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Passeggiata dei Giganti a Messina e le statue di cartapesta Mata e Grifone 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: comune.messina.it, letta il 19/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.
La Passeggiata dei Giganti si tiene a Messina, in Sicilia, in agosto, il 13 e il 14, alla vigilia della processione della Vara del 15. Due statue a cavallo attraversano la città, e i messinesi le chiamano per soprannome: «U Giganti e a Gilantissa», cioè Mata e Grifone, due colossi di cartapesta alti oltre cinque metri che raffigurano i leggendari fondatori di Messina. I due colossi vengono trainati su carrelli a ruote da una schiera di tiratori per le vie del centro e per i quartieri cittadini, e al termine stazionano davanti alla sede municipale di Palazzo Zanca; la tradizione è fatta risalire al Cinquecento, a una nota di pagamento del 1548.
Un saraceno che si fece battezzare per sposarla
La storia che il paese racconta comincia con uno sbarco di pirati. Verso il 965 un gigantesco moro di nome Hassam-Ibn-Hammar sbarcò alla testa di numerosi pirati nelle vicinanze della città e cominciò a depredarla; durante le scorrerie, a Camaro, vide la bella Marta — in dialetto Mata — e se ne innamorò perdutamente. Li divideva la religione, e alla richiesta di matrimonio i genitori di lei risposero con un secco no, così Hassam decise di rapirla. Ma il rapimento non gli bastò a farsi amare: Mata cedette soltanto quando il saraceno ricevette il battesimo e cambiò il nome in Grifone. Lui, allora, abbandonò la spada, si dedicò all'agricoltura, sposò la cammarota e con lei fondò la città.
Nella versione raccontata da chi quei giganti li costruiva, però, la storia finisce malissimo. Nel racconto di un gigantaro messinese l'unione fra i due colossi si chiude con l'uccisione di Grifone, colpito dalla fionda di un pastorello — un novello Davide — e con il suicidio di Mata. Non è un dettaglio da poco: potrebbe essere la spia di una genealogia diversa, che avvicina i giganti siciliani ai tanti fantocci nord-europei nati proprio per rappresentare il gioco di Davide e Golia.
Oppure: «Grifoni» erano i greci
C'è una seconda lettura, e di romantico non ha niente. Secondo lo studioso Principato i due sono figure allegoriche che ricordano un episodio avvenuto a Messina al tempo di Riccardo I, duca di Normandia e re d'Inghilterra, meglio noto come Cuor di Leone.
Il re inglese arrivò da Marsiglia con la sua flotta il 23 settembre 1190, per la Terza Crociata, per unirsi alle navi del re di Francia Filippo II Augusto, e a Messina rimase fino all'aprile 1191, trattenuto a lungo dalle condizioni meteorologiche che non consentivano la navigazione. Era un periodo in cui i greci erano potentissimi e angariavano i messinesi; Riccardo li osteggiò, e per fiaccarne l'orgoglio fece ampliare e fortificare sulle alture un'imponente e antica fortezza normanna. Non a caso quel castello prese il nome di «Matagrifone».
Perché, secondo questa lettura, il nome significa una cosa sola: mata viene dal latino mateare, ammazzare, e «Grifoni» erano detti nel Medioevo, e specialmente a Messina, i greci.
Zanclo, Saturno, Cam: i molti nomi dei due colossi
I due, del resto, non si sono sempre chiamati Mata e Grifone. Sono stati identificati con altre coppie legate alla nobiltà della città: Zanclo e Rea, Saturno e Cibele, Cam e Rea. E ognuna di quelle coppie trascina dietro di sé una piccola biblioteca.
Del gigante Zanclo aveva già parlato Ecateo di Mileto nel 500 a.C., in un passo riportato da Stefano di Bisanzio nell'Ethnika, e poi il siciliano Diodoro nella Bibliothēkē historikē. Più tardi subentrò una frangia «cristianista», che negò la divinità di Saturno e lo identificò con lo scuro Cam, figlio di Noè — e da lì viene anche una spiegazione toponomastica: l'unione di Cam, i cui discendenti popolarono l'Africa, con Rea, la magna mater greca, porterebbe dritta al nome del quartiere Camaro.
