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Folklore e Rievocazioni

Palio dei Normanni a Piazza Armerina 2027 - La Quintana del Saraceno e il vessillo delle Vittorie

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 12 al 14 agosto 2026
Dove Piazza Armerina (EN), Piazza Armerina

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: rievocazionistoriche.cultura.gov.it, letta il 19/09/2026.

Il Palio dei Normanni si svolge a Piazza Armerina, in provincia di Enna, nei giorni 12, 13 e 14 agosto di ogni anno. Per tre giorni oltre seicento figuranti in costume rievocano l'ingresso in città delle milizie normanne guidate dal Conte Ruggero d'Altavilla, fino alla Quintana del Saraceno, la giostra a cavallo fra i quattro quartieri storici. Al quartiere che totalizza il punteggio più alto viene affidata per un anno la replica dell'immagine di Maria Santissima delle Vittorie, insieme a un Palio dipinto ogni anno da un artista, e per dodici mesi resta nella parrocchia del rione.

Dodici confraternite e una Cavalcata

Le origini della manifestazione stanno fra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, quando le allora dodici confraternite della città organizzarono per la prima volta un corteo storico in occasione dei festeggiamenti in onore di Maria Santissima dell'Assunta, oggi Maria Santissima delle Vittorie. Quel corteo si chiamava «la Cavalcata», ed è il nome che gli abitanti usano ancora oggi per indicare il Palio.

Allora erano i Rettori delle Confraternite, alternandosi, a rappresentare il Conte a cavallo con il glorioso Vessillo papale, e i confrati sfilavano indossando frac e cilindro; solo agli inizi del secolo scorso furono introdotti i costumi e le armature medievali. Nel 1932 la Cavalcata venne arricchita con una spettacolare corsa di cavalli, e nel 1952 venne introdotta la Quintana del Saraceno: con quella aggiunta la Cavalcata cambiò nome e diventò il Palio dei Normanni, che da allora si svolge ininterrottamente. Le Confraternite furono sostituite dai quartieri storici — Monte, Castellina, Canali e Casalotto — a eccezione del quartiere San Giovanni, che, stranamente, nella nuova versione non venne inserito.

Oggi il Palio è la più imponente rievocazione storica del Meridione d'Italia, fa parte della FIGeST, la Federazione Italiana Giochi e Sport Tradizionali, ed è iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali della Regione Siciliana. A Piazza Armerina, del resto, il Palio non finisce mai davvero: durante tutto l'anno capita di imbattersi nelle esibizioni di tamburi e armigeri in allenamento.

Lo sbarco del 1061 e i quattro cammelli

L'evento trae ispirazione dalla guerra di conquista della Sicilia musulmana per opera dei Normanni guidati da Ruggero I di Sicilia, figlio più giovane di Tancredi d'Altavilla, contro i Saraceni che occupavano l'isola da circa centocinquant'anni. La conquista comincia nel 1061 con lo sbarco a Messina, appoggiato dal fratello Roberto il Guiscardo e soprattutto dall'emiro arabo di Siracusa Ibn al Thumna; il riconoscimento era arrivato con il Trattato di Melfi, siglato durante l'omonimo concilio nel 1059. I Normanni si facevano paladini della cristianità, prima per aver risparmiato la vita al Pontefice e poi giustificando le proprie mire espansionistiche con il pretesto di liberare la Sicilia dagli infedeli. Nello stesso 1061 presero Troina, e in seguito buona parte della Sicilia centrale e nord-orientale.

Il crocevia fu la battaglia di Cerami, sulle alture dei Nebrodi, nel 1063: vinta, secondo la tradizione, grazie all'aiuto divino. Alla fine della battaglia Ruggero inviò a Papa Alessandro II — succeduto a Niccolò II nel 1061 — parte del bottino di guerra e quattro cammelli; il papa ricambiò concedendogli l'indulgenza plenaria e donandogli un vessillo con le insegne papali, che la leggenda vuole raffiguri la Madonna con Gesù Bambino e che accompagnò il Conte in tutte le sue vittorie in Sicilia. Da lì il nome di Maria Santissima delle Vittorie, oggi patrona della città e della Diocesi di Piazza Armerina.

Terminata la conquista dell'isola nel 1091, con la presa di Noto, la leggenda vuole che Ruggero abbia voluto donare il Vessillo Mariano alla città di Platia, perché lo custodisse nella chiesa madre. Non ci sono notizie di un suo passaggio, e l'antica Piazza Armerina non era ancora stata fondata: la città compare come Platea o Placia nella diplomatica intorno al 1122, e come Platza in greco e Placea in latino in due diplomi di Simone Del Vasto, del 1141 e del 1148; in arabo era Iblatâsah. Il nome «Plutia», che il Palio usa in ogni sua cerimonia, si basa su una tradizione seicentesca mai riscontrata in fonti storiche, ma ancora viva nella tradizione orale.

