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Folklore e Rievocazioni

Fuochi Epifanici (Pignarûl) a Tarcento 2027 - Il fumo del falò e il vaticinio del Vecchio Venerando

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 4 al 6 gennaio 2026
Dove Tarcento, Tarcento

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: sagrefvg.it, letta il 02/09/2026.

Una pigna di legna attorno allo stollo

Il pignarûl è, alla lettera, una catasta. È un alto ammasso di legna, fieno e tutto ciò che si può bruciare, o meglio un'alta catasta di legna, fieno, stoppie e più in generale tutto ciò che si può bruciare, e a costruirla sono i "pignarulârs", solitamente i giovani del paese.

La forma non è casuale, e spiega il nome. Qualsiasi sia il nome della pira, tanti sono gli elementi che rendono questa tradizione omogenea: una pertica centrale, lo stollo, attorno a cui si crea una pigna (da cui pignarûl, anche se alcuni studiosi legano pignarûl al latino palea, paglia) di arbusti da bruciare, spesso materiale di scarto derivante dalla pulizia dei campi, e sormontato da una croce o da un fantoccio: la vecje, la strie, la femenate rappresenta il male, l'anno vecchio che se ne va, il caos da eliminare.

Il nome cambia da valle a valle. Lo stesso rito è noto in alcune zone anche come Cabossa, o Selma o ancora foghera, casera, palavin, fogaron, fugarizze, boreon, e altrove come Panevin, Foghere, Fogoron, Fogaròn, Foghera, Fugarizze, Boreòn.

Prima di accendere si prega e dopo si mangia. Ci sono magia e aspetti religiosi, tanto che prima dell'accensione si recitano litanie (pan e vin, la grazia di Diu gjoldarin, pane e vino, la grazia di Dio godremo); c'è la gioia di mangiare insieme la pinza, una focaccia di farina di polenta e frutta secca e semi di finocchio, e di condividere il vin brulé mentre il fumo si alza nel cielo nero e si provano a fare vaticini per l'anno che verrà.

Belanu, il dio della luce

Il rito è più vecchio del calendario cristiano che oggi lo ospita. La tradizione lo vuole legato al culto del dio protoceltico Belanu (o Beleno, o ancora Belanus), antica divinità della luce, del fuoco, ma anche della temperatura e della guarigione, nota per la sua influenza sulla luce solare e di conseguenza anche sulla stagionalità, sulla temperatura e tutte quelle attività umane derivate anche dalle stagioni come agricoltura e allevamento.

Il culto ha lasciato tracce vicine: in antichità il culto di Belanu era noto alla religiosità dei Carni; culto particolarmente sentito anche ad Aquileia dove vi era un tempio a lui dedicato, e la tradizione di accendere fuochi in occasione di festività legate ad equinozi e solstizi è da legare proprio all'adorazione di Belanu.

Da qui il senso dei fuochi: il significato dei "fuochi friulani" è, dunque, da ricercare negli antichi riti propiziatori e di purificazione celtica; in molti casi le ceneri venivano poi sparse nei campi per allontanare maledizioni e garantire, al contrario, abbondanti raccolti, e il fuoco era considerato simbolo di purificazione e di rinascita a nuova vita. C'è anche una lettura astronomica: i falò sono un'antica tradizione celtica risalente probabilmente al V secolo a.C. per evocare il ritorno del Sole sulla Terra, cioè il progressivo allungarsi delle giornate che ha inizio con il solstizio d'inverno, e sono immense cataste di legna, stoppie e ramaglie che ardono nel buio della dodicesima notte per aiutare la vita ad affacciarsi di nuovo dopo il freddo dell'inverno.

La cristianizzazione non li ha spenti: nonostante la cristianizzazione, questa usanza non si perse, anzi persistette attraverso i secoli, giungendo fino ai giorni nostri praticamente immutata, e dopo la cristianizzazione i falò del Friuli sono stati legati alle cerimonie della benedizione dell'acqua.

Hanno parenti in mezza Europa: questi plurimillenari fuochi solstiziali d'inverno hanno le stesse origini apotropaiche e propiziatorie dei fuochi di San Giovanni del mondo nordico e slavo, o dei fuochi pasquali "Osternfeuer" del mondo germanico e della vicina Slovenia. E hanno seguito i friulani che se ne sono andati: sono così cari ai Friulani da indurli spesso ad accenderli anche nei lontani paesi di emigrazione (in Argentina, in Canada, in Australia).

