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Folklore e Rievocazioni

Fiera di Sant'Orso ad Aosta 2027 - La notte della Veillà

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 30 al 31 gennaio 2026
Dove centro storico di Aosta, Aosta

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 30/08/2026.

La Fiera di Sant'Orso si tiene ad Aosta, in Valle d'Aosta, il 30 e il 31 gennaio di ogni anno. Oltre mille artigiani valdostani espongono sui banchetti all'aperto del centro storico, dall'Arco di Augusto a piazza Chanoux, sculture e intagli in legno, lavori in pietra ollare, ferro battuto e cuoio, drap, pizzi e vimini. Nella notte fra i due giorni si tiene la Veillà, con cori, musica, vin brulé e le cantine del borgo aperte fino all'alba.

Gli zoccoli regalati davanti alla collegiata

La Fiera di Sant'Orso — in francese Foire de Saint-Ours, in patois valdostano Fèira de Sènt-Or — è una fiera millenaria di artigianato e di enogastronomia che si svolge nel centro di Aosta, il 30 e il 31 gennaio di ogni anno. Nella tradizione la chiamano semplicemente «la foire», oppure «la millenaria».

Il nome viene dal santo a cui è dedicata, e su di lui si sa poco. Le poche informazioni su Sant'Orso arrivano dalla «Vita Beati Ursi», di autore ignoto, e dalla tradizione orale. L'origine irlandese e la vita passata ad Aosta non sono in discussione; l'epoca è più incerta: era un presbitero vissuto prima del IX secolo, e la tradizione colloca la sua morte nel 529. È certo invece il giorno, il 1° febbraio, oggi festa liturgica del santo.

Di lui si racconta un gesto, e da quel gesto nasce tutto. Uomo semplice, umile e caritatevole, dava da mangiare agli uccelli e aiutava i poveri offrendo loro dei calzari in legno, i sabots, affinché potessero proteggersi dal freddo. Dedito alla coltivazione, possedeva un orticello i cui frutti divideva in tre parti: una per sé, una per i poveri e una per gli uccellini — ed è per questo che è raffigurato con un uccellino posato sulla spalla, spesso con il bastone ricurvo, il bastone dei priori. Arrivato dall'Irlanda, varcate le Alpi si stabilì ad Aosta, dove divenne presbitero presso la chiesa di San Pietro, che in seguito divenne la collegiata di San Pietro e Sant'Orso, e proteggeva gli oppressi dalle angherie del vescovo Ploceano.

Tradizionalmente, il gesto che dà inizio alla foire è il dono che il santo fece ai poveri della città, dei tradizionali sabot, proprio nella zona della Collegiata, i tipici zoccoli in legno della Val d'Ayas. Quella collegiata fu fondata intorno all'anno 1000 sui resti di una preesistente basilica paleocristiana, e lo stesso anno fu per convenzione scelto anche come anno di nascita della fiera: l'anno mille è l'anno "zero" della Fiera, e senza dubbio simbolico.

Un testamento del 1327

La leggenda ha però un puntello documentario, ed è la parte più interessante della storia. Un capitello del chiostro della Collegiata — costruito nel XII secolo — rappresenta il santo patrono mentre distribuisce scarpe ai poveri: la traduzione in immagini di una cerimonia che aveva luogo nel Medioevo in occasione della festa patronale.

Che quella cerimonia esistesse davvero lo prova una carta: il testamento, datato 1327, di un prebendario della cattedrale di Aosta, Jacques d'Avise, il quale trasmetteva al priore di Sant'Orso, Guillaume de Liddes, una rendita proprio per finanziare questa distribuzione, che quindi in quell'anno già rappresentava una tradizione radicata.

Da lì il passo alla fiera è breve, e le fonti lo ricostruiscono così: da qui l'arrivo ad Aosta degli artigiani alla vigilia della festa, con le soque e i sabot che avevano fabbricato, e anche l'idea che si potesse approfittare dell'occasione per portare la propria produzione di utensili agricoli e oggetti di uso comune da vendere ai fedeli e ai pellegrini. Fu probabilmente questa l'origine della Fiera. L'appuntamento di Aosta appartiene alle feste raccolte fra folklore e rievocazioni.

Di miracoli, in vita, ne fece parecchi: le cronache raccontano quelli per cui, per i quali è considerato protettore contro la siccità, le malattie del bestiame, le intemperie, le alluvioni, i soprusi dei potenti, i parti difficili, i reumatismi e il mal di schiena. E la devozione ha lasciato un gesto fisico che ad Aosta si è ripetuto per secoli: è stata per secoli usanza che i fedeli afflitti da questi malanni, o chi ne voleva essere preservato, si recassero nella cripta presso la Collegiata e, camminando carponi, attraversassero il «musset», il breve e angusto varco aperto sul basamento dell'altare dove anticamente erano conservati i resti del santo.

