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Folklore e Rievocazioni

Canti del Maggio a Grosseto e il tronco d'albero decorato 2027

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
1 maggio 2026
Dove Il Cristo, Morro D'alba

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: quimaremmatoscana.it, letta il 20/09/2026.

I Canti del Maggio si cantano nella Maremma grossetana, in provincia di Grosseto, nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio. Le squadre di maggerini, con i cappelli di paglia addobbati di fiori, si spostano da un podere all'altro e portano canti augurali, stornelli e ottave improvvisate dal poeta del gruppo; l'alberaio regge il Maggio, il tronco d'albero decorato di fiori e nastri, e il corbellaio il corbello di vimini dove si depositano i doni. Il primo documento che li nomina è un registro della Compagnia del Rosario conservato nell'Archivio arcivescovile di Siena, del 1672: «Carità fatta per il Cantar Maggio, lire 9».

La notte fra il 30 aprile e il primo maggio

Nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio, in molte zone della Maremma grossetana, è ancora viva la tradizione del canto cerimoniale di questua, che affonda le proprie radici in antichi riti agrari e di passaggio delle stagioni. I canti del maggio risalgono al Medioevo e, come molte tradizioni popolari, hanno origini pagane: sono un rito legato al culto degli alberi e alla celebrazione della bella stagione, che festeggia l'abbondanza e vuole essere di buon augurio per il raccolto che verrà.

Gruppi di persone — i maggerini, o maggiolini, o maggiaioli — si spostano per le campagne da un podere all'altro, indossando cappelli di paglia addobbati di fiori e cantando. In ogni podere portano canti augurali, stornelli e storie, e in cambio ricevono cibo e vino. I contadini lasciavano, e lasciano ancora, nei loro panieri salumi, bottiglie di vino, formaggio. In passato i gruppi giravano di più per i vari poderi, cercando di non saltarne alcuno, e approdavano nell'aia per cantare l'arrivo della bella stagione, quella del raccolto.

I canti sono prevalentemente in lingua italiana, con più o meno leggere inflessioni dialettali, e hanno un'andatura allegra e gioiosa, perché sono il benvenuto alla bella stagione dopo il lungo inverno. Li accompagnano stornelli, sonetti e tresche suonati con chitarre, violini, strumenti ad ancia e piccole percussioni, che non coprono mai la voce, ora in coro ora sola. I temi sono svariati: la natura, la primavera e le stagioni, Dioniso e l'allegria in sé, e anche un eros velato in serenate dolci e maliziose. Il canto del maggio in Maremma è stato interpretato come l'elemento che univa le famiglie dei contadini, una metafora dell'alleanza e della rete di relazioni in un territorio dall'insediamento sparso: lo scambio di doni — un canto augurale contro beni materiali — e il consumo collettivo di quei doni rinsaldavano i legami della comunità.

Poeta, alberaio e corbellaio: chi compone la squadra

Ogni gruppo ha le sue figure immancabili. C'è il poeta, un improvvisatore che crea stornelli in ottava rima; l'alberaio, che porta un ramo di alloro addobbato, simbolo di abbondanza; il suonatore, solitamente di fisarmonica oppure di chitarra; il corbellaio, che tiene il corbello, il cesto di vimini dove si depositano i doni; e i maggerini, che devono essere almeno quattro. Le squadre variano da cinque o sei persone fino a più di venti, e i componenti sono amici, spesso parenti fra loro; oggi, a differenza del passato, ne fanno parte anche donne e ragazzi. Si costituiscono spontaneamente per l'occasione, e comprendono gruppi familiari, amici, conoscenti, amanti della tradizione.

Si gareggia anche nell'aspetto. Si preparano centinaia di fiori di carta colorata per guarnire cappelli di paglia e bastoni, e il costume si completa con fazzoletti al collo e nastri colorati, tutto all'insegna della praticità che richiede una lunga camminata notturna per le campagne.