Il Pignarûl Grant sul colle di Coia

Fra le centinaia di fuochi che si accendono in regione, uno conta più degli altri. Signore incontrastato è il Pignarûl Grant di Coia di Tarcento, il principale fuoco epifanico della regione, associato al vaticinio del Vecchio Venerando, attesissimo epilogo di tre giornate ricche di appuntamenti; è il più grande fuoco epifanico del Friuli, ed è chiamato anche il padre di tutti i fuochi epifanici.

Il posto è preciso: il rito si celebra sulla collina di Coja, davanti alle rovine dell'antico castello dei Frangipane, Signori di Tarcento, cioè presso i ruderi del vecchio maniero dei Frangipane, donde l'occhio può allargare fino al mare; il colle si chiama anche Ciscjelat, il «castellaccio». Il falò tarcentino è in località Coia ed è attorniato da fuochi più piccoli e meno maestosi.

Ha un ruolo di innesco per tutta la conca: la sera del 6 gennaio viene acceso, nei pressi dei resti del castello medievale, il "Pignarûl Grant", che a sua volta dà il via all'accensione di tutti i pignarûi della conca tarcentina, ed è considerato il più grande e il più famoso del Friuli, tanto che la tradizione vuole che sia proprio questo pignarûl a dare il via all'accensione di tutti gli altri nelle terre vicine.

Ci si arriva a piedi e col fuoco in mano. Il Venerando racconta d'antiche Epifanie, poi sale, in fiaccolata, verso Coia, seguito da migliaia di torce, dando così vita a uno spettacolare nastro di fuoco lungo i tornanti della collina; è una lunga fiaccolata a illuminare la collina, e in un'edizione recente un migliaio i partecipanti che, prima dell'accensione del fuoco, hanno partecipato alla lunga fiaccolata. Dopo l'accensione si accendono allora sui colli intorno gli altri fuochi dell'Epifania Friulana, e alla tradizionale accensione del Pignarûl Grant seguono gli spettacoli pirotecnici.

La data d'inizio è una sola, e la ricordano il sindaco Mauro Steccati e il presidente della Pro Tarcento, Nazareno Orsini: era il lontano 1928 quando per la prima volta a Tarcento si accese il Pignarûl Grant, e, tranne nel periodo della Seconda guerra mondiale, è sempre stato acceso anche negli anni del terremoto e della pandemia seppure in forma ridotta e soprattutto simbolica. E in un anno di divieti fu l'unica a reggere: l'unico comune che al momento ha ottenuto il via libera da parte del primo cittadino è quello di Tarcento, che manterrà la sua ultra novantennale tradizione a Monte di Coia ma senza pubblico, con accesso limitato agli organizzatori e ai media.

Se il fumo va a levante

Il momento per cui si sale lassù non è l'accensione: è quello che viene dopo. Il Vecchio Venerando accende il Pignarûl Grant, il grande falò, e dalla direzione del fumo trae il presagio sull'andamento del nuovo anno.

La regola sta in un antico proverbio friulano: «Se il fum al va a soreli a mont, cjape il sac e va pal mont; se il fum invezit al va de bande di soreli jevât, cjape il sac e va al marcjât» — «se il fumo va a occidente, prendi il sacco e va per il mondo; se il fumo invece va a oriente, prendi il sacco e va al mercato». Tradotto nel suo significato: se il fumo va a levante, prendi il sacco e vai al mercato — abbondanza —; se il fumo va a ponente, prendi il sacco e vai per il mondo — carestia. Detto in modo ancora più secco: se va a Levante sarà annata buona, se invece piega verso Ponente si annunciano 365 giorni di vacche magre.

Quel «vai per il mondo» non è un modo di dire: in Friuli voleva dire emigrare. Se il fumo piega al tramonto, emigra col tuo sacco per le vie del mondo.

I responsi degli ultimi anni sono documentati, e non sono tutti uguali. Un anno il fumo è andato verso sud e il vento spinge il fumo verso sud: un segno inequivocabile di un anno difficile; un altro il fumo va verso nord-est e il vaticinio ha detto che sarebbe stato un anno positivo, «il migliore dopo molti anni», con il responso espresso scrutando le scintille e le ceneri salite in cielo nonostante la pioggia; un altro ancora ha parlato di un anno ancora difficile, ma migliore di quello appena passato, dopo aver visto il fumo salire dritto. In un'occasione il Venerando ha aggiunto parole che con la meteorologia non c'entrano: «Rincuoratevi. Ricordatevi che abbiamo delle guerre in atto; dobbiamo darci una mano e aiutarci per trovare la via d'uscita», e «abbiamo bisogno di pace e solidarietà».