C'è anche una ragione di calendario, e riguarda il clima. Recenti studi attestano che tra l'VIII e il XVI secolo le Alpi avevano un clima più caldo rispetto all'attuale, con inverni più brevi e più miti, che vedevano nel 31 gennaio la fine della stagione fredda, e quindi la fine del primo mese dell'anno rappresentava il momento ideale per procurarsi gli attrezzi agricoli in vista dell'avvicinarsi della bella stagione. Nei mesi invernali gli abitanti delle valli lavoravano il legno, la pietra, il ferro, la lana e il cuoio per creare strumenti agricoli, oggetti domestici e attrezzature, e con la fine simbolica dell'inverno quei prodotti venivano scambiati o venduti: è da questa economia che si è sviluppato l'artigianato tradizionale e poi la Fiera.

Nel Medio Evo la Fiera si svolgeva nel Bourg, nell'area circostante la Collegiata, e solo più tardi si è estesa a tutto il centro. Di un momento preciso sappiamo perfino l'orario: si sa che nel 1857 la fiera durava soltanto dall'aurora all'Angelus, per incoraggiare lo sviluppo della piccola industria forestale, con lo scopo di integrare il magro guadagno dei paesani con il commercio dei prodotti dell'artigianato. Questa iniziativa ebbe un certo successo: a fianco degli utensili cominciarono a comparire gli oggetti artistici, e vennero introdotti dei premi per valorizzare il lavoro degli artigiani. Da fiera degli attrezzi agricoli è divenuta negli anni una fiera dell'artigianato e dell'arte, senza tuttavia rinunciare alle sue caratteristiche più antiche.

Mille banchetti dall'Arco di Augusto a piazza Chanoux

Oggi i numeri sono quelli di una città che si riempie. Oltre mille artigiani provenienti da tutta la Valle d'Aosta si ritrovano nel centro storico di Aosta per esporre le loro opere sui banchetti allestiti all'aperto lungo le vie pedonali, ed è la più importante fiera di artigianato delle Alpi. Espongono i frutti del loro lavoro, sia esso svolto come hobby o come attività professionale.

Tutti i filoni dell'artigianato sono rappresentati: scultura ed intaglio su legno, lavorazione della pietra ollare, del ferro battuto e del cuoio, tessitura del «drap» — stoffa in lana lavorata su antichi telai in legno — e poi merletti, vimini, oggetti per la casa, scale in legno, botti e altri utensili per la campagna e la casa. Il legno è certamente il "re" della Fiera, ma non mancano lavori in pietra ollare, ferro, rame, ceramica, vetro, tessuti e pizzi. Ci sono i cesti in vimini, i fiori in legno, i pizzi a tombolo di Cogne, i draps di Valgrisenche, la biancheria in canapa della Cooperativa Lou Dzeut di Champorcher e le vannerie, intrecci di salice o vitalba.

Ogni mestiere ha la sua età. La lavorazione del cuoio si sviluppò in Valle già in epoca romana; è medioevale l'origine dell'artigianato del ferro battuto, che serviva a fare oggetti d'uso quotidiano, anche se non mancano esempi artistici di gran pregio, come la fontana del melograno del Castello di Issogne; e la lavorazione del pizzo al tombolo, parte integrante della tradizione di Cogne, sarebbe stata importata nel XVI secolo da alcune monache benedettine, fuggite dal Monastero di Cluny e stabilitesi nella regione.

Gli spazi coperti sono due. L'Atelier des Métiers, in piazza Chanoux, ospita le imprese e gli spazi dei maestri artigiani, con mobili, sculture, complementi d'arredo, curiosità, suppellettili e tessuti; il Padiglione enogastronomico, in piazza Plouves, ospita le aziende del settore agroalimentare della Valle d'Aosta, con formaggi e prodotti lattiero-caseari, carni, salumi, affettati, prodotti dolciari e da forno, mieli, marmellate, frutta, verdura, vini e liquori. Ci sono poi i Punti Rossoneri, con i piatti della cucina regionale nei padiglioni gestiti dalle Pro Loco valdostane, e sotto i portici di piazza Chanoux le opere degli allievi dei corsi sostenuti dalla Regione.

