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Folklore e Rievocazioni

Canto del Maggio a Garfagnana 2027 - Laboratori di canto tradizionale e poesia estemporanea

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 2 agosto 2025 al 20 settembre 2026
Dove Prato Grande di Varliano

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: comune.piazzaalserchio.lu.it, letta il 20/09/2026.

Il Canto del Maggio è il teatro popolare cantato della Garfagnana, in provincia di Lucca, in Toscana, e si rappresenta all'aperto d'estate a Gorfigliano, nel comune di Minucciano. I maggianti entrano in uno spazio circolare, si dispongono ai due lati — da una parte i Buoni, dall'altra i Cattivi — e per due o tre ore cantano storie di cavalieri e di crociate, con la stessa melodia che torna strofa dopo strofa. È il canto a fare la scena.

Il teatro cantato dei maggianti

Il maggio drammatico è teatro popolare cantato all'aperto, con poche concessioni alla scenografia, e nella valle del Serchio ha avuto un ruolo culturale importante. A recitarlo sono attori non professionisti, i maggianti — altrove chiamati maggerini — che interpretano in canto storie epiche tratte dalla Bibbia, dalla mitologia classica e dai poemi cavallereschi: contenuti e forma vengono dalla chanson de geste. Le vicende sono ispirate a fatti veri, come i paladini di Francia o le Crociate, oppure di fantasia; un tempo contadini e pastori vestivano i panni di buoni o cattivi e davano vita a opere come l'Orlando Furioso, la Divina Commedia e i Promessi sposi.

Lo schema del racconto è fisso. Si scontrano le forze del Bene — i Cristiani, i Crociati — e quelle del Male — i Pagani, i Turchi — con l'inevitabile vittoria dei primi; da una parte, in genere a Ovest, si ponevano i Buoni, dall'altra i Cattivi. Dopo che il Paggio, o l'Angelo, aveva riassunto la vicenda, cominciava la rappresentazione: prima cantavano i Cristiani, poi i Turchi, la storia si dipanava fra scontri e duelli, e alla fine i maggianti cantavano una o più strofe di scuse per gli errori compiuti e di ringraziamento per la pazienza avuta dagli spettatori e per le offerte.

Anche il mito cambia forma, passando di bocca in bocca. Nel maggio garfagnino La Guerra di Troia, scritto da Luigi Casotti nel 1986, Achille mantiene i tratti dell'eroe valoroso ma diventa una figura morale, umana e compassionevole, l'ira dell'Iliade si fa sentimento controllato e giustificato dall'offesa, e gli dèi — Teti, Vulcano e Giove — non rappresentano più le forze del destino ma valori morali: la maternità, la solidarietà, la giustizia.

Ottonari, ottave e ariette

La metrica è quella della tradizione orale appenninica, e ogni forma ha il suo compito. Le quartine o quintine di ottonari — la cosiddetta «stanza a maggio» — reggono la maggior parte della narrazione; l'ottava di otto endecasillabi, con rima ABABABCC, serve ai momenti di massima importanza; l'arietta, in quartine di settenari con l'ultimo tronco, ai momenti di maggiore emozione. È una struttura che Boiardo, Ariosto o Tasso non hanno mai adottato, perché è nata direttamente dalla voce, dal fiato e dalla memoria di chi cantava senza leggere. Questa è una festa che si ascolta, e la si trova nel repertorio di folklore e rievocazioni.

La melodia è sempre la stessa per tutte le strofe, e cambia solo nelle ariette, dove diventa più lirica e cantabile; a volte un ritornello, la sonatina, interrompe la strofa dopo i primi due versi. Molto decorata, varia non solo da un villaggio all'altro, ma anche fra un cantante e l'altro, a seconda delle abilità vocali. Ad accompagnare ci sono violini, fisarmoniche e chitarre — in passato soprattutto il violino — con motivi ripetitivi tramandati a orecchio, a tempo di valzer, polka e mazurca. Il pubblico che se ne intende apprezza la bellezza del canto, ma soprattutto la passione con cui il maggiante interpreta il proprio ruolo.

Il maggio garfagnino, in particolare, ha un carattere tutto suo: sobrio, potente, senza costumi di scena appariscenti — i cantori si presentano in abito scuro con la fascia colorata, reggono il libretto fra le mani, e cantano. Altrove il costume è più ricco: generalmente nero e riccamente decorato, con blusa e mantellina, calzoni, elmo — o corona per i re — e stivaletti, spada e scudo su cui spesso è scritto il nome del personaggio; i personaggi femminili portano abiti lunghi di diversi colori, e alla donna guerriera spetta un costume simile a quello maschile, con una gonna cortissima di strisce colorate — e se a interpretarla è un uomo, questo indossa una lunga treccia adorna di nastri colorati.