I testi antichi li descrivono con la maiuscola: «i Colossi à cavallo di Cam, & di Rea sua moglie, dal volgo detti il Gigante, & la Gigantessa come primi progenitori», e ancora «due gran Colossi à cavallo di forma gigantesca». In tempi più vicini a noi, Mata e Grifone compaiono nella Storia d'Italia di Carlo Botta come una gigantesca coppia di abitanti del castello Matagrifone.
La statua processionale, per parte sua, fu ispirata dal Messano di Guido delle Colonne, la Historia destructionis Troiae del 1287. Poi i due entrano nei libri dei viaggiatori: il Voyage pittoresque des Isles de Sicile, de Malte et de Lipari, pubblicato nel 1784, li descrive a partire da una visita a Messina del 1776, e nel 1808 Irvine, nelle sue Letters on Sicily, è il primo a chiamarli «Madre e Griffona», come i giganti che fondarono Messina.
Che cosa siano per i messinesi lo scrisse invece Pitrè, che nel 1871 mise per iscritto, nella sua Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, anche il racconto di Mata e Grifone — lei cammarota, lui il moro — come giganti sì, ma non come antenati dei messinesi: «Codesti colossi sono sempre per il buon popolo messinese due simpatiche figure, e del popolino due specie di geni tutelari: l'una, la Gigantessa, la bella signora del Camaro, l'altro, il gran Moro venuto dall'Africa, un feroce antropofago, cui essa addomestica.»
Come sono fatti
Lui è armato e porta addosso lo stemma della città: Grifone è a cavallo, in veste di guerriero, con una mazza in una mano e nell'altra lo scudo su cui è inciso lo stemma di Messina, un castello con tre torri nere in campo verde. Ha capelli incolti, barba folta e sguardo truce, un aspetto selvaggio; ma nelle fattezze classicheggianti, bruno e barbuto, ricorda il Giove Capitolino.
Lei ha una corona che è anche una mappa: il capo di Mata è incorniciato da una corona su cui sono disegnate tre torri, che stanno per i tre porti di Messina — oppure, secondo un'altra lettura, per i tre castelli, Matagriffone, Castellaccio e il Castello o Palazzo Reale. Nel viso si leggono le espressioni della dominatrice e della trionfatrice, sottolineate dal serto d'alloro fra i capelli, ma il corpo è quello prosperoso di una popolana, una cammarota, cioè un'abitante dell'antico quartiere fuori le mura a sud-ovest del porto.
Le colossali statue raffigurano, secondo la tradizione, i mitici progenitori della stirpe peloritana, e le fece costruire il Senato cittadino nel Cinquecento allo scopo di esaltare l'origine nobile e antica di Messina. Il loro culto pubblico è documentato già dal 1548, mentre la forma attuale, quella equestre, risale al 1723.
Cinque secoli di teste rifatte
Le due statue hanno una storia di restauri lunga quanto quella della città. Grifone nasce per mano di due scultori: il fiorentino Martino Montanini ne realizzò la statua nel 1560, con la testa e le braccia mobili, e nel 1581 il carrarese Andrea Calamech fissò arti e testa sul disegno precedente. E dentro c'è qualcosa di ancora più antico: durante i restauri del 1926, sul petto del gigante, si notarono tre medaglioni che nessuno aveva mai osservato, uno dei quali risale certamente al XIII secolo.
Mata, invece, è stata rifatta più volte, e ogni volta per un terremoto o una guerra: completamente ricostruita dopo il sisma del 1783, danneggiata di nuovo da quello del 1908, restaurata nel 1926, colpita dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e infine rifatta nel 1951 dal professor Michele Amoroso, con la consulenza storica di Domenico Puzzolo Sigillo. La testa che si vede oggi è di due mani diverse: quella di Mata, già rifatta in gesso da Amoroso, nel 1958 fu sostituita dall'attuale, di legno cavo all'interno, scolpita dal giarrese Mariano Grasso e dipinta dallo stesso Amoroso; quella di Grifone è invece l'originale cinquecentesca del Calamech.
