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Folklore e Rievocazioni

Niballo Palio di Faenza 2027 e il bersaglio di 8 centimetri

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Si tiene
quarta domenica di giugno — quest'anno 27 giugno 2027
Dove allo stadio Bruno Neri, Faenza

Fonte: paliodifaenza.it, letta il 19/09/2026.

Il Niballo Palio di Faenza è una giostra equestre che si corre a Faenza, in provincia di Ravenna, la quarta domenica di giugno, allo stadio comunale Bruno Neri. I cavalieri dei cinque rioni devono colpire con la lancia un disco di 8 centimetri di diametro posto all'estremità dei bracci del Niballo, un manichino di legno vestito alla moda saracena, e chi conquista più scudi vince il drappo del Palio: è l'unica giostra il cui risultato viene affidato a una macchina. La prima edizione moderna è del 28 giugno 1959, e il corteo che la precede mette in strada circa 400 figuranti.

Un bersaglio di 8 centimetri

La macchina si chiama Niballo. È un manichino di legno vestito alla moda saracena, e sta piantato tra le due corsie tendendo le due braccia lignee che i cavalieri devono colpire con la lancia. Il bersaglio vero è piccolo: un disco di 8 centimetri di diametro, posto all'estremità dei bracci, e chi lo centra per primo si aggiudica un punto, chiamato scudo. Quando viene colpito, il congegno risponde: la testa si inchina e il braccio si solleva, e la caduta del saraceno è simulata con effetti teatrali davanti a tutto lo stadio.

La corsa è breve e velocissima. La pista è a ferro di cavallo, lunga circa 150 metri, e culmina in un rettilineo brevissimo che il cavallo percorre in pochi secondi; le lance, chiamate bigorde, sono lunghe 2,75 metri e pesano 3,750 chilogrammi. Il cavaliere del rione ultimo classificato l'anno precedente sfida a uno a uno i quattro avversari, poi la stessa sfida viene lanciata da tutti gli altri, per un totale di 20 tornate; se nessuno dei due colpisce il bersaglio, la tornata è nulla. Ogni scudo vinto viene issato sulla tribuna del rione vincitore, e in circa un'ora e mezza allo stadio comunale Bruno Neri si decide tutto. La tipologia di corsa del Niballo, detta anche «alla faentina», è quella più diffusa insieme alla corsa in lizza o quintana, al punto che altre zone d'Italia la imitano: è il caso della corsa dell'otto di Narni.

Porchetta al secondo, gallo al terzo

Chi conquista più scudi vince il Palio, cioè un vessillo in stoffa, che ogni anno viene impreziosito dalle pennellate di un artista diverso. Poi però la premiazione continua con una scala che viene dritta dagli antichi statuti della città: il rione giunto secondo vince una porchetta, e il terzo un gallo e una treccia d'aglio. In caso di parità di scudi si disputano tornate di spareggio; per il resto della classifica, a parità, contano le posizioni dell'anno precedente.

Il senso è dichiarato senza giri di parole: quel drappo scarlatto — che richiama il martirio di Pietro — insieme alla porchetta e al gallo speziato non arricchisce economicamente il vincitore, ma lo consacra nell'immaginario collettivo come figura di prestigio. Al cavaliere si riconosce la destrezza, la precisione nel colpire il bersaglio moresco, la capacità di gestire con equilibrio i propri istinti fisici. Due regole tengono la cosa attaccata alla città: i cavalieri devono essere residenti a Faenza, e i cavalli devono appartenere al rione per cui gareggiano. Le scuderie rionali sono attive tutto l'anno presso il Centro Civico Rioni.

Quando chi sbagliava veniva annaffiato

La prima edizione moderna è del 28 giugno 1959, di domenica, vigilia del santo patrono Pietro apostolo. L'idea di recuperare il Palio si deve a Ermanno Cola, brillante autore di commedie in vernacolo, e a Giuseppe Sangiorgi, che trassero ispirazione dalle antiche cronache del torneo cavalleresco risalenti all'epoca rinascimentale; per la gara equestre ci si attenne agli schemi e alle formule in voga nel Seicento.