Lo spazio circolare e le mansions

La rappresentazione è progettata dentro una circonferenza, un principio che il Maggio condivide con il più arcaico teatro medievale europeo. Lo spazio scenico è circolare: quasi sempre una radura in un'area alberata o una piazza del paese — solo in Toscana si usa più modernamente un vero teatro — e il pubblico sta tutt'intorno, come in un anfiteatro naturale.

Ai margini si collocano gli elementi scenici essenziali, le mansions: le tende che raffigurano le dimore dei personaggi principali e, per estensione, il loro regno; la torre o il carcere dove sono trattenuti i prigionieri; la tomba a cui un personaggio si reca per pregare. Dentro lo spazio, l'albero o il cespuglio evocano la foresta, sede elettiva dell'avventura. Le distanze immaginarie non contano: le mansions stanno spesso l'una accanto all'altra, e sono i cartelli appesi sugli elementi scenici a dire che cosa rappresentano. Un ramoscello può rappresentare una foresta, un fazzoletto un fiume impetuoso.

All'inizio gli attori definiscono lo spazio circoscrivendolo con un movimento processionale, in fila due per due, guidati dai suonatori a ritmo dell'orchestrina; poi ognuno prende posto, i musicisti si sistemano ai bordi e dànno la nota al paggio, che apre con il canto monodico. Chi ha descritto uno di questi spiazzi ha annotato tutto: un boschetto di querce e castagni, le panche a salire, i padiglioni per le regge fatti di tubi di ferro ricoperti di drappi verdi, un trespolo a due metri d'altezza fra i rami dove stanno chitarra e violino per gli intermezzi di polke fra una quartina e l'altra, e al centro un piccolo albero fronzuto, simbolo della foresta dentro cui si rifugiano i perseguitati e tramano i malvagi.

La recitazione è «a tutto campo»: l'attore non è obbligato a tener conto del pubblico e imposta la propria azione a 360 gradi. Il tronco resta rigido, quasi costruito in un sol pezzo, e tutta l'arte passa nelle braccia, con un linguaggio gestuale che traduce il vocabolo nel gesto. Anche il combattimento è stilizzato: i contendenti cantano fronteggiandosi a piè fermo, vantando il proprio valore, poi si avvicinano fino allo scontro degli scudi e tornano alle posizioni iniziali — più che un duello, una simbolica danza armata. E chi ha appena rappresentato la propria morte si solleva da terra ed esce di scena senza alcuna preoccupazione di non farsi scorgere; nel suicidio, la spada l'ha conficcata nel terreno a pochi centimetri dal corpo.

Campione, cerimoniere e buffone

In mezzo alla scena c'è un uomo che non porta il costume, e per questo si capisce che non appartiene alla rappresentazione: è il suggeritore, detto anche campionista — perché regge il campione, il testo tradizionalmente manoscritto — o cerimoniere, titolo che evoca il maestro di cerimonie del dramma medievale. Segue i singoli attori sulla scena per rammentare le battute, e spesso è lo stesso autore del testo; quando agisce anche da capomaggio distribuisce le parti, coordina le prove e fa la regia in scena. Il maggiante non impara a memoria la parte: se la fa suggerire dall'invisibile e ubiquo suggeritore, che con cenni e ammicchi avverte gli attori quando è il loro turno.

C'è poi una figura che non tutte le compagnie hanno: il buffone, l'unico personaggio senza parte scritta, che improvvisa le sue battute — spesso su sollecitazione del suggeritore — per animare un punto morto dell'azione o per consentire agli attori un breve riposo, aprendo improvvisi squarci di realismo nel tono eroico del dramma con l'evocazione ironica della fame, del sesso e della paura.

E ci sono i mestieri intorno: gli autori dei testi, i Maggiai, scrivono in italiano aulico; il garzone di scena arriva col corroborante bicchiere di toscano per il maggiante che si è sgolato; e chi ha finito la sua parte si siede fra il pubblico, si cava l'elmo, si asciuga il sudore e, pubblico anche lui, commenta e applaude.

Vent'anni di silenzio e la ripresa

Il nome viene forse dal mese in cui la gente si esibiva sulle aie o su palcoscenici improvvisati, o — più probabilmente — dal fatto che la manifestazione affonda le radici nella celebrazione del ritorno vittorioso della Primavera sull'Inverno, e maggio è il mese in cui quel trionfo è più evidente. Fino a qualche decennio fa le recite si tenevano davvero in maggio, quando lo permettevano i lavori campestri; oggi si canta d'estate.