Il metodo, chi lo pratica, lo spiega senza mistero. «La corrente solitamente lo porta verso ovest, che sarebbe una direzione negativa. Allo stesso tempo quella direzione non è mai precisa e poi devi comunque interpretare il momento, i volti delle persone, i loro discorsi, conoscere un po' l'andamento dell'economia, insomma tante cose devono essere considerate nel verdetto finale. E poi, bisogna dare sempre speranza alle persone.» E ancora: «Il mio ruolo è quello di osservare l'andamento del fumo. Come ogni anno, si guarda a quel che è successo l'anno prima e, una volta acceso il falò, si osserva la direzione presa, anche grazie al vento. Ciascun punto cardinale indica un differente esito d'annata. Si tratta di un andamento ipotetico, che bilancia quel che è stato e quel che sarà.»

Chi pronuncia il vaticinio è una figura precisa, non un presentatore. Il Vieli Venerando è figura simbolica di nonno e di narratore, a metà tra sacerdote e capo di borgata, che guida la popolazione armata di fiaccole lungo la ripida salita del colle. Sul colle riassume la sua antica funzione sacerdotale di capo-borgo, molto simile a quella del capofamiglia ebreo nella celebrazione della Pasqua e nel ricordo dell'Esodo, e nel momento dell'accensione diventa sacerdote druidico d'un fuoco propiziatorio, poi Augure a profetare dal fumo l'andamento della nuova annata. Durante la cerimonia pronuncia un discorso augurale e di saggezza, e rappresenta una sorta di guida spirituale, che ricorda l'importanza delle tradizioni e della solidarietà.

Le braci lanciate ai quattro punti cardinali

Il falò non si guarda soltanto: un tempo lo si smontava addosso ai campi. Un tempo, quando non c'erano timori di incendi, ma anzi si provocava ad arte la carbonizzazione delle stoppie, mentre il falò andava consumandosi, il Vecchio invitava la gente a lanciare le braci del Pignarul ai quattro punti cardinali, ballando e cantando: «Ca pan, ca vin, polente su lis boris..» (qui pane e qui vino, polenta sulle braci), oppure «Ca pan, ca vin, ca cjanaipe par co si viestìn» (qui pane e qui vino e qui canapa per vestirsi), od ancora «Ca lin, ca lane» (qui lino e qui lana), dove è evidente la finalità propiziatoria del fuoco. Il lancio delle braci e le sue formule stanno fra le tradizioni locali e le rievocazioni.

Anche oggi il momento resta collettivo: il rito del fuoco è un momento conviviale che vede tutta la comunità unita intorno al Pignarûl, e spesso intorno al fuoco si balla e si canta o semplicemente si sorseggia un po' di vin brulè per riscaldarsi dal pungente freddo invernale. Prima la benedizione, poi brucia la catasta immensa di Tarcento, così come tutte le centinaia accese sulle colline e in pianura, e la terra diventa una cometa di luci.

La festa dura tre giorni e ha altri due momenti, che qui si nominano soltanto perché hanno una vita propria: il 5 gennaio è dedicato ai "Pignarulârs", artefici dei fuochi epifanici, con il loro appassionante "Palio dei Pignarulârs", spettacolare corsa dei carri infuocati che si disputa per le vie del centro, e il 6 gennaio si svolge la rievocazione storica e il corteo in costumi medievali con centinaia di figuranti, che rappresenta la solenne investitura feudale del nobile Artico di Castel Porpetto da parte del patriarca di Aquileia, avvenuta nel 1290. C'è anche un premio, e ha una data: dal 1956 viene ad incastonarsi fra gli antichi riti, la sera del 4 gennaio, la cerimonia di Consegna Premio Epifania.

Il resto è quello che la Pro Tarcento chiama, con parole sue, il mestiere che si è data: fedele al suo compito di vestale del fuoco più caro al folclore del Friuli, cura nella manifestazione dell'Epifania Friulana a Tarcento in modo particolarissimo la "liturgia del fuoco", recuperando a questo la centralità ed il posto di primo attore che gli compete. Tarcento, del resto, è a buon diritto una delle "capitali", con Gemona e Cividale, dell'Epifania Friulana.

Come arrivare alla festa

Raggiungere i Fuochi Epifanici (Pignarûl) a Tarcento è facilissimo. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Tarcento a un passo dal centro, 2,6 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce al casello di Osoppo-Gemona, e da lì restano 12 chilometri e 12 minuti.

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