I primi due anni funzionavano in modo diverso, e molto più umido. Sopra il Niballo era posto un serbatoio contenente circa 50 litri d'acqua, che si rovesciavano sull'imperito cavaliere che non centrava il bersaglio — e a ogni tornata il bersaglio veniva sostituito con uno di diametro inferiore, così che sbagliare diventasse sempre più facile. La modalità venne presto sostituita, perché l'acqua infastidiva i cavalli. Nel primo anno i rioni sconfitti consegnarono al vincente i propri stendardi, rimanendone privi fino alla competizione successiva; dalla seconda edizione arrivarono gli obblighi di residenza e di appartenenza dei cavalli. Nel 1988 il Comune inserì il Palio nel bilancio annuale e dal Comitato Palio nacque la Deputazione Palio, che riunisce la parte comunale e quella rionale; tra il 1997 e il 2006 si aggiunsero la cerimonia dei ceri votivi alla patrona e la consegna del drappo sul sagrato della cattedrale dalle mani del vescovo.

Il fratello di Annibale nelle stalle

Come in altre aree della Romagna, grazie ai racconti tramandati durante i mesi invernali nelle stalle, era rimasta in città la memoria delle scorrerie saracene provenienti dal mare, e in particolare del fratello di Annibale, Asdrubale, che saccheggiò Faenza prima di venire sconfitto sul Metauro. Da lì il bersaglio prese il nome del condottiero.

Gli studiosi non si allontanano molto. Il Solaroli suppone che «Niballo» derivi dalla volgarizzazione della parola Annibale, nome di un re moro, e cita il Vocabolario Romagnolo Italiano pubblicato da A. Morri a Faenza nel 1840, dove si legge: «Testa d'Nibal — Saracino, testa di legna dove andavano a ferire i giostranti». La quintana di un tempo, spiega lo stesso autore, era un buratto a mezzo busto che faceva perno sulla parte inferiore e reggeva nel braccio sinistro lo scudo, che faceva da bersaglio, e nel destro il flagello, costruito in modo diverso da quintana a quintana ma sempre con l'unico scopo di colpire, o meglio punire, il cavaliere che troppo indugiasse sul bersaglio. E una cronaca ottocentesca di Brisighella conserva anche il gesto più ammirato: «il colpo di maggiore bravura era quello di fare stella, cioè di colpire il Saracino in mezzo alla fronte».

Armi di legno per ordine della Chiesa

L'attestazione più antica sta nel Chronicon faventinum del Tolosano, e racconta di una giornata precisa: nel gennaio 1164 l'imperatore Federico I Barbarossa, ospite dei nobili Enrico e Guido Manfredi, ordina una quintana per verificare l'abilità dei faentini nell'arte militare. Si combatte in un luogo detto Broylo, che il cronista Giovanni Battista Borsieri colloca nell'attuale via Baroncini, e si utilizzano armi di legno, conformemente alle normative ecclesiastiche, che mirano a ridurre i rischi di violenza e spargimenti di sangue.

Le corse equestri faentine sono documentate negli Statuti cittadini manfrediani del 1410; nei secoli si corsero a Faenza altre quattro giostre — il Palio di San Nevolone, il Palio dell'Assunta, il Palio di San Pietro e la Quintana del Niballo — e il Palio dell'Assunta, detto bravium, voluto da Gian Galeazzo I, si teneva dal 1410 il 16 agosto con un drappo verde in premio, mentre quello di San Pietro se ne distingueva solo per il colore, rosso. Della corsa dell'Assunta resta anche una lettera: il 6 agosto 1479 Galeotto Manfredi scrive a Lorenzo de' Medici chiedendo 25 braccia di «brazza XXV raxo carmisino», un pregiato raso scarlatto per confezionare il drappo del vincitore — negli statuti del 1410 ne bastavano 8 — e lo prega di mandare anche i suoi cavalli: «pregate el magnifico Lorenzo li piaze mandare qua li soi barbari». La Quintana del Niballo è attestata dal 13 febbraio 1596, si correva l'ultima settimana di carnevale e vi partecipavano solo i nobili possessori di un cavallo. Il Palio faentino si corse fino al 1796, prima di essere interrotto con l'arrivo delle autorità napoleoniche.