Di quella città parla anche Al Idrisi, geografo e botanico arabo al servizio di Ruggero II, che nel 1140, nel «Libro di Ruggero», scrive: «Iblatâsah è un ben munito fortilizio, da cui dipende un vasto contado con terre da semina benedette. Famoso è il suo mercato, abbondanti le derrate, gli alberi, la frutta».

I lombardi di Sicilia

C'è un tratto che rende Piazza Armerina diversa dal resto dell'isola. Durante la conquista i Normanni ripopolarono o fondarono molti centri della Sicilia centro-orientale anche con gente proveniente dal Nord Italia — Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia — grazie all'alleanza con la famiglia degli Aleramici, marchesi di Saluzzo, Monferrato e Savona, suggellata nel 1087 dal matrimonio fra Adelasia Del Vasto e lo stesso Ruggero I.

Quell'afflusso di gente lombarda in centri come Piazza Armerina, Aidone, Nicosia, Sperlinga e San Fratello fece sviluppare una parlata molto diversa da quella del resto dell'isola, il dialetto gallo-italico, che sopravvive ancora oggi fra le viuzze medievali di questi centri, detti appunto lombardo-siculi.

La città rasa al suolo nel 1161

Nel marzo del 1161 fallì la rivolta popolare promossa a Palermo da Matteo Bonello contro il re Guglielmo I e i musulmani che ancora vivevano in Sicilia. Alcuni degli sconfitti si rifugiarono nei territori Aleramici dell'isola, a Butera e a Platia; da lì Ruggero Sclavo, figlio illegittimo di Simone Del Vasto e appena nominato conte di Butera, alleatosi con Tancredi d'Altavilla, scagliò i suoi uomini contro i casali saraceni vicini, ne saccheggiò il territorio e fece un massacro della popolazione musulmana. Ancora oggi molte contrade della zona portano nomi di derivazione araba.

Guglielmo I rispose mettendo insieme un esercito di Saraceni: nell'estate del 1161 conquistò Piazza Armerina e Butera e le rase al suolo. Nel 1163 lo stesso Guglielmo il Malo concesse la ricostruzione della città in un luogo diverso, il Colle Mira, che oggi corrisponde al Quartiere Monte; il Re in persona venne per la posa della prima pietra e ne approvò l'impianto urbano, che è il classico esempio dell'insediamento di matrice normanna e appare ancora oggi come una roccaforte, una città militare, con la sua struttura a «lisca di pesce» e il decumano — oggi via Monte — nel quale confluiscono da destra e da sinistra strade tutte parallele fra loro. La prima chiesa della nuova città fu dedicata a San Martino, santo caro ai Re e patrono delle milizie normanne.

Il sogno del sacerdote Candilia

Nella circostanza della distruzione alcuni fedeli custodi del Vessillo pontificio dell'Assunta lo chiusero in una cassa di legno e lo seppellirono in un luogo sicuro e da pochi conosciuto: l'eremo dove ora sorge la chiesetta di Santa Maria di Piazza Vecchia, dove fin dall'epoca bizantina esisteva un cenobio di monaci basiliani sopravvissuti al dominio islamico, del quale oggi restano poche tracce.

Nonostante le ripetute ricerche, per lungo tempo l'immagine non fu ritrovata. Si racconta che nel 1348, l'anno della grande peste che decimò le popolazioni di tutta Europa, il ritrovamento fu reso possibile grazie a un sogno del sacerdote Giovanni Candilia. Il 3 maggio di quell'anno l'icona ritrovata fu portata in trionfo dall'eremo di campagna alla Chiesa Madre di Piazza, che allora era la chiesa di San Martino, dai cittadini scampati alla pestilenza.

Quel viaggio si rifà ancora. Ogni anno, l'ultima domenica di aprile, i piazzesi si portano all'eremo di Piazza Vecchia per accompagnare in pellegrinaggio una copia dell'icona fino in città — alla Chiesa degli Angeli Custodi, nel quartiere Monte — e il 3 maggio si compie il percorso inverso. Quando fu costruita la Chiesa Madre, oggi Duomo e Cattedrale, il vessillo fu custodito in una teca d'argento e posizionato sull'altare maggiore, dove si trova tuttora; il 5 agosto la teca viene scesa dall'altare, alla presenza del popolo e delle autorità, e posizionata sulla bara, mentre i cavalieri dei quattro quartieri, in costume, portano una lampada votiva ciascuno, posta al lato dell'immagine su un piedistallo di legno dorato.

Il 12 agosto: le armi

Nel primo pomeriggio del 12 agosto, dalla chiesa madre e dalla piazza principale di ogni quartiere — piano Crocifisso per Monte, piazza Regione Siciliana per Canali, largo Santa Veneranda per Castellina, piazza Carmine per Casalotto — partono i cortei in costume, formati dal gruppo dei tamburi, dai nobili e dai cavalieri giostranti, e convergono in Piazza Semini, davanti al Teatro Garibaldi.