Il resto è spettacolo di mestiere: dimostrazioni dal vivo, dove gli artigiani, accompagnati dalla musica e dai cori dei numerosi gruppi folkloristici della regione, fanno conoscere la loro arte e trasformano un pezzo di legno in un capolavoro. E per i più piccoli c'è la Veillà di Petchou, con laboratori, giochi in legno giganti e la battaglia del fieno.

Il galletto, la grolla e il ciondolo dell'anno

Il simbolo della manifestazione è il galletto, e la ragione è stagionale: la Fiera cade a fine inverno, quando sta per ricominciare il nuovo ciclo vitale della natura, e da sempre il gallo simboleggia la rinascita e il risveglio, oltre che essere un talismano contro gli spiriti malvagi.

Attorno a lui c'è il repertorio degli oggetti che la fiera ha reso famosi: i sabot naturalmente, la coppa dell'amicizia e la grolla, i giocattoli «Tatà», e poi gli oggetti di uso quotidiano fino a qualche decennio fa: rastrelli, cestini e gerle, botti.

E c'è un souvenir che cambia ogni anno e racconta da solo che cos'era questa fiera. Ogni anno viene realizzato un ciondolo, diverso in ogni edizione, acquistabile al banchetto situato alla Porta Praetoria: normalmente rappresenta un attrezzo o uno strumento usato da allevatori o agricoltori, per sottolineare il legame che ha la Fiera con le antiche tradizioni. Anche l'Asiv, l'Associazione scultori e intagliatori, propone un ciondolo, in vendita al banco di via Conseil des Commis.

La notte bianca più antica d'Europa

Fra i due giorni di fiera c'è una notte, e quella notte ha un nome. Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio il centro di Aosta si anima per la Veillà: nel dialetto valdostano, il patois, «Veillà» vuol dire «veglia».

Dal tramonto le vie si riempiono di cori improvvisati, gruppi folkloristici, musica, vin brulé e brodi caldi, in un'atmosfera conviviale e spontanea, con distribuzione gratuita di brodo e vin brûlé e le vie illuminate e animate sino all'alba. Si entra anche nelle case: è possibile visitare le «crotte», le cantine del borgo che i residenti aprono per l'occasione, proponendo musica, momenti conviviali e degustazioni di salumi ed altri prodotti tipici.

Non è nata come festa. Nata come risposta alla necessità di offrire un riparo notturno agli artigiani e ai contadini provenienti dalle vallate più lontane, la Veillà è considerata la notte bianca più antica d'Europa. Chi scendeva dalle valli lontane non poteva tornare a casa fra il primo e il secondo giorno di fiera: da quel problema pratico è venuta fuori la notte più famosa della Valle.

Due giorni con qualsiasi tempo

La Fiera esprime l'identità della popolazione valdostana attraverso la celebrazione di un forte senso di appartenenza storico-culturale verso il proprio territorio, e non è semplicemente un mercato o una manifestazione commerciale.

È senza dubbio la più grande festa e manifestazione valdostana, e la prova sta nella meteorologia: durante due giorni, in pieno inverno, bello o cattivo tempo che sia, migliaia di visitatori riempiono le vie di Aosta per guardare, ed eventualmente comprare, le opere degli artigiani valdostani. Gli artigiani occupano ancora gli antichi spazi che vanno dall'Arco di Augusto a piazza Chanoux, così che tutte le strade dell'antica Augusta Pretoria sono animate dalla presenza di un migliaio di espositori, passando per via Sant'Orso e rue De Tillier.

C'è una cosa che si sente soltanto lì, e vale il viaggio: in questi due giorni, mescolati alle tante lingue del mondo, possiamo ancora sentire la musica dei nostri diversi patois valdostani. Molti artigiani restano fedeli alle tecniche tradizionali, ma altri le reinterpretano attraverso strumenti moderni o materiali nuovi, e le due giornate sono l'occasione di venire a contatto con un mondo fatto di gesti tramandati di generazione in generazione, che vive e si evolve ancora oggi, nell'era del digitale.

E alla fine c'è il proverbio, che è il modo valdostano di chiudere la questione: se il giorno di Sant'Orso, il 1º febbraio, fa bel tempo, l'orso torna a dormire e ci sarà brutto tempo per quaranta giorni — l'orso gira il pagliericcio per farlo asciugare, e l'inverno si prende una proroga.

Come arrivare alla festa

Farsi avvolgere dalle atmosfere della Fiera di Sant'Orso, ad Aosta, è alla portata di tutti. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Aosta / Aoste è a 2,8 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è il casello di Aosta Est - Gran San Bernardo: da lì bastano 8 minuti di guida (6,1 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

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