In Maremma l'usanza è legata a un'altra pratica radicata: l'improvvisazione in ottava rima. Oltre alle canzoni tradizionali, riproposte ogni anno, il momento più importante delle questue sono le ottave che il poeta canta apposta per gli ospiti, con cui quasi sempre c'è conoscenza diretta.

«A tutti voi lo chiedo il permesso»

Il rito comincia con una richiesta cantata: «A tutti voi lo chiedo il permesso / per me e per i miei compagni tutti quanti… se ci date il permesso come credo / noi vi farem sentire i nostri canti / vi canteremo i maggio e si va via / lasciandovi nel cuore l'allegria.»

Una volta fatti accomodare in cucina o in soggiorno, mentre vengono offerti dolci e vino, i maggerini cantano in coro il Maggio vero e proprio, accompagnati dal fisarmonicista, che in genere è l'unico strumentista del gruppo; si possono aggiungere una o due chitarre, o una seconda fisarmonica, a seconda della disponibilità di musicisti.

Poi si fanno avanti gli specialisti. L'alberaio è l'incaricato di portare il Maggio, il tronco d'albero decorato con fiori e nastri, che è lo stendardo e il simbolo della squadra, e canta la sua ottava: «Or tocca a me che porto l'alberello / è il simbolo di maggio e primavera… e poi di tutto porta l'abbondanza / è vigoroso e pieno di speranza.» Dopo di lui viene il corbellaio, che prende il nome dal grosso cesto di vimini che porta sulle spalle e si occupa della raccolta dei doni lasciati da ogni famiglia: prima esclusivamente alimentari, soprattutto uova, oggi perlopiù in denaro. Con le sue ottave incita gli ospiti a essere prodighi e li ringrazia, magari con qualche battuta di spirito se non è soddisfatto del ricavato: «Di quanto avete dato è sufficiente / che meglio di così un potevi fare.» Chi è meno tagliato per l'improvvisazione ha a memoria un'ottava di baule, da cantare più o meno uguale in ogni casa.

A volte capita che anche il padrone di casa sia abile nell'ottava rima: ne nascono veri e propri contrasti estemporanei che, complice il vino, possono protrarsi per parecchie ottave e ritardare il giro della squadra. Il poeta ringrazia con diverse ottave di saluto, e la squadra riparte verso la casa successiva. Il giro continua per tutta la notte.

Alla fine si torna in paese, e nelle piazze i festeggiamenti proseguono con nuovi canti e balli, consumando il cibo e il vino ricevuti in dono: è la cena della «ribotta», il momento in cui tutti i maggerini si ritrovano ai lati della stessa tavola per mangiare insieme.

Il registro del 1672 e la Pasqua dei lavoratori

Di questa usanza resta anche una traccia scritta, ed è una riga di contabilità. «Carità fatta per il Cantar Maggio, lire 9»: la frase sta in un registro delle entrate e delle uscite della Compagnia del Rosario, conservato nell'Archivio arcivescovile di Siena, e porta la data del 1672, anno in cui il registro fu istituito per la prima volta. I canti del Maggio fanno parte di una tradizione diffusa in Europa e in tutta Italia, ancora oggi sentita soprattutto in Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte, Liguria, Umbria, Marche e Molise; le canzoni si rimeggiano e si musicano durante il Calendimaggio, sotto le case e per le vie dei paesi, anche nella zona delle Quattro province.

Alcuni testi sono antichissimi: si canta ancora un Maggio risalente al XVII secolo, tramandato a memoria per generazioni con le stesse modalità, e il Maggio di Civitella Marittima, il cui testo risale alla metà del XVIII secolo, ha una modulazione musicale che richiama il canto gregoriano — il gruppo della zona ripropone ogni anno lo stesso brano, tramandato oralmente.