Cinque rioni vestiti dal Quattrocento

I rioni sono cinque: Borgo Durbecco o Porta delle Chiavi, Porta Imolese, Porta Montanara, Porta Ravegnana e Porta Ponte, cioè Bianco, Rosso, Verde, Nero e Giallo. I primi quattro riprendono i colori e l'antica divisione amministrativa del comune, ancora visibile in vecchie mappe cittadine conservate nella biblioteca comunale, e i loro territori sono separati dai quattro corsi cittadini, gli antichi cardo e decumano di epoca romana. Il Borgo Durbecco, l'area sulla riva destra del fiume Lamone, è stato istituito come Rione Bianco nel 1959 apposta per coinvolgere anche quella zona, che altrimenti sarebbe rimasta esclusa dalla manifestazione: gli fu assegnato il bianco e, come simbolo, la raffigurazione dell'antico ponte che univa la città al Borgo. A loro si aggiunge il Gruppo Municipale, sesta entità del Palio, che veste il blu e porta sugli stendardi lo stemma della città, il leone rampante rosso che impugna una spada e indossa una corona d'oro.

Il corteo che precede la giostra è una rievocazione figurata degli ordinamenti, dei costumi e della grandezza della Signoria faentina dei Manfredi, compresa tra il governo di Gian Galeazzo I e quello di Astorgio III, e mette in strada circa 400 figuranti. I rioni hanno l'obbligo di comporre la propria comparsa in base a studi e ricerche storiche tese a ricostruire momenti di vita e gesta della Faenza del XV secolo, negli aspetti militari, civili e di organizzazione sociale. E sono quelle vere: i dipinti e gli affreschi dei più grandi artisti del Quattrocento — il Pinturicchio, Piero della Francesca, il Perugino, Gentile da Fabriano, Andrea Mantegna, il Ghirlandaio — sono stati utilizzati come fonte storica per la realizzazione dei costumi dei cinque rioni, prendendo spunto da quadri d'epoca di aree limitrofe come Ferrara, Ravenna, Bologna, Mantova e Firenze, accomunate da una vita cittadina simile. A dare il via è il Maestro di campo: «Capi Rione, uomini del corteo, siate degni dei vostri colori e della bellezza delle vostre dame. Si vada al campo a disputar la giostra!»

Il fantoccio che brucia a gennaio

Il mese di giugno si struttura in tre appuntamenti — il Torneo della Bigorda d'Oro il secondo sabato, il Torneo degli Alfieri Bandieranti e Musici il terzo fine settimana, la giostra la quarta domenica — e la Bigorda, dal 1997, è il «Palio dei giovani»: stesse regole, ma corsa dopo il tramonto e riservata a cavalieri che non abbiano mai gareggiato per il Niballo, con in premio una lancia artigianale interamente realizzata in ceramica faentina e adornata da un puntale d'oro. Il Torneo degli Alfieri divide le prove tra Singolo, Piccola Squadra, Grande Squadra e Gara dei Musici, e la sera successiva ospita il solenne giuramento dei cavalieri davanti al Podestà della Giostra e al Maestro di Campo. Prima della giostra, ogni rione tiene la Cena propiziatoria, «una sorta di grande rito scaramantico collettivo».

La chiusura del ciclo arriva sei mesi dopo, e finisce nel fuoco. Il 5 gennaio, vigilia dell'Epifania, un enorme fantoccio raffigurante Annibale viene portato in Piazza del Popolo su un carro trainato da buoi, vestito con i colori del rione vincitore, e a mezzanotte viene dato alle fiamme dal rappresentante di quello stesso rione. È la Nott de Bisò, e con il rogo avviene la decapitazione del Niballo: dalla porzione di piazza in cui cade la testa si profetizza il rione che vincerà il Palio successivo. Il nome della notte è quello della bevanda che si beve aspettando il fuoco: il bisò, un vin brulé servito caldo dentro i gotti, recipienti di ceramica faentina decorati ogni anno in modo diverso con gli stemmi dei cinque rioni e della città — un servizio completo è di sei ciotole e una brocca. Durante quella notte i rioni si trasformano in oasi gastronomiche, offrendo piatti tradizionali insieme al bisò. All'altro capo dell'anno, il secondo sabato di maggio, sta la Donazione dei Ceri: i rioni e il Gruppo Municipale portano alla Madonna delle Grazie sei ceri alti oltre un metro e mezzo con inciso il proprio stemma, entrando in cattedrale disarmati — le armi restano su un tavolo vicino al portone — e ricevono dalle mani del vescovo il drappo del Palio, che resterà esposto nella cappella della patrona fino alla quarta domenica di giugno.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Faenza è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Faenza si trova a 1,4 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Cotignola dista 15 chilometri, cioè 15 minuti di strada.

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