Lì, fra rulli di tamburi e squilli di trombe, il Gran Magistrato — quale rappresentante del potere giudiziario e di governo della città — con un atto rituale consegna le armi ai Cavalieri giostranti dei quattro quartieri e il pubblico Bando al Banditore di Plutia. Poi l'intero corteo si porta nella Basilica Cattedrale per la benedizione dei Cavalieri e dei Quartieri, e per la donazione, da parte del Gran Magistrato, di una lampada votiva posta ai piedi dell'altare che custodisce la sacra immagine, insieme ai ceri offerti dal Priore e dai capitani dei quattro quartieri. Il primo giorno le truppe normanne non ci sono: sfileranno il 13 e il 14. A cerimonia conclusa il corteo si ritira nelle logge di contrada San Pietro.

Il 13 agosto: le chiavi

Il 13 i cortei dei quartieri si dirigono verso piazza Duomo, mentre dal piazzale antistante l'Istituto Commerciale si compone il corteo delle truppe del Conte Ruggero: il Conte a cavallo, il comandante delle truppe e vari plotoni, ognuno con la propria bandiera e il proprio comandante, armati e vestiti in modo diverso — lancieri, arcieri, balestrieri, alabardieri, guardie nobili, guardie del vessillo, vichinghi — più un plotone di saraceni e uno di soldati a cavallo, e un gruppo composto da due monaci e dal boia con l'accetta sulle spalle.

L'ingresso avviene da porta Castellina, e il corteo percorre le vie principali fino alla piazza della Cattedrale, accolto dal suono delle campane, dai rulli dei tamburi, dagli squilli di trombe e dagli applausi. Ad attenderlo, ai piedi dell'antichissimo Palazzo Trigona, ci sono il Priore con il Magistrato dei Quartieri, i Notabili, le Dame, il Gran Magistrato con la Gran Dama e i Cavalieri giostranti. Dopo la simulazione della celebre pugna contro i Saraceni, il Banditore legge il pubblico bando; Ruggero scende dal suo cavallo al centro della piazza e il Gran Magistrato, preceduto dai paggi, dal Cerimoniere e dal Banditore, gli dona simbolicamente le chiavi di Plutia. Il Priore del Magistrato dei Quartieri dona poi al Conte un piatto d'oro cesellato dalle maestranze dei quattro quartieri.

Il 14 agosto: la Quintana

Il terzo giorno si va al campo sportivo Sant'Ippolito — in gergo piazzese «chianu t'rrmotu» — trasformato in arena medievale. Il Banditore rilegge il bando e il Conte Ruggero, alzando la spada, dà il via alla giostra. Ogni quartiere schiera cinque cavalieri, che gareggiano a chiamata alternata sotto la direzione del comandante della giostra, con un regolamento rigoroso che stabilisce modalità di esecuzione, comportamento e rispetto del cavallo.

Le prove sono quattro, tutte con il cavallo lanciato al galoppo. Nella prima il cavaliere deve colpire con la lancia in resta, preventivamente inchiostrata, il bersaglio posto sullo scudo del Saraceno — un «pupo» montato su un perno girevole — e il punteggio, da 2 a 20 punti, varia in base al punto colpito. Nella seconda deve colpire lo stesso scudo con una mazza di legno, anch'essa inchiostrata, e il punteggio si ricava dall'impronta lasciata sul bersaglio. Nella terza si toglie lo scudo e si mette un anello di circa dieci centimetri di diametro, al quale sono legati nastrini del colore del cavaliere di turno, sul braccio destro del Saraceno: prenderlo con la punta della lancia vale 20 punti. La quarta, quella che in linea di massima decide il vincitore, chiede di lanciare un giavellotto attraverso un anello di carta appeso a una forca a cinque metri d'altezza: 25 punti, a foratura confermata.

Vince il quartiere che totalizza il punteggio più alto, e una coppa va anche al cavaliere che ha tenuto il miglior comportamento in campo realizzando il miglior punteggio. Poi il corteo si ricompone e porta in trionfo per la città il Vessillo e i vincitori, fra ali di spettatori, fino a notte inoltrata.

I quattro colori

I quartieri si riconoscono dai colori, che sono anche quelli dei cavalieri in campo: Monte, o Monte Mira, in giallo; Canali in rosso; Castellina in blu; Casalotto in verde. Sono i quattro rioni in cui è suddivisa la Città Vecchia, e ogni anno uno di loro si porta a casa, per dodici mesi, l'immagine che secondo la leggenda un papa donò a un conte normanno quasi mille anni fa.

Come arrivare alla festa

Il Palio dei Normanni a Piazza Armerina si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Dittaino, a 32 chilometri da Piazza Armerina, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Molona ha davanti un percorso di 26 chilometri che in 30 minuti porta a destinazione.

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