Il dettaglio più sorprendente, però, riguarda i cavalli, e viene dal modo in cui i giganti si portavano. Fino ai restauri del dopoguerra i due cavalli avevano le zampe tagliate all'altezza dei garretti, perché così i simulacri equestri si potevano portare a spalla; poi furono completati fino agli zoccoli, e le stanghe vennero sostituite da carrelli a ruote presi da carri armati tedeschi.
Prima, infatti, si andava a spalla, ed erano in cento. Le statue, cave all'interno, erano fatte soprattutto di legno e tela e posavano su barelle a stanghe; un centinaio di portatori le reggevano imitando col passo la cavalcata, sollevandole per mezzo di pali e staffe basculanti che le tenevano in equilibrio e davano loro quell'andamento caracollante. Dalla seconda metà del secolo scorso i Giganti procedono invece trainati sui carrelli.
Il 13 e il 14 agosto, prima della Vara
È una festa popolare dal sapore quasi medievale, che si fa risalire all'epoca di Carlo V e al suo arrivo in città nel 1535, e i primi due giorni sono dedicati proprio alla sfilata dei Giganti. La passeggiata ha due giornate fisse, e comincia dove comincia la leggenda: il 13 agosto i due Giganti e il Cammello sfilano, con numerosi gruppi folkloristici, per le strade di Camaro Superiore e Inferiore, il luogo d'origine della Gigantessa. Il 14, vigilia di Ferragosto, la passeggiata prosegue per gli altri quartieri, e al termine i Giganti stazionano davanti alla sede municipale di Palazzo Zanca; intorno ci sono canti e danze della tradizione, a cura dei gruppi folclorici di Messina.
Il corteo ha una divisa e una zoologia tutte sue. I tiratori vestono di bianco, con cappello rosso dalla nappa pendente — la «meusa» — e sciarpa dello stesso colore ai fianchi; davanti a loro vanno quattro tamburi e le zampogne, affiancati da un «cammellaccio» animato da due uomini al suo interno e guidato da un cammelliere. Quel cammello — oggi lo chiamano camiddu, ed è anch'esso di cartapesta — ricorda un ingresso preciso: quello trionfale del Gran Conte Ruggero il normanno a Messina, nel 1061, con lo sventolio dei vessilli e in testa lo stendardo che papa Niccolò II gli aveva consegnato all'Aquila nel 1059, investendolo del Regno di Sicilia contro i Saraceni. E la colonna sonora era di strumenti antichi: tamburi, trombe e il suono cupo della brogna e della ciaramedda, mentre durante le soste vari figuranti improvvisavano brevi spettacoli.
I Giganti aprono la strada a un'altra macchina, che esce il giorno dopo: sfilano infatti dentro la Festa dell'Assunta, che culmina il 15 agosto con la processione della Vara. Oggi i due riti sono separati — a differenza di quanto accade nella vicina Mistretta, a Messina i giganti passeggiano in momenti diversi rispetto alla Vara — ma non è sempre stato così, e la separazione ha una causa: è probabile che un tempo ci fosse un'unica sfilata, e che ai giganti sia stata interdetta la partecipazione al corteo religioso solo dopo i provvedimenti restrittivi presi dalle autorità civili ed ecclesiastiche fra Sei e Settecento, come accadde anche in altre località europee.
C'è perfino una staffetta fra le due immagini: in origine a partecipare alla cavalcata processionale guidata dal Senato cittadino era la statua equestre della Madonna, e furono i giganti a soppiantarla, mentre l'Assunta veniva collocata dentro la sua macchina.
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere della festa, a Messina, è alla portata di tutti. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Messina Centrale si trova a 1,2 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Messina Boccetta dista 1,4 chilometri, cioè 2 minuti di strada.
Altre feste in provincia di Messina
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- Lo Spettacolare Sbarco di Don Giovanni d'Austria a Messina — agosto
- La cavalcata dei Cavalieri della Stella a Messina — gennaio
- Vara di Messina — agosto