La tradizione è stata così radicata da resistere anche al bando del fascismo. E con la caduta del fascismo, mentre nella società civile il primo maggio si affermava come festa del lavoro, in Maremma questa usanza ha continuato a essere l'anello di congiunzione fra il mondo del lavoro e la tradizione. C'è anche un canto che tiene insieme le due cose: il Maggio di Pietro Gori, il cui titolo originale è «Alba di Maggio», si canta sull'aria del Nabucco di Giuseppe Verdi, il «Và pensiero». Il testo, scritto da Gori, è comparso nei primi anni del Novecento su canzonieri e fogli volanti — il Canzoniere dei ribelli, La Spezia 1908 — e appartiene al patrimonio delle canzoni anarchiche: i temi sono politici e sociali, e vi si parla, forse per la prima volta, del Maggio come «dolce Pasqua dei lavoratori».

Maggio allegro, maggio lirico, maggio serenata

Il modo in cui ciascuna comunità canta il Maggio è sempre diverso, e dipende da una maggiore o minore continuità di tradizione; nella maggioranza dei casi si tratta di recuperi e di re-invenzioni.

Il maggio allegro, composto in terzine, è il più diffuso nel grossetano, ed è quello che più si presta alla continua innovazione tematica: i contenuti spaziano dai temi tradizionali a quelli dell'attualità e della politica. Il maggio lirico, o maggio vecchio, è diffuso nell'area delle Colline Metallifere e si esegue con un rituale in cui grande importanza è data alla poesia estemporanea, sia con il poeta che richiede il «permesso» sia con le figure dell'alberaio e del corbellaio, che intervengono dopo l'esecuzione della melodia cantando alcune ottave cerimoniali; il testo poetico viene riscritto ogni anno da qualche poeta, inserendo accanto ai temi tradizionali anche argomenti di attualità. Il maggio serenata, presente nella Valle dell'Albegna e ripreso saltuariamente da qualche gruppo, è dedicato specificamente alle ragazze, e ha la stessa funzione della serenata fatta dai giovanotti.

L'albero portato dalle selve, e i raduni di oggi

Fra i riti tradizionali c'è quello di piantare l'albero del maggio nelle piazze dei paesi. L'usanza consiste nel piantare un albero simbolico in piazza e vegliarlo nella notte del 30 aprile, ed è ancora viva nel mancianese e in alcuni paesi dell'Amiata. A Santa Fiora, si legge, «vi è l'uso solenne per il primo di Maggio di portar dalle selve circonvicine un albero intiero, e quello di piantare col nome di Maggio entro il paese medesimo con gran festa e grandi acclamazioni».

Le squadre che non piantano l'albero ne portano comunque uno in miniatura: una pianta, di solito alloro, che ha significato augurale e ricorda l'usanza antica. Il ramo si coglie a luna calante, lo addobbano le persone della squadra con fiori di carta e oggetti luccicanti messi a mo' di amuleti, e di ogni albero si lascia un ramoscello in segno di augurio alla famiglia visitata. Nei poderi l'albero era la prima cosa che entrava, la parte augurale che apriva le attività.

Oggi la tradizione si vede anche sul palco. Ci sono le rassegne di Braccagni e di Grancia, nel comune di Grosseto, in cui i gruppi portatori della tradizione rappresentano il loro spettacolo itinerante, e c'è il raduno annuale delle squadre di canti popolari, dove si sono ritrovati i Briganti di Maremma, il Coro degli Etruschi, i Maggerini del gruppo Tradizioni popolari Galli Silvestro di Braccagni, i Bischeri di Padule, i Cantori dei tempi passati, i Carbonai di Maremma, i Cantori di Moscona e i Ribelli Canti. Per le vie di Marina e Principina girano cantando i Menestrulli di Pancole e i Carbonai di Maremma; e i maggiaioli di Montepescali, storicamente, si ritrovavano nell'oliveto di fronte al paese, ai piedi del borgo.

Le maggiolate canore restano le più diffuse nel territorio grossetano e diventano, pur nella naturale trasformazione di significato, un importante riferimento alle radici contadine e operaie di molti abitanti della Maremma. Il Maggio è ancora cantato e apprezzato, e costituisce l'elemento di identificazione di una comunità.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Grosseto per i Canti del Maggio non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Grosseto si trova a 1,5 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Grosseto Est dista 3,6 chilometri, cioè 6 minuti di strada.

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