Poi la tradizione si è fermata. A causa della seconda guerra mondiale e dell'emigrazione di massa degli anni Cinquanta, il maggio non venne cantato per circa una ventina d'anni. Negli anni Settanta fu ripreso con nuovo vigore grazie alle attività del ricercatore professor Gastone Venturelli, con il sostegno della Provincia di Lucca e di un pubblico che nelle domeniche di luglio e agosto si radunava sotto i castagni per sentir cantare le vecchie storie di amori, tradimenti e vendette, e per assistere a duelli e battaglie eseguiti con spade e scudi di legno.

Di quel mondo restano i numeri e i nomi. Si racconta che ogni paese avesse la propria compagnia, il proprio testo prediletto, il proprio modo di canto e uno spazio adatto: l'ombra di un castagneto, l'angolo di un prato, la piazza. A Regnano c'era una delle più grandi compagnie degli anni Sessanta, e lì il maggio si canta da sempre: era raro che in famiglia non ci fosse almeno un maggiante, e la compagnia è rimasta attiva fino a circa trent'anni fa, con almeno una rappresentazione l'anno, per la quale si lavorava tutto l'inverno. In origine uno spettacolo durava fino a quattro ore; oggi i testi sono ridimensionati e non superano le due.

Un esempio di come si tramandano i testi è la Passione di Cristo, un classico dei Maggi: una delle prime versioni a stampa è un libretto pubblicato nel 1867 dalla tipografia Sborgi di Volterra, lungo 273 stanze; la storica compagnia Maggianti di Gorfigliano volle invece adottare il testo di 173 stanze scritto da Giuseppe Coltelli di Vagli, rivisto da Luigi Casotti dal Bozzo in una sintesi di 114 stanze — lo scrisse Gastone Venturelli in un libretto del Centro Tradizioni Popolari della Provincia di Lucca del 1981. Oggi le compagnie dei singoli paesi non esistono più, e per rappresentare la Passione si sono dovuti riunire maggianti da tutta la Garfagnana: Gorfigliano, Verrucolette, Gramolazzo, Vagli, Piazza al Serchio, Regnano, Casatico, Filicaia e Cogna.

La scuola di canto e i giovani

Oggi il canto torna a Gorfigliano, dove agli storici maggianti si affiancano i cantori giunti da diversi paesi del comprensorio garfagnino: gli elmi adornati da drappi colorati, la cura dei costumi e dei mantelli e il carisma di voci ed espressioni restituiscono l'energia di un'arte antica e ancora viva. Accanto al maggio drammatico, il festival porta anche il bruscello comico Sega la Vecchia, una delle più antiche forme di teatro popolare toscano, un rito che mescola farsa, paganesimo e tradizione contadina.

Il lavoro sui giovani ha un nome: la Scuola di Canto del Maggio, «Dire, cantare e danzare nel solco della tradizione». Ci sono laboratori in cui cantori esperti, aspiranti e autori scelgono insieme i testi epici e li adattano alle voci dei partecipanti; c'è l'affiancamento, con giovani attori e attrici che seguono le prove dei maggianti storici e ne assorbono il linguaggio poetico, le strutture narrative e le modalità vocali; c'è lo studio delle strutture orali, della metrica e del contesto rituale, perché una rielaborazione contemporanea non tradisca l'identità del genere. Nei corsi entrano anche l'introduzione alla valenza pedagogica della tradizione, le attività di costruzione del gruppo e un percorso nella poesia estemporanea.

Il resto è conservazione e apertura: le rappresentazioni dal vivo mantengono il carattere rituale, compresa la tradizionale merenda finale, e favoriscono il confronto fra la tradizione garfagnina e quella emiliana; il canto prova a spostarsi dalla piazza al teatro; l'archivio valorizza i materiali storici conservati localmente e presso istituzioni estere, in Australia e alla Columbia University; e si studiano le varianti storiche, come i rari Maggi cantati femminili. Il convegno annuale sul Maggio si tiene a Gramolazzo, con studiosi, esperti e maggianti dalla Toscana e dall'Emilia, il 5 ottobre — il giorno della scomparsa di Venturelli.

Serve, perché il declino è rapido e la tradizione, un tempo centrale nella vita dei paesi della Garfagnana, rischia di finire con l'ultima generazione che la conosce. Chi la porta avanti lo dice con una frase sola: «se avevi una bella voce, il Maggio era un grande onore».

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