la compagnia dei «Disciplinati di Cristo» — da cui i nomi di Flagellanti, Battuti, Battenti, Frustati. I Bianchi percorsero l'Italia nel 1339, e dal 1349 i flagellanti vestivano una tunica con una croce rossa sul petto e sulle spalle. A Nocera sono esistite ben sei Confraternite: di due si conservano gli statuti, che ne accertano la presenza fin dal 1777, e di una — la Confraternita dell'«Annunciata» — sopravvive il testo declamato ancora oggi durante la funzione del «Cireneo».

Ma c'è anche una pista più antica. Nelle religioni primitive la flagellazione era un rito magico «che aveva il fine di ridestare la prosperità negli uomini e anche negli animali». Nel culto di Cibele e Attis i sacerdoti si ferivano a sangue al suono di tamburelli e pifferi, per mostrare il «divino furore» preso al ricordo del dolore di Cibele per la morte di Attis; i Galli si flagellavano le carni con dei cocci, e Catullo ne descrisse il dolore. E i Bellonarii, i sacerdoti di Bellona, si tagliavano le gambe, e quel sangue «veniva raccolto con la palma di una mano e fatto bere per voto agli iniziati» — «come a Nocera, dove i Vattienti nella palma reggono il cardo».

Un rito che non si è lasciato addomesticare

Quello di Nocera Terinese è uno degli ultimi quattro riti di sangue tuttora esistenti nei Paesi del Mediterraneo, e in passato ha conosciuto veti e scontri, soprattutto con la Chiesa e con le autorità laiche locali: una volta intervenne perfino un plotone di celerini per impedire l'uscita dei flagellanti.

Non ha funzionato. «Quando la Chiesa è intervenuta in maniera più pesante, a volte per vietare il rito, i vattienti o uscivano da soli, o l'anno successivo aumentavano di numero»: segno, spiega lo studioso, che la comunità si sente talmente rappresentata da questa manifestazione che «ogni tentativo di condizionarlo o di addomesticarlo viene rifiutato».

Il riconoscimento più autorevole, però, è arrivato in televisione, dal cardinale Ersilio Tonini, che dichiarò: «Anche la flagellazione non è autopunizione ma è quasi voler partecipare alla passione del Signore, un desiderio profondo di dire: "Tu hai fatto questo per me, io faccio questo per te".»

Oggi ci sono regole condivise, che i rappresentanti dei cittadini e delle associazioni si impegnano a far rispettare: non più di venti vattienti in contemporanea per singola processione, almeno cinque metri di distanza da ogni altro praticante, strumenti strettamente personali e igienizzati prima e dopo ogni uso, e la diffida a partecipare per chi abbia patologie infettive o contagiose. È vietato anche passare da luoghi pubblici come scuole, caserme, negozi e sedi municipali.

Sul come guardarlo, infine, vale la pena riportare parola per parola come lo dice chi studia questo rito: «Chi viene ad osservare questi riti deve capire che sta osservando qualcosa che ha a che fare con la storia, con il vissuto, con l'anima, con la mentalità e con la religione delle persone. Non sta osservando un fatto esotico, colorato, folcloristico, ma la rappresentazione che i protagonisti del rito danno della loro vita.»

Come arrivare alla festa

I Vattienti a Nocera Terinese si raggiungono con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Nocera Terinese, a 7,2 chilometri da Nocera Terinese, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Falerna ha davanti un percorso di 9,3 chilometri, dodici minuti di guida.

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