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Folklore e Rievocazioni

Ndocciata di Agnone 2026 e il rintocco della campana di Sant'Antonio

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
dal 6 al 24 dicembre 2026
Dove Piazza Sant'Emidio, Agnone

Fonte: sagr.it, letta il 01/09/2026.

La 'Ndocciata si svolge ad Agnone, centro montano dell'Alto Molise in provincia di Isernia, due volte in dicembre: la sera del 24, la Vigilia di Natale, e nella ricorrenza dell'Immacolata, che dal 2022 è stata spostata in via definitiva al secondo sabato del mese. Centinaia di portatori delle cinque contrade sfilano per oltre un chilometro lungo il corso principale reggendo le 'ndocce, torce di abete bianco e steli di ginestra montate a ventaglio, da due fino a oltre venti fiamme, accese al rintocco della campana più grande della città. Le torce sono arrivate a 1200 con i cinque gruppi, e il corteo si chiude in Piazza Plebiscito con il Falò della Fratellanza.

Il rintocco del campanone di Sant'Antonio

La sera del 24 dicembre, all'imbrunire, centinaia di portatori si riuniscono all'ingresso settentrionale di Agnone. Sono i gruppi delle contrade, e aspettano un suono. Il segnale per accendere le torce e per partire è il rintocco della campana più grande della città, quella sul campanile di Sant'Antonio, il più alto di Agnone. Uno, due rintocchi; poi nelle strade si fa silenzio, e il corteo si avvia.

Davanti a tutti vanno gli stendardi dei gruppi e le scene di vita contadina, animate soprattutto da donne e bambini e riprodotte anche su enormi carri, con pastori, pecore, cavalli, buoi e maiali, interni di stalle e di masserie. Poi comincia il fuoco, e comincia in un ordine stabilito. Prima i bambini, con 'ndocce singole a volte più piccole di quelle degli adulti; poi le torce a due; poi entra in scena l'esercito dei portatori che ne hanno quattro in spalla, ed è il cuore forte della 'Ndocciata. Arrivano quelli con otto torcioni, e infine i ventagli infuocati con 10, 12, 16 fiamme, sulle spalle di uno o due uomini. I più robusti se ne caricano 18 o 20, e al centro della piazza roteano su sé stessi come pavoni con una gigantesca coda di fuoco.

Alla 'Ndocciata non c'è età: il portatore più piccolo che si ricordi aveva due anni, il più anziano sfiorava gli ottanta. Siamo ad Agnone, centro montano dell'Alto Molise in provincia di Isernia, conosciuto per la sua millenaria produzione di campane.

Abete bianco e steli di ginestra

La parola 'ndoccia è la forma dialettale di «grande torcia», e la torcia si costruisce a mano. Il legno è abete bianco, preso quasi esclusivamente nel bosco di Montecastelbarone, la foresta a nord di Agnone, e in quello di Sant'Onofrio; gli alberi li scelgono gli agenti della Forestale fra quelli malati, secchi o abbattuti dalle calamità naturali.

I tronchi vengono ripuliti dalla corteccia e tagliati in listelli sottili, lunghi circa un metro e mezzo, che si legano a mazzo con lo spago e si sovrappongono fino a superare i tre metri; talvolta si uniscono con paletti trasversali per formare gruppi più grandi. Dentro, fra i listelli, si mettono steli secchi di ginestra: sono loro a far ardere la 'ndoccia, e sono loro a dare al rito il suo suono, il crepitio. L'abete si sceglie perché il suo legno è leggero e quindi facile da portare, estremamente secco e ricco di resina, dunque di combustione veloce; ed è anche l'albero simbolo del Natale per le popolazioni nordiche di origine celtica, non del tutto estranee alla tradizione agnonese. Assemblate, le torce prendono la forma a ventaglio, o a raggiera. Sono singole o multiple, sempre in numero pari, da due fino a oltre venti fuochi: venti fiaccole insieme pesano circa 150 chili.

Chi le porta indossa la cappa, il mantello storico dei pastori: tagliato a ruota, con il bavero alto, agganciato al collo, di colore nero. Sotto ci sono i panni paesani, in prevalenza azzurri o marroni, e in testa un cappello a forma di tronco di cono.

Le torce si preparano nelle sere che precedono la Vigilia, e fra una 'ndoccia e l'altra si consuma il vino Moscatello con assaggi di ostie e di pizzelle. Quelli della contrada di Sant'Onofrio allestiscono i torcioni la mattina stessa del 24, dopo una colazione a base di baccalà: arrosto, oppure indorato e fritto, oppure preparato con aglio, olio, prezzemolo e mollica di pane.

Le cinque contrade e il trofeo

I gruppi che sfilano sono cinque. Sant'Onofrio è il più antico, prende il nome dalla zona montana a nord del paese ed è formato da oltre 150 persone fra uomini e donne. Capammonde e Capaballe rappresenta Agnone centro — il nome indica la parte alta della cittadina — conta oltre 100 persone ed è la formazione più giovane per età media. Colle Sente è il gruppo d'alta quota: viene da un nucleo abitato a ovest, oltre i 1000 metri, fra Monte San Nicola e Montecastelbarone. Guastra appartiene amministrativamente al comune di Capracotta, ma è legata da sempre a questa tradizione agnonese, e fino a qualche anno fa i suoi abitanti accendevano torce vicino agli usci la sera della Vigilia. San Quirico, infine, è il territorio rurale più a valle, fra uliveti e vigneti: è il gruppo meno numeroso, e il più agguerrito.

I portatori sono soltanto uomini. Le donne sfilano con gli abiti della tradizione contadina, coperte da scialli e copricapi. Ogni anno le contrade si contendono il trofeo dello 'Ndocciatore, realizzato dallo scultore Ruggiero Di Lollo.

Dai Sanniti alla Vigilia di Natale

L'origine della 'Ndocciata risale probabilmente all'anno Mille, ma le radici della tradizione arrivano più indietro, all'epoca romana e alla tribù del Sannio. I Sanniti e gli Osci, che per secoli contesero a Roma il dominio dell'Italia centro-meridionale, erano legati al fuoco e usavano le 'ndocce come fonte di luce durante gli spostamenti notturni.

Da principio la 'ndoccia apparteneva alla ritualità pagana legata alla scadenza solstiziale del 21 dicembre. Agli studiosi sono noti i fuochi rituali che dalla Persia alla Normandia, dalla Russia al Galles gli antichi abitatori dell'Europa e del vicino Oriente accendevano in onore del Dio Sole durante la notte più lunga dell'anno. La Chiesa non li trovò in contrasto con la propria teologia e li inglobò nel proprio rituale, sostituendo alla nascita del Sole invitto quella di Gesù, luce che allontana le tenebre. Nel Medioevo il rito fu perpetuato dai pastori molisani, e in epoca di transumanza il fuoco veniva acceso per proteggere le greggi. Dopo il XVIII secolo lo tramandarono i contadini, che con le torce illuminavano il percorso dalle contrade fino alle chiese del paese per la messa della notte di Natale.

Le testimonianze scritte, per lo più giornali locali, arrivano fino ai primi anni dell'Ottocento. Nel suo libro Le 'Ndocce di Agnone: i fuochi della Vigilia di Natale, Domenico Meo scrive che i padri-protagonisti di questa tradizione sono i contadini, e che mentre la 'ndoccia ardeva si traevano auspici: se soffiava la borea si prevedeva una buona annata, il contrario se il vento veniva da sud; se scoppiettava andava bene, e altrettanto se la fiamma era consistente. Spari e fuochi, del resto, erano contro le streghe, considerate un male vero della società rurale.

C'era anche un altro uso. Il giovane innamorato portava la 'ndoccia sotto la finestra della ragazza che aveva scelto come sposa: se lei si affacciava, il matrimonio era possibile; altrimenti un secchio d'acqua spegneva insieme la torcia e l'ardore. E si gareggiava a farle più belle, più compatte e più durature, per farsi notare dalle ragazze del paese: i più anziani ricordano che si faceva «pe fa la cumbarsa», per fare bella figura.

La stessa tradizione si è conservata, in misura minore, anche a Santo Stefano di Sante Marie, in provincia dell'Aquila.

La gara nata nel 1932

Nel 1870 il sindaco Giuseppe Tamburri, per festeggiare la Presa di Roma, volle che la fiaccolata di Natale non salisse più per la salita Castelfidardo — l'attuale via XI Febbraio — come si era sempre fatto, ma proseguisse per il corso principale. È la prova che la sfilata delle ndocce si praticava già da tempo.

La prima competizione fra i gruppi arrivò nel 1932, e fu resa possibile da un agnonese emigrato. Paolo Boresella inviò da New York cento lire al direttore de l'Eco, scrivendogli: «Accludo cento lire e formulo l'augurio che la pittoresca usanza, possa di nuovo rivivere e dimostrare che il vecchio spirito agnonese è assopito, ma non completamente spento». Da quella data cominciarono a sfilare ndocce composte da più elementi, sempre in numero pari. Nei primi anni Cinquanta la Pro Loco di Agnone ripristinò la tradizione organizzando una gara con premi, per incentivare la partecipazione. Nel 1991 le ndocce salirono a 500, fino ad arrivare alle 1200 con i cinque gruppi.

L'8 dicembre 1996 gli agnonesi portarono le torce fuori dal paese: incendiarono piazza San Pietro in onore di Giovanni Paolo II, che aveva visitato Agnone un anno e mezzo prima, in occasione del cinquantesimo del suo sacerdozio. Da allora all'appuntamento della Vigilia si è affiancato quello dell'Immacolata, che dal 2022 è stato spostato in via definitiva al secondo sabato di dicembre. Nel 2000, anno del Giubileo, sfilarono 1.000 torce sia l'8 sia il 24 dicembre.

Il 28 luglio 2011, a Roma, il Ministro del Turismo Brambilla ha riconosciuto la 'Ndocciata «Patrimonio d'Italia per la Tradizione». Il 7 dicembre 2012 lo Stato italiano e il Ministero dello sviluppo economico le hanno dedicato un francobollo ordinario della serie tematica «Il Folklore Italiano», stampato in tre milioni di pezzi.

Un solo fuoco in Piazza Plebiscito

Il corteo percorre più di un chilometro lungo il corso principale, fra due ali di pubblico, e il paese diventa un fiume di fuoco. I portatori volteggiano e creano giochi scenici con le fiamme; per le vie ci sono i cori e le esibizioni degli zampognari, e ci sono le gare per stabilire quale sia la 'ndoccia più grande e quale la più bella.

Poi tutte le torce confluiscono in Piazza Plebiscito, dove è allestito il presepe. Lì finiscono di ardere insieme, in un'unica grande fiamma che si chiama Falò della Fratellanza, e attorno alla quale si riuniscono i protagonisti delle cinque contrade. In quel fuoco si brucia simbolicamente quanto di negativo c'è stato nell'anno che sta per finire, e si dà forza a quello nuovo, perché porti luce e calore.

Come arrivare alla festa

La festa ad Agnone si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Vastogirardi, a 21 chilometri da Agnone, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Agnone-Fondo Valle Verrino-Bagnoli del Trigno ha davanti un percorso di 15 chilometri che in 15 minuti porta a destinazione.

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