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Folklore e Rievocazioni

Canti del Maggio 2027 - i maggianti che girano di casa in casa cantando strofe augurali

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
notte fra il 30 aprile ed il primo Maggio — quest'anno 30 aprile 2026
Dove Spazio Open, Cantieri Culturali alla Zisa, Morro D'alba

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: regioni-italiane.com, letta il 20/09/2026.

I Canti del Maggio sono il rito di questua augurale diffuso tra Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Toscana e Umbria, nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio. I maggianti vanno di casa in casa e cantano strofe benauguranti agli abitanti, in cambio di doni come uova, dolci e vino. Nell'Appennino intorno a Monghidoro una compagnia del maggio compie ogni anno il tradizionale giro di questua.

I maggianti di casa in casa

La funzione propiziatoria sta tutta in questa questua: passando di casa in casa i maggianti raccoglievano cibo con significato magico.

Il cantar maggio era anche un invito alle ragazze nubili ad aprire il loro cuore all'amore. La festa comincia la sera e si protrae fino a notte fonda, quando termina il giro augurale delle case.

Il Calendimaggio, o cantar maggio, prende il nome dal periodo in cui si svolgono queste ricorrenze, e cioè l'inizio del mese di maggio: è una festa stagionale che celebra l'arrivo della primavera. Vive ancora oggi in svariate regioni italiane come rappresentazione del ritorno alla vita e della rinascita — in Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e nella zona delle province di Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova. Sembra che i canti del maggio abbiano origine celtica: la celebrazione è riconducibile ai celti, agli etruschi e ai liguri, che festeggiavano l'arrivo della bella stagione. Oggi gruppi folk, associazioni culturali e cittadini cercano di rivitalizzare il rito del maggio, che era strettamente legato alla questua.

Il maggiociondolo, l'ontano, lo spino bianco

Le piante non fanno da sfondo: entrano nel rito e nei canti. L'albero simbolo del cantar maggio è il maggiociondolo, con il verde delle foglie e il giallo dei suoi fiori, e giallo e verde sono i colori dei fazzoletti al collo e dei nastri sui cappelli dei canterini.

Simboli della rinascita sono anche gli alberi che accompagnano i maggerini e i fiori con cui i suonatori si ornano, nominati nelle strofe dei canti. In particolare viene citata la pianta dell'ontano, che si sviluppa lungo i corsi d'acqua, considerata il simbolo della vita e spesso presente nel rituale.

In Romagna una tradizione non ancora spenta vuole che il primo maggio, prima che il sole si alzi, si mettano rametti di spino bianco e di betulla nei campi perché la vite non abbia a soffrire della rugiada. Con gli stessi rami si adornano i davanzali delle finestre, per impedire alle formiche di entrare nelle case e fare danno nei granai. La maggiolata, majè in romagnolo, è una tradizione antichissima che si fa risalire addirittura ai tempi bizantini di Giustiniano Imperatore, quando si ponevano i rami di maggio alle porte a indicare amore.

Piffero e fisarmonica sull'Appennino

Sull'Appennino si formarono orchestrine per accompagnare i cantori, che erano tutti maschi e portavano un fazzoletto al collo e il cappello di paglia. I musicisti seguivano i canterini suonando brani da strada durante i trasferimenti da un luogo all'altro, e piffero e fisarmonica erano gli strumenti che non potevano mancare.

A tramandare questa eredità musicale furono poi le orchestrine, solitamente familiari, incentrate su violinisti spesso dilettanti. Dall'Ottocento in poi, nella montagna bolognese, ebbero spazio i suonatori di organetto, fisarmonica e strumenti a fiato da banda.

Al giro si uniscono i canterini e i suonatori che si associano liberamente per l'occasione.

La notte fra il 30 aprile e il primo maggio

I canti del maggio sono l'insieme delle canzoni cantate e suonate durante il Calendimaggio dai maggerini, davanti alle case e per le vie dei paesi della Toscana, della Liguria, dell'Emilia-Romagna e della zona delle Quattro province, la notte fra il 30 aprile e il primo maggio.

Tutti i canti sono in lingua italiana, con inflessioni dialettali caratterizzate da un'andatura gioiosa e allegra: rappresentano il benvenuto alla bella stagione dopo il freddo inverno. Sono accompagnati da chitarre, violini, piccole percussioni e strumenti ritmici che non coprono la voce, per lo più in coro, di chi canta il maggio. Le tematiche sono svariate: dalla natura alla primavera e alle quattro stagioni, da Dionisio e l'allegria fino alle serenate dolci e maliziose.

Di un maggio lirico profano fra i più conosciuti in Italia si racconta che un tempo veniva praticato annualmente «l'ultima sera d'apprile» da schiere di «parecchi giovani del paese accompagnati da un concerto di violini», allo scopo di «cantare a guisa di serenata sotto le finestre delle loro amanti, incominciando dalle autorità civili ed eclesiastiche»; oggi viene eseguito a cadenza triennale. Il nome di maggio, del resto, «danno ancora a qualche poema eroico rimato a quartine di otto sillabe che cantano e rappresentano teatralmente all'aperta campagna nella estate».

Le anime purganti e la pasquella

La vigilia dell'Epifania e quella del primo maggio hanno luogo rispettivamente la pasquella e il maggio delle anime purganti: sono questue che si svolgono di preferenza nelle ore notturne e che comprendono l'esecuzione di canti in italiano, intonati dagli stessi partecipanti alla questua, in genere con accompagnamento di strumenti musicali.

Nelle aree collinari delle valli del Montone, del Rabbi, del Bidente e del Borello il gruppo dei pasqualotti canta, fuori dalla porta di ogni casa, il canto della pasquella, che evoca il Natale e l'arrivo dei re magi, in genere con accompagnamento di fisarmonica. Segue immediatamente il canto dei rispetti, coppie di endecasillabi improvvisati o creati sulla base di un repertorio tradizionale, eseguito da uno o due cantori a turno: sono versi di saluto e di augurio alla famiglia ospitante. Terminati i rispetti, i pasqualotti entrano insieme a befana e befanotto, due uomini mascherati: viene offerto loro da bere e da mangiare, e si balla all'interno della casa. Prima di uscire, uno o due pasqualotti salutano e porgono auguri al padrone di casa e alle donne presenti, sotto forma di ottave di endecasillabi cantate a voce sola.

Nelle aree del Cervese, del Cesenate e del Riminese il rito è più semplice e breve: i pasqualotti, con la befana, anche in questo caso un uomo mascherato, cantano solo il testo della pasquella, che contiene la richiesta del permesso di entrare, talvolta pure di cibo, e un ringraziamento, e lo fanno in parte all'esterno della casa, in parte all'interno. Il rito ha conosciuto dei cambiamenti: l'adozione di un costume da parte dei pasqualotti, la presenza di soli uomini fra i cantori e fra coloro che impersonano befana e befanotto — anche se già all'epoca delle prime ricerche di Bellosi e Zaffagnini fra i pasqualotti cominciavano a essere ammesse le donne —, l'introduzione di nuovi personaggi come i re magi, e le spettacolarizzazioni che in alcune località si verificavano a partire dai primi anni Ottanta.

Nel maggio delle anime purganti il rito prevede anche in questo caso un gruppo di cantori che si muove di casa in casa e viene accolto con un rinfresco preparato dalla famiglia ospitante; avviene però anche un dono in denaro, perché la questua è volta a raccogliere offerte per far celebrare messe in onore delle anime del purgatorio e per le esigenze della parrocchia. A San Pellegrino di Firenzuola e a Casetta di Tiara il testo cantato fa riferimento alle anime del purgatorio e alla necessità di far dire messe a loro favore; quello di Casola Valsenio contiene invece anche riferimenti alla rinascita della vegetazione e auguri alle ragazze da marito, elementi che tradiscono l'origine precristiana del rito. Stefano Casini, nel suo Dizionario biografico geografico storico del Comune di Firenzuola del 1914, presenta già il cantar maggio come maggio delle anime purganti, e di questo maggio scrive che è considerato come un rito e che ha vita da tempi abbastanza remoti.

Le parole che si cantano davanti alle porte dicono da sole a chi è rivolto il giro: «Siam venuti a cantar maggio / per quell'anime purganti / che son anni tanti e tanti / che da noi fecer passaggio // Rimanete in santa pace / buona gente in compagnia / sia(n) con voi Gesù e Maria / mentre poi mia lingua tace».

Nomi diversi per lo stesso rito

La tradizione del maggio è viva anche nella valle del Trebbia con il nome di carlin di maggio, in Val d'Arda, sempre nel piacentino, dove si chiama calendimaggio, nel reggiano, intorno al comune di Villa Minozzo, e in alcune frazioni appenniniche a cavallo delle province di Piacenza e Pavia.

Come arrivare alla festa

I Canti del Maggio si raggiungono con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Monzuno-Vado, a 21 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce al casello di Pian del Voglio, e il tragitto è di 20 chilometri per 23 minuti